Mario Macaluso

La cultura non è un evento: è ciò che resta quando le luci si spengono

sicilia

La cultura non è un evento. Non è un appuntamento in calendario, non è una data cerchiata, non è una locandina che annuncia, non è un palco che si monta e si smonta. La cultura non coincide con l’accensione delle luci né con l’applauso finale. La cultura è ciò che resta. È ciò che rimane quando il rumore si attenua, quando le sedie si svuotano, quando il sipario cala e lo spazio torna silenzioso.

Siamo abituati a confondere la cultura con la sua messa in scena. A identificarla con l’evento, con la performance, con l’occasione. Ma l’evento è solo un passaggio, un momento, una soglia. La cultura vera è ciò che attraversa quel momento e lo supera. È ciò che continua ad agire anche quando non c’è più nessuno a guardare. È ciò che sedimenta, che si deposita, che si trasmette.

La cultura non è intrattenimento, ma non è nemmeno semplice serietà. Qui il pensiero di Wittgenstein aiuta a spostare lo sguardo. Quando si interroga sul gioco e sul linguaggio, ci invita a uscire dalle categorie rigide. Il gioco, dice, non è né una cosa seria né un divertimento. È una pratica, un’attività che assume senso nel suo uso, nella sua applicazione. Non è il divertimento a definire il gioco, né la serietà a negarlo. È il contesto, è il modo in cui lo viviamo, è la posta in gioco.

La cultura funziona allo stesso modo. Non è “leggera” perché diverte, né “alta” perché è seria. È cultura quando entra nella vita, quando modifica uno sguardo, quando cambia un modo di pensare, quando introduce una possibilità nuova. Un concerto, una proiezione, una lettura possono essere eventi. Ma diventano cultura solo se continuano a operare dopo. Se generano domande. Se lasciano tracce.

Pensiamo agli scacchi, come suggerisce Wittgenstein. Oggi li chiamiamo gioco. Ma se da una scacchiera dipendesse una guerra, se una sconfitta significasse una perdita reale, allora non parleremmo più di gioco. Eppure la struttura resterebbe identica. Cambierebbe il contesto, cambierebbe il senso, cambierebbe la responsabilità. La cultura è proprio questo: una struttura che assume peso, valore, necessità in base a come viene abitata.

Un evento culturale non è tale perché è inserito in un programma, ma perché riesce a diventare applicazione. Perché non si esaurisce nel momento, ma entra nella quotidianità. Perché smette di essere rappresentazione e diventa esperienza. La cultura non vive nell’eccezionalità, ma nella continuità. Non nell’isolamento, ma nella relazione.

Quando le luci si spengono, resta ciò che è stato interiorizzato. Resta una parola ascoltata che riaffiora giorni dopo. Resta un’immagine che cambia il modo di guardare un luogo. Resta una musica che accompagna un silenzio. Resta un pensiero che torna, che insiste, che non si lascia archiviare. Questa è la cultura: non ciò che accade, ma ciò che continua.

C’è un equivoco diffuso: credere che la cultura debba sempre essere spettacolare, visibile, misurabile. Ma la cultura più profonda è spesso discreta, sommessa, quasi invisibile. Non fa rumore, non cerca consenso immediato, non ha bisogno di essere celebrata. Lavora nel tempo lungo. Si insinua. Trasforma lentamente.

La cultura non è consumo, ma trasmissione. Non è accumulo di eventi, ma costruzione di senso. Non è somma di presenze, ma qualità di assenze feconde. È ciò che rimane quando non c’è più bisogno di dimostrare nulla. Quando il linguaggio smette di essere esibizione e diventa strumento di comprensione.

In questo senso, la cultura è profondamente legata al linguaggio. Non come ornamento, ma come pratica. Il linguaggio, come il gioco di Wittgenstein, non è serio o leggero in sé. Diventa serio quando è applicazione, quando è responsabilità, quando è azione. La cultura non è nelle parole dette, ma in ciò che quelle parole fanno.

Un territorio è culturalmente vivo non perché ospita molti eventi, ma perché quegli eventi lasciano segni. Perché producono continuità. Perché generano altre iniziative, altre domande, altri gesti. La cultura autentica non chiude, ma apre. Non conclude, ma avvia. Non spegne, ma accende altrove.

Quando le luci si spengono, resta anche una responsabilità. La responsabilità di non ridurre la cultura a vetrina. Di non confonderla con il marketing. Di non usarla come decorazione. La cultura chiede tempo, ascolto, fedeltà. Chiede di essere presa sul serio proprio perché non è mai solo “una cosa seria”.

La cultura è ciò che resta quando nessuno guarda più. Quando non serve più convincere. Quando non c’è più bisogno di annunciare. È ciò che continua a lavorare nelle persone, nei luoghi, nelle comunità. È una presenza silenziosa ma persistente. Una forma di resistenza gentile.

E allora la domanda non è quanti eventi abbiamo organizzato, ma che cosa è rimasto. Che cosa è cambiato. Che cosa si è messo in movimento. Perché la cultura, come il linguaggio e come il gioco, trova il suo senso non nell’etichetta, ma nell’uso, nell’applicazione, nella vita.

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