Mario Macaluso

La privacy è morta? Riflessioni sulla libertà digitale

Me lo sono chiesto la prima volta senza ironia qualche anno fa, quando ho capito che il mio telefono sapeva più cose di me di quante ne ricordassi io stesso. Spostamenti, abitudini, orari, preferenze. Tutto archiviato, ordinato, disponibile. Non per cattiveria, sia chiaro. Per comodità. Eppure, in quel momento, una domanda mi ha attraversato come una scossa: sono ancora libero se qualcuno sa sempre dove sono, cosa faccio, cosa desidero?

A farmi compagnia in questa riflessione c’è una frase di Leonardo Caffo che sembra parlare anche di questo, anche se non nomina direttamente la tecnologia: “Dovremmo capire, invece, che esiste una possibilità di vivere dentro le leggi della gioventù a qualsiasi età e in qualsiasi momento.” Io la leggo così: la libertà non è una stagione che passa. È una postura. Un modo di stare nel mondo. Anche — e forse soprattutto — nel digitale.

Quando abbiamo iniziato a cedere senza accorgercene

La privacy non è morta all’improvviso. Non c’è stato un funerale, né un annuncio ufficiale. È svanita lentamente, un clic alla volta. Accetta i cookie. Condividi la posizione. Autorizza l’accesso. Tutto legale, tutto volontario. Tutto apparentemente innocuo.

Ricordo quando, all’inizio dei social, pubblicare una foto era un gesto quasi ingenuo. Oggi ogni contenuto è una traccia, ogni interazione un dato, ogni silenzio un’informazione mancante che qualcuno cercherà di colmare. E non parlo di complotti. Parlo di sistemi economici che funzionano così. La nostra attenzione è la moneta. La nostra vita, il prodotto.

La cosa che mi inquieta di più non è essere osservato. È abituarmi all’idea di esserlo. Quando smetti di difendere uno spazio, smetti anche di sentirne il bisogno. E lì la libertà comincia a restringersi senza fare rumore.

Privacy non è segretezza, è possibilità

Spesso si fa un errore grossolano: si confonde la privacy con il “non avere nulla da nascondere”. Frase pericolosa. La privacy non serve a coprire colpe. Serve a scegliere chi siamo, quando, con chi. Serve a cambiare idea senza essere archiviati per sempre. Serve a sperimentare, sbagliare, crescere.

E qui ritorna l’idea di gioventù di cui parla Caffo. Essere giovani, in questo senso, significa restare aperti, non irrigidirsi in un profilo definitivo. Ma se ogni gesto viene registrato, ogni opinione salvata, ogni errore reso eterno, dove finisce la possibilità di diventare altro?

La libertà digitale non è fare quello che vogliamo online. È poter non essere ridotti a ciò che l’algoritmo pensa di noi. È difendere la complessità contro la semplificazione forzata.

Vivere connessi senza essere catturati

Non credo nella fuga dal digitale. Non funziona. Non è realistico. Viviamo qui, dentro reti, piattaforme, sistemi. La vera sfida è abitare questo spazio senza perdere noi stessi. Usare senza essere usati. Condividere senza consegnarsi.

Ogni tanto faccio un piccolo esperimento personale: lascio il telefono in un’altra stanza. Cammino. Penso. Scrivo senza notifiche. Non è ascetismo. È igiene mentale. Mi serve per ricordarmi che non tutto deve essere tracciato, commentato, monetizzato.

La privacy, oggi, è un atto culturale prima ancora che giuridico. È una forma di resistenza gentile. Scegliere cosa dare e cosa tenere. Dire sì, ma anche dire no. E non sentirsi in colpa per questo.

La libertà come pratica quotidiana

La domanda “la privacy è morta?” forse è sbagliata. O almeno incompleta. La domanda vera è: quanto siamo disposti a difenderla? Perché la libertà non è garantita una volta per tutte. Va esercitata. Allenata. Ripensata.

Vivere dentro le “leggi della gioventù”, come suggerisce Caffo, significa non rassegnarsi. Non accettare l’idea che “ormai è così”. Significa restare curiosi, critici, capaci di stupore e di dissenso. Anche online. Soprattutto online.

Io non so se la privacy sia morta. So però che ogni volta che scegliamo consapevolmente, ogni volta che rallentiamo, ogni volta che ci chiediamo perché stiamo facendo qualcosa, la libertà respira ancora.

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