Cefalù non è il luogo dove il passato viene trattenuto, conservato come un bene fragile da esporre con cautela: è il luogo dove il passato viene interrogato per orientare il futuro. Non è nostalgia, è responsabilità. La differenza è sottile ma decisiva. La nostalgia consola, la responsabilità chiama. Una comunità che si limita a ricordare ciò che è stata rischia di diventare un museo di sé stessa; una comunità che usa la memoria per scegliere ciò che vuole essere compie un atto civile. A Cefalù la memoria non è una cornice dorata attorno alla bellezza, ma un criterio di discernimento. Non serve a dire “com’eravamo”, serve a chiederci “che cosa facciamo adesso”. È una memoria che non si accontenta di celebrare, ma pretende di essere messa alla prova nelle decisioni quotidiane: nel modo in cui si governa lo spazio pubblico, si accoglie chi arriva, si custodisce ciò che è fragile. Qui il passato non è una scusa per restare fermi, è una domanda che non smette di bussare.
Un dato apparentemente semplice racconta molto più di quanto sembri. In pochi decenni Cefalù ha visto ridursi la sua popolazione residente mentre aumentavano in modo esponenziale le presenze turistiche stagionali. I numeri non sono solo statistiche: sono vite che cambiano abitudini, case che si svuotano d’inverno, scuole che lottano per restare piene, quartieri che rischiano di perdere voce. Dietro ogni cifra c’è una scelta collettiva, spesso non dichiarata. La memoria, in questo contesto, può diventare anestesia oppure orientamento. Se ricordiamo solo la Cefalù “di una volta” per rimpiangerla, ci condanniamo all’impotenza. Se invece riconosciamo che quella Cefalù era fatta di relazioni, di prossimità, di responsabilità condivisa, allora la memoria diventa criterio per leggere il presente. Non per tornare indietro, ma per capire cosa non deve andare perduto: il senso di comunità, la cura dei luoghi, la misura umana dello sviluppo.
Nel tempo lungo, Cefalù ha sempre vissuto una tensione feconda tra apertura e radicamento. Porto, crocevia, approdo: la sua storia non è mai stata chiusa, mai immobile. Eppure ogni stagione di apertura ha retto solo quando era sorretta da un patto interno forte. La memoria serve a questo: a ricordarci che l’equilibrio non è spontaneo, va costruito. Le pietre antiche non parlano da sole; siamo noi a dover dare loro voce, traducendo il loro insegnamento in scelte contemporanee. La città non è un’eredità garantita, è una responsabilità rinnovabile. Ogni generazione riceve Cefalù in prestito, non in proprietà. Questa consapevolezza cambia lo sguardo: il centro storico non è solo un valore economico, la costa non è solo un’attrazione, il paesaggio non è solo uno sfondo. Sono parti vive di un sistema che chiede cura, misura, visione.
Ricordare, allora, non significa inchinarsi al passato, ma accettare di essere giudicati da esso. La memoria autentica è scomoda: mette in crisi le scorciatoie, smaschera le retoriche, costringe a fare i conti con le conseguenze delle scelte. Quando una comunità dimentica questo, rischia di ridurre la memoria a decorazione. Quando invece la assume come pratica civile, la memoria diventa uno spazio di responsabilità condivisa. A Cefalù questo si traduce in domande concrete: che tipo di città vogliamo essere tra dieci, venti, trent’anni? Quale equilibrio tra accoglienza e abitabilità? Quale spazio per i giovani, per chi lavora, per chi resta? Non sono domande astratte: sono il modo in cui la memoria entra nel presente e lo orienta.
Cefalù, dove ricordare significa scegliere il domani, non è uno slogan: è un compito. Un compito che riguarda le istituzioni, ma anche i cittadini, le associazioni, chi scrive, chi insegna, chi amministra, chi semplicemente abita. La memoria non è un rifugio emotivo, è una bussola morale. Indica una direzione, ma non sostituisce il cammino. Richiede attenzione, ascolto, capacità di rinunciare a qualcosa oggi per custodire ciò che conta domani. In questo senso, Cefalù non è un luogo da difendere con le parole, ma da costruire con le scelte. E la memoria, se è viva, non trattiene: orienta.



