Mario Macaluso

«Camminate coi piedi per terra e col cuore abitate in cielo»

Ogni volta che rileggo questa frase di Don Bosco ho la sensazione che parli proprio a noi, adesso, non a un altro secolo. “Camminate coi piedi per terra e col cuore abitate in cielo”. Dentro ci sta un equilibrio difficilissimo, quasi scomodo. Perché noi, di solito, scegliamo un lato solo: o restiamo inchiodati alla terra, ai problemi, alle scadenze, oppure ci rifugiamo in un cielo astratto, fatto di buone intenzioni e frasi alte che non toccano mai davvero la vita. Don Bosco, invece, non separa. Tiene insieme. E già questo è rivoluzionario.

Camminare coi piedi per terra significa conoscere la fatica quotidiana, sporcarsi le mani, fare i conti con i limiti, con la burocrazia, con le persone così come sono, non come vorremmo che fossero. Significa non scappare dalla realtà, non usare la spiritualità come una scusa elegante per evitare i problemi concreti. Don Bosco stava con i ragazzi nelle strade, negli oratori, nelle officine. Sapeva che se non tocchi la terra non puoi educare nessuno. E forse oggi dovremmo ricordarcelo più spesso, perché c’è un rischio enorme: parlare di valori senza abitare la complessità della vita vera.

Ma poi arriva la seconda parte, quella che spiazza davvero: “col cuore abitate in cielo”. Perché Don Bosco non si accontenta di una vita ben organizzata e pragmatica. Non basta funzionare. Non basta gestire. Non basta “fare il proprio dovere”. Il cuore, dice lui, deve abitare più in alto. Deve guardare oltre l’immediato, oltre il risultato, oltre l’utile. Abitare in cielo non vuol dire vivere distratti o fuori dal mondo. Vuol dire non perdere il senso, non ridurre l’esistenza a un elenco di cose da fare.

Io questa frase la sento come una specie di bussola. Quando resto troppo con i piedi per terra, senza il cielo, divento cinico. Mi irrigidisco. Inizio a pensare che tanto non cambia niente, che è inutile provarci. Quando invece provo a stare solo “in cielo”, senza terra, divento inconsistente. Bello a parole, fragile nei fatti. Don Bosco ci chiede una cosa molto più faticosa: tenere insieme concretezza e visione, responsabilità e speranza.

Il 31 gennaio, ogni anno, non dovrebbe essere solo una ricorrenza. Dovrebbe essere una domanda diretta: dove sto camminando? E soprattutto, dove abita il mio cuore? Perché puoi essere efficientissimo, preciso, stimato, e allo stesso tempo avere un cuore stanco, rassegnato, spento. E puoi anche avere sogni grandi, ideali altissimi, ma se non sai stare nella terra, nelle relazioni, nei conflitti, quei sogni restano aria.

Don Bosco educava così: chiedeva impegno, disciplina, responsabilità, ma senza mai spegnere il desiderio. Non voleva ragazzi perfetti, voleva ragazzi vivi. E questa cosa oggi ci mette in crisi, perché siamo abituati a dividere: o regole o cuore, o concretezza o ideali. Lui no. Lui li teneva insieme, sapendo che è proprio in quella tensione che una persona cresce davvero.

Abitare in cielo col cuore significa anche non smettere di credere nelle persone, pure quando deludono. Significa guardare un ragazzo non solo per quello che fa oggi, ma per quello che può diventare. È uno sguardo lungo, paziente, che non cerca il risultato immediato. E diciamolo: è uno sguardo che costa. Perché espone alla delusione, all’errore, alla lentezza. Ma Don Bosco lo sapeva: senza quello sguardo non si educa, si addestra soltanto.

Alla fine, questa frase è una chiamata alla coerenza profonda. Non essere divisi. Non vivere spezzati tra ciò che fai e ciò che sogni. Camminare nella terra, sì, ma senza dimenticare perché stai camminando. Tenere il cuore in alto non per fuggire, ma per dare senso a ogni passo. E forse oggi, in un mondo che corre basso e guarda corto, questa è una delle lezioni più attuali che possiamo ancora imparare.

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