Non basta dire ciò che accade: a Cefalù serve capire dove andare. Non è un invito al silenzio, è una richiesta di profondità. Raccontare i fatti è necessario, ma non sufficiente, quando una comunità vive dentro una bellezza fragile e una pressione continua. La cronaca registra; la visione orienta. In una città che è insieme luogo abitato e immaginario condiviso, scrivere non può limitarsi a reagire agli eventi: deve assumersi la responsabilità di indicare un senso, di scegliere una direzione. È qui che la parola smette di essere eco e diventa atto civile. Perché ogni racconto costruisce una mappa: dice cosa conta, cosa resta ai margini, cosa vale la pena custodire.
Un dato semplice basta a capire la posta in gioco: negli ultimi anni l’economia turistica ha superato, per incidenza, molte attività tradizionali. Le presenze crescono, i servizi si adattano, i ritmi cambiano. Dietro i numeri ci sono persone che lavorano stagionalmente, residenti che cercano casa, anziani che vedono mutare i quartieri, giovani che misurano il futuro su orizzonti più stretti. La scrittura che si limita a registrare il flusso rischia di diventare complice dell’automatismo. Quella che sceglie di interrogare il flusso, invece, restituisce dignità alle vite che lo attraversano. Collegare il dato alla dimensione umana è il primo gesto di cura: significa ricordare che le statistiche non abitano le strade, le persone sì.
Nel tempo lungo, Cefalù ha sempre saputo riconoscersi quando ha saputo raccontarsi. Le pietre, i nomi delle vie, le feste, i silenzi: tutto parla di una memoria che non è nostalgia ma responsabilità. Scrivere oggi significa entrare in questa trama senza ridurla a cartolina. Significa discernere tra ciò che è rumore e ciò che è segno, tra l’urgenza del commento e la necessità del giudizio. La parola che dura è quella che accetta di essere lenta, che preferisce l’argomentazione alla reazione, che rinuncia all’enfasi per guadagnare precisione. In una stagione in cui l’attenzione è contesa, scegliere la misura è un atto controcorrente. Ma è proprio la misura che permette alla comunità di riconoscersi e di non perdersi.
C’è poi una responsabilità collettiva che non riguarda solo chi scrive, ma chi legge e condivide. Ogni testo diventa un piccolo spazio pubblico: può alimentare polarizzazioni o aprire dialoghi, può chiudere le domande o renderle abitabili. A Cefalù, dove tutto è vicino e le conseguenze sono immediate, questo spazio pubblico è delicato. La scrittura che orienta non pretende di avere l’ultima parola; propone criteri, offre contesto, invita alla corresponsabilità. Non è neutra, perché la neutralità assoluta non esiste; è onesta, perché esplicita i propri valori: comunità, cura, visione. Così la parola torna a essere un servizio, non una performance.
Capire dove andare non significa fissare un traguardo rigido, ma custodire un orientamento. È accettare che le scelte di oggi avranno effetti domani, e che la bellezza non è un bene inesauribile. Scrivere, allora, diventa un esercizio di discernimento: distinguere ciò che accresce da ciò che consuma, ciò che include da ciò che esclude, ciò che resta da ciò che passa. In questo senso, la scrittura è un gesto di fiducia nella comunità: crede che le persone possano comprendere, discutere, decidere. Non basta dire ciò che accade, perché dire è il primo passo; capire è il secondo; scegliere è il terzo. A Cefalù, oggi, la parola è chiamata a compiere tutti e tre.



