A Cefalù non serve correre: serve ascoltare. Non è un invito alla prudenza, né un elogio della lentezza. È uno spostamento di senso. Correre significa spesso inseguire l’urgenza, anticipare la scadenza elettorale, produrre risposte rapide che rassicurano nel breve periodo ma lasciano irrisolte le questioni di fondo. Ascoltare, invece, significa restare dentro i problemi, riconoscerli nella loro durata, assumersi la responsabilità di affrontarli anche quando non producono consenso immediato. Una città non cresce perché accelera, cresce quando comprende dove si trova e decide con lucidità dove andare.
Ascoltare Cefalù oggi significa guardare senza sconti a una serie di problemi che non sono nuovi, ma che diventano sempre più gravi proprio perché rinviati. Manutenzione ordinaria carente, fragilità del territorio, gestione dei flussi che privilegia la quantità alla qualità, servizi pubblici discontinui. Spazi comuni che perdono funzione e diventano scenografie più che luoghi vissuti. A questo si aggiunge una qualità del turismo che si abbassa mentre aumenta la pressione sulla città, residenti che se ne vanno perché non riconoscono più un equilibrio abitabile, giovani che scappano non per mancanza di affetto verso il luogo, ma per assenza di prospettive reali.
C’è un dato che aiuta a comprendere la profondità di questo quadro. Secondo le rilevazioni nazionali, oltre il 60% dei comuni italiani segnala criticità legate alla manutenzione ordinaria del territorio. Non emergenze improvvise, ma mancanza di continuità. A Cefalù questo dato prende forma nei dettagli quotidiani: nelle scelte rimandate, nei problemi affrontati solo quando diventano visibili, nella sensazione diffusa che l’ascolto arrivi sempre dopo. Dietro quei numeri ci sono cittadini che smettono di credere che la loro voce conti davvero, perché troppo spesso rimbalza contro muri istituzionali impermeabili.
Ascoltare è rispondere all’oggi
Ascoltare non significa moltiplicare tavoli di confronto né raccogliere lamentele in modo rituale. Ascoltare significa dare risposte. Risposte all’oggi di Cefalù, non a un futuro astratto costruito in funzione delle elezioni. Le promesse che nascono in vista del voto hanno spesso una vita breve: servono a convincere, non a risolvere. L’ascolto autentico è più esigente perché obbliga a intervenire anche quando non conviene, anche quando il problema non è spendibile mediaticamente, anche quando richiede continuità invece di visibilità.
Negli anni, il tempo ha svolto un lavoro silenzioso ma profondo: ha eroso non solo i luoghi, ma la voglia stessa di esserci. Quando le risposte arrivano solo qualche volta, quando l’attenzione si accende dopo che il danno è evidente, quando il confronto si blocca dietro procedure opache, nasce la sensazione di parlare contro muri di gomma. È così che il rapporto tra cittadini e istituzioni si indebolisce. Non per conflitto aperto, ma per stanchezza. E una città stanca smette lentamente di prendersi cura di sé.
Una città che perde voci
La diminuzione dei residenti è uno dei segnali più evidenti di questo processo. Meno abitanti significa meno relazioni, meno presidio quotidiano, meno capacità di tenere insieme una comunità. I giovani che vanno via portano con sé competenze, energie, visioni che spesso non trovano spazio. L’istruzione appare sempre più spaccata, incapace di fare da ponte tra formazione e futuro; la cultura rischia di essere ridotta a ornamento o a strumento occasionale, invece di restare spazio libero di elaborazione e confronto. I talenti vengono mortificati non per mancanza di valore, ma per mancanza di ascolto. E quando il confronto pubblico si irrigidisce, la città smette di interrogarsi davvero.
Ascoltare, allora, non è solo una questione di metodo amministrativo o di stile politico. È una scelta che incide su ciò che una città decide di riconoscere come valore. Quando l’ascolto manca, non si perdono solo occasioni: si disperdono competenze, si spezzano legami, si scoraggiano presenze che avrebbero potuto rafforzare il tessuto collettivo. Ed è in questo spazio silenzioso, fatto di attenzioni mancate e di investimenti sbilanciati, che si consuma una parte decisiva del futuro di Cefalù.
Il tempo lungo della responsabilità
Cefalù vive nel tempo lungo della storia, ma questo non può diventare un alibi per l’attesa infinita. Al contrario, impone una responsabilità maggiore: ogni rinvio pesa di più, ogni silenzio si accumula. L’emergenza non è un evento naturale, è il risultato di un ascolto mancato. Intervenire solo dopo significa accettare che il danno diventi normalità.
Ascoltare ogni giorno non è un gesto straordinario, è un metodo. È prendersi cura della continuità, non solo dell’eccezione. È riconoscere che la crescita vera non nasce dagli scatti improvvisi, ma dalla coerenza delle scelte. È qui che il tema dell’ascolto si fa ancora più concreto e, insieme, più scomodo. Perché ascoltare una città significa anche decidere chi viene ascoltato davvero, su chi si sceglie di investire tempo, fiducia e risorse.
Una crescita che riconosce i propri talenti
C’è infatti un ultimo nodo, forse il più delicato, che l’ascolto non può più eludere e che tiene insieme tutti gli altri: il rapporto tra Cefalù e i suoi talenti. In città vivono competenze reali, in molti settori: cultura, formazione, arti, saperi tecnici, progettualità civiche. Non presenze occasionali, ma risorse stabili, radicate, che conoscono il territorio perché lo abitano ogni giorno. Eppure queste energie restano spesso ai margini, non perché manchino di qualità, ma perché non vengono riconosciute come investimento. Né simbolico, né economico.
Si continua a cercare altrove ciò che esiste già qui. Si preferisce il forestiero, la firma esterna, la pseudo-cultura importata dal capoluogo, percepita come più autorevole solo perché distante. È una scelta che produce consenso immediato, ma impoverisce nel tempo. Perché una città che non investe sui propri talenti smette lentamente di credere in sé stessa. E quando questo accade, la fuga dei giovani, il declino demografico, la fragilità culturale non sono più effetti collaterali: diventano destino.
Ascoltare significa anche questo: spostare lo sguardo. Riconoscere che la cultura cittadina non è minore, ma situata; che il sapere locale non è chiuso, ma profondo; che investire sulle competenze interne non è provincialismo, ma visione. Senza questo passaggio, ogni progetto resta incompleto, ogni narrazione appare costruita, ogni promessa perde credibilità.
Cefalù non ha bisogno di correre verso modelli esterni per sentirsi all’altezza. Ha bisogno di ascoltare ciò che già vive dentro i suoi confini, di dare fiducia e risorse a chi sceglie di restare, di creare le condizioni perché il talento non sia costretto ad andare via per essere riconosciuto. Questa è la vera crescita: non l’accumulo di eventi, ma la costruzione di un ecosistema umano e culturale che duri nel tempo.
Ascoltare, allora, non è un gesto neutro. È una scelta politica nel senso più alto del termine. Significa decidere da che parte stare: se continuare a consumare risorse senza rigenerarle, o iniziare finalmente a coltivarle. Cefalù cresce solo quando smette di cercarsi altrove e trova il coraggio di ascoltare davvero ciò che è già. E di investirci, ogni giorno, con coerenza e responsabilità.



