A Cefalù la cura del territorio non nasce dalle emergenze, ma dalle abitudini. Non è la reazione affannata a un danno improvviso, è la somma silenziosa di gesti ripetuti, di attenzioni che non fanno notizia, di scelte che precedono il problema invece di inseguirlo. La differenza è tutta qui: non nel clamore dell’intervento straordinario, ma nella continuità del prendersi cura. Un territorio non si degrada all’improvviso, così come non si salva con un’azione isolata. Si trasforma lentamente, giorno dopo giorno, nello spazio che riflette ciò che una comunità considera normale. Basta un dato, apparentemente marginale, per capire la portata della questione: secondo le rilevazioni nazionali, oltre il 60% dei comuni italiani segnala criticità legate alla manutenzione ordinaria del suolo e degli spazi pubblici. Dietro questa percentuale ci sono marciapiedi dissestati, muri che cedono, alberi non curati, ma soprattutto persone che imparano ad aggirare il problema invece di sentirlo come proprio. A Cefalù, città fragile e bellissima, ogni disattenzione pesa di più perché il territorio non è sfondo, è struttura della vita quotidiana. Qui il paesaggio entra nelle case, nelle scuole, nei percorsi di lavoro. Per questo la cura non può essere delegata solo quando qualcosa si rompe: è una forma di educazione collettiva che si costruisce nel tempo.
La cura come abitudine condivisa
Quando la cura del territorio diventa un’abitudine, cambia il modo di guardare i luoghi. Non sono più spazi anonimi da attraversare, ma parti di una storia comune. Un cestino svuotato regolarmente, una scalinata pulita, un’aiuola mantenuta viva non sono dettagli estetici: sono segnali di attenzione reciproca. Le statistiche ambientali mostrano che dove la manutenzione ordinaria è costante diminuiscono anche gli atti di incuria e vandalismo. È un circolo virtuoso semplice e potente: ciò che è curato viene rispettato. A Cefalù questo principio è evidente nelle zone dove la presenza quotidiana dei cittadini ha impedito il degrado, molto più di qualsiasi intervento straordinario. La cura, in questo senso, è un linguaggio. Dice ai residenti e ai visitatori che quel luogo ha un valore, che non è provvisorio, che qualcuno se ne prende carico. Ma soprattutto educa chi cresce in questi spazi a riconoscere il legame tra gesto individuale e bene comune. Abituarsi a raccogliere un rifiuto, a segnalare un problema, a non voltarsi dall’altra parte è un atto minimo che però costruisce una cittadinanza più matura. Non si tratta di moralismo, ma di visione: capire che il territorio risponde nel lungo periodo a ciò che facciamo ogni giorno, non a ciò che promettiamo nei momenti di crisi.
Memoria del luogo e responsabilità nel tempo lungo
Ogni territorio porta con sé una memoria stratificata, fatta di interventi riusciti e di ferite lasciate aperte. A Cefalù il tempo lungo è visibile nelle pietre, nei percorsi, nei margini tra costruito e natura. Prendersi cura significa riconoscere questa eredità e non considerarla scontata. I dati storici sulla trasformazione urbana mostrano che molte criticità attuali nascono da scelte frettolose, da manutenzioni rimandate, da una fiducia eccessiva nel fatto che “si aggiusterà da sé”. Ma il territorio non dimentica. Ogni rinvio diventa un costo futuro, ogni incuria si accumula. La cura quotidiana è quindi un atto di responsabilità verso chi verrà dopo. Non è nostalgia per un passato ideale, è consapevolezza che il presente costruisce il domani. Quando una comunità accetta di convivere con il degrado, trasmette l’idea che sia normale vivere in spazi trascurati. Al contrario, quando difende la qualità dei luoghi, afferma che il bene comune merita tempo, risorse e attenzione. Questa è la vera educazione civica: non quella scritta nei regolamenti, ma quella praticata nelle scelte ripetute, spesso invisibili.
Una scelta civile che riguarda tutti
A Cefalù la cura del territorio non può essere affidata solo alle istituzioni, così come non può gravare esclusivamente sui cittadini più sensibili. È una scelta civile che riguarda tutti, perché tutti abitano gli effetti delle decisioni quotidiane. Le emergenze ambientali, quando arrivano, ci ricordano brutalmente ciò che abbiamo trascurato. Ma se vogliamo davvero cambiare rotta, dobbiamo spostare lo sguardo prima, molto prima. La cura come abitudine è una forma di intelligenza collettiva: costa meno, produce fiducia, rafforza il senso di appartenenza. È una politica silenziosa, che non cerca applausi ma continuità. In una città come Cefalù, dove il territorio è identità, economia, memoria e futuro, questa scelta è ancora più urgente. Non si tratta di fare di più, ma di fare meglio e con costanza. Perché un luogo curato non nasce dall’eccezione, nasce dal quotidiano. Ed è nel quotidiano che una comunità decide chi è e chi vuole diventare.



