Mario Macaluso

L’uomo nell’era dell’algoritmo: chi decide davvero per noi?

Me lo chiedo spesso. Me lo chiedo mentre apro il telefono la mattina, ancora mezzo addormentato, e qualcuno – o qualcosa – ha già deciso cosa dovrei leggere, guardare, comprare, pensare. Notizie “per me”. Musica “che potrei amare”. Amici “che forse conosco”. Comodo, certo. Ma anche inquietante. Perché, a un certo punto, la domanda arriva puntuale: sto scegliendo io o qualcuno sta scegliendo al posto mio?

Viviamo immersi negli algoritmi. Non li vediamo, non li tocchiamo, eppure sono ovunque. Decidono l’ordine delle informazioni, la visibilità delle idee, il successo o il silenzio di una voce. E attenzione: non parlo di fantascienza, di scenari lontani. Parlo di adesso. Di oggi. Di questa sera, mentre stai leggendo queste righe.

L’algoritmo non è cattivo. Non è nemmeno buono. È efficiente. Freddo. Matematico. Fa quello che gli chiediamo, e spesso lo fa meglio di noi. Analizza dati, incrocia comportamenti, prevede reazioni. Una macchina che impara, sì, ma senza coscienza. Senza dubbi. Senza esitazioni.

E noi? Noi, intanto, produciamo dati. A valanga. Like, commenti, spostamenti, preferenze, silenzi. Ogni gesto diventa informazione. Ogni informazione diventa previsione. Ogni previsione diventa decisione. Non sempre nostra.

Qui entra in gioco una frase che considero una bussola, quasi un avvertimento gentile ma fermo. La scrive Luciano Floridi, e dice così:

«Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine.»

Ecco il punto. Il cuore della questione. Il problema non è che le macchine pensino. Il problema è che noi smettiamo di farlo. Ci stiamo abituando all’idea che qualcuno ci semplifichi la vita decidendo al posto nostro. Ci affidiamo ai suggerimenti, alle classifiche, ai “piace anche a te”. E senza accorgercene, deleghiamo il giudizio. Rinunciamo alla fatica della scelta. Perché scegliere stanca. Dubitare consuma. Pensare, a volte, fa male.

Ricordo quando cercare una risposta significava perdersi tra libri, confrontare idee, discutere fino a tardi. Oggi basta una domanda ben formulata. La risposta arriva subito. Precisa. Pulita. Ma è davvero nostra?

L’algoritmo ottimizza. L’essere umano interpreta.
L’algoritmo calcola. L’essere umano attribuisce senso.
L’algoritmo prevede. L’essere umano sbaglia, cambia idea, si contraddice.

Ed è proprio lì, nello sbaglio, che abita la nostra umanità.

Il valore aggiunto non è la velocità. Non è la quantità. Non è nemmeno l’efficienza. Il valore aggiunto siamo noi quando scegliamo consapevolmente, quando resistiamo alla risposta più facile, quando ci fermiamo a chiederci perché.

Perché questa notizia mi viene mostrata e non un’altra?
Perché questa opinione diventa virale e un’altra scompare?
Perché continuo a vedere solo ciò che conferma quello che penso?

Sono domande scomode. Ma necessarie.

Non credo che l’algoritmo ci ruberà il futuro. Credo, piuttosto, che rischiamo di regalarglielo per pigrizia. Per distrazione. Per comodità. E allora sì, a decidere non saremo più noi, ma nemmeno le macchine: sarà l’assenza di pensiero critico.

La sfida vera non è fermare la tecnologia. Sarebbe ridicolo. La sfida è abitare la tecnologia senza farci abitare da essa. Usarla senza subirla. Dialogare senza obbedire. Mantenere viva quella zona fragile e potentissima che è la coscienza.

Alla fine, torno sempre lì. Alla differenza. A ciò che nessun algoritmo potrà replicare davvero: la responsabilità delle scelte, il peso delle domande, il coraggio del dubbio.

Forse non possiamo impedire agli algoritmi di decidere con noi.
Ma possiamo ancora evitare che decidano al posto nostro.

Lascia un commento