La tregua olimpica è teatro. Cartapesta. Un rito stanco recitato davanti alle telecamere mentre, fuori campo, il mondo continua a spararsi addosso.
Ogni quattro anni rispunta la colomba, si invoca la pace, si abbassa la voce come in chiesa. Poi si accendono le luci, parte l’inno, e le bombe restano dov’erano. Intatte. Puntuali.
Non è pace: è cosmesi morale.
L’inganno delle origini
Ci raccontano che “nell’antichità funzionava”. Falso. O meglio: funzionava per tutt’altro.
Nell’Olimpia antica non si fermavano le guerre: si garantiva il passaggio sicuro agli atleti, agli spettatori, ai sacerdoti. Logistica sacra, non utopia politica.
La parola ἐκεχειρία non prometteva armonia universale: diceva solo “tenete giù le mani”. Per qualche giorno. In un luogo preciso. Fine.
Gli dèi contavano più dei comunicati
Allora c’era Olimpia, c’era Zeus, c’era la paura della punizione divina.
Oggi ci sono le risoluzioni senza denti, i comunicati ONU scritti col gesso, le firme rituali che non obbligano nessuno a niente.
Nel 420 a.C. Sparta venne esclusa dai Giochi. Oggi? Al massimo una nota stampa.
La tregua moderna: simbolo senza sanzioni
Dal 1993 la tregua olimpica esiste come invito, non come regola. Nessuna sanzione, nessuna conseguenza. Un foglio che dice “sarebbe bello se…”.
Risultato? Guerre che iniziano durante i Giochi, conflitti che continuano indisturbati, invasioni che ignorano il calendario olimpico come si ignora un cartellone pubblicitario.
Sport, pace e ipocrisia
Lo sport ama raccontarsi come coscienza del mondo. Ma non lo è. È industria, vetrina, brand globale.
La pace evocata nelle cerimonie è innocua perché non costa nulla. Non chiede rinunce. Non impone scelte. Non disturba alleati né sponsor.
È la pace che piace a tutti perché non obbliga nessuno.
Il vero scopo della tregua
La tregua olimpica non serve a fermare le guerre. Serve a tranquillizzare le coscienze, a permettere allo spettacolo di andare avanti senza macchie troppo evidenti.
Serve a dire: “noi abbiamo fatto la nostra parte”. Anche se non è vero.
E allora la domanda resta lì, sporca e fastidiosa, come una crepa sotto la vernice: quanto ancora vogliamo fingere che un rito vuoto possa sostituire una responsabilità reale?



