Mario Macaluso

A Cefalù non basta custodire il passato: bisogna generare futuro

A Cefalù non basta custodire il passato: bisogna generare futuro. Non è un invito a dimenticare, è un invito a compiere un passo ulteriore. Custodire è necessario, ma non sufficiente. Conservare senza progettare rischia di trasformare la memoria in una teca, la bellezza in una cornice immobile, l’identità in una formula ripetuta. Cefalù è una città che possiede un patrimonio straordinario, materiale e spirituale, che va dal Duomo normanno riconosciuto dall’UNESCO fino alle stratificazioni culturali che attraversano secoli di storia. Ma la vera domanda non è se sappiamo proteggere ciò che abbiamo ricevuto. La domanda è se sappiamo trasformarlo in un orizzonte condiviso. La memoria, quando è viva, non trattiene soltanto; orienta. Non si limita a ricordare ciò che siamo stati; interroga ciò che vogliamo diventare. E in questo passaggio, silenzioso ma decisivo, si misura la maturità di una comunità.

A Cefalù non basta custodire il passato: bisogna generare futuro significa assumere un criterio di discernimento. Ogni anno migliaia di visitatori attraversano la città attratti dalla sua bellezza. I dati sul turismo in Sicilia, pubblicati periodicamente dall’ISTAT, mostrano una crescita costante delle presenze negli ultimi anni. È un segno positivo, che parla di attrattività e di vitalità economica. Ma dietro ogni numero c’è una scelta: vogliamo che Cefalù sia soltanto una meta da attraversare o una comunità da abitare? Il turismo produce reddito, ma non basta a generare appartenenza. La vera sfida è far sì che la ricchezza culturale diventi occasione educativa, imprenditoriale, relazionale. Quando un giovane sceglie di restare, quando un artigiano apre una bottega, quando una scuola investe in un progetto che unisce tradizione e innovazione, allora il dato statistico si trasforma in storia personale. E la storia personale, intrecciata ad altre, diventa tessuto civile.

A Cefalù non basta custodire il passato: bisogna generare futuro è una responsabilità che attraversa le generazioni. Negli ultimi decenni la Sicilia ha conosciuto un’emigrazione significativa di giovani qualificati. Non sono solo numeri; sono energie, sogni, competenze che cercano altrove ciò che qui non riescono a trovare. Custodire il passato significa anche interrogarsi su questo fenomeno. Che cosa offre la città ai suoi figli? Quale visione di lavoro, di cultura, di partecipazione? Il patrimonio storico non deve essere soltanto un fondale scenografico, ma un laboratorio permanente. Le pietre del Duomo non parlano solo di Ruggero II; parlano di una comunità che seppe progettare in grande, che osò costruire per il futuro. Generare futuro oggi significa creare spazi di confronto, sostenere imprese culturali, valorizzare il talento. Significa far dialogare scuola, associazioni, istituzioni, cittadini. Non è un compito delegabile a pochi; è un processo che richiede corresponsabilità e cura quotidiana.

La memoria di Cefalù è un’eredità preziosa, ma ogni eredità porta con sé un mandato. Non è il passato a salvarci automaticamente; è la qualità dello sguardo con cui lo interpretiamo. Quando raccontiamo la città nei romanzi, negli studi, nelle iniziative culturali, stiamo già generando futuro, perché offriamo chiavi di lettura, stimoliamo consapevolezza, accendiamo domande. La cultura non è ornamento; è infrastruttura invisibile. Senza una visione condivisa, anche la bellezza rischia di consumarsi. Con una visione condivisa, invece, ogni elemento del patrimonio diventa risorsa educativa. La scuola, le associazioni, i festival, i luoghi di incontro possono trasformarsi in officine di cittadinanza. È qui che la memoria si fa dinamica: quando diventa proposta, quando suggerisce percorsi, quando educa al senso del limite e insieme al coraggio dell’innovazione. Generare futuro non significa tradire le radici, ma portarle a compimento.

A Cefalù non basta custodire il passato: bisogna generare futuro è, in fondo, una scelta di comunità. Non riguarda solo le istituzioni o gli amministratori; riguarda ciascuno di noi. Ogni gesto, anche piccolo, contribuisce a delineare l’immagine della città che verrà. Decidere di partecipare, di proporre, di collaborare è già un modo di generare futuro. La memoria ci offre orientamento, ma la direzione la scegliamo insieme. In un tempo in cui tutto sembra rapido e frammentato, Cefalù può essere un laboratorio di equilibrio tra identità e cambiamento. Non per chiudersi, ma per aprirsi con consapevolezza. Non per ripetere formule, ma per creare possibilità. Custodire resta un dovere; generare è la vocazione. E solo quando queste due dimensioni camminano unite, una città diventa davvero casa per chi la abita e promessa per chi verrà.

Lascia un commento