Quando Cefalù si chiamava Gafludi: la città sotto il dominio arabo
C'è una parola che i cefaludesi usano ancora oggi, spesso senza sapere da dove viene. È "taianu" — il recipiente di terracotta in cui si cucina il piatto più tradizionale della città, la pasta a taianu. Quella parola viene dall'arabo. Come tante altre cose a Cefalù: i vicoli stretti che non portano da nessuna parte e invece portano ovunque, i cortili interni nascosti dietro porte anonime, la cannella nei dolci, il pistacchio, lo zucchero. Cefalù porta il mondo arabo dentro di sé da oltre mille anni, spesso senza rendersene conto.
L'assedio dell'858
Era l'858 dopo Cristo quando gli Arabi conquistarono Cefalù. Non fu una conquista rapida: ci volle un lungo assedio, settimane o forse mesi di pressione militare prima che la città cedesse. I Bizantini che la difendevano resistettero quanto poterono, poi si arresero. La città cambiò padrone, cambiò nome, cambiò lingua.
Gli Arabi la chiamarono Gafludi — una trascrizione fonetica del nome greco Kefaloidion, filtrata attraverso la pronuncia araba. Un nome che suona straniero alle orecchie di oggi, ma che per quasi due secoli fu il nome con cui questa città sul Tirreno era conosciuta nel Mediterraneo musulmano.
Una città nel Mediterraneo islamico
Sotto il dominio arabo Cefalù entrò a far parte di un mondo vastissimo. Il califfato islamico si estendeva dalla Spagna alla Persia, e la Sicilia era uno dei suoi avamposti più occidentali. Non era una posizione marginale: era una posizione strategica, commercialmente ricca, culturalmente vivace. Palermo, la capitale, era in quel periodo una delle città più grandi e sofisticate d'Europa, con le sue moschee, i suoi bagni pubblici, i suoi mercati.
Cefalù, più piccola, seguiva a modo suo questo fermento. Gli Arabi erano costruttori, commercianti, agricoltori straordinari. Portarono con sé tecniche di irrigazione, colture nuove, saperi che la Sicilia non aveva mai conosciuto. Portarono gli agrumi, il cotone, la canna da zucchero. Portarono la loro architettura, fatta di spazi raccolti e ombreggiati, di cortili interni che proteggono dal calore, di strade strette che creano ombra naturale.
I vicoli che raccontano
Il quartiere più antico di Cefalù — il Crucidda-Francavilla, compreso tra il Duomo, il Corso Ruggero e la Rocca — porta ancora oggi i segni di quella presenza. Le vie irregolari e tortuose, i vicoli ciechi, i piccoli archi che collegavano un edificio all'altro, le casette raccolte attorno a cortiletti interni: tutto questo ha una matrice islamica. Non è una coincidenza, non è un caso stilistico. È la traccia fisica di un modo di abitare lo spazio che gli Arabi portarono con sé e che sopravvisse a tutte le dominazioni successive.
Camminare in quel quartiere oggi significa camminare in un palinsesto urbano in cui il Medioevo islamico si legge sotto il Medioevo normanno, sotto il barocco spagnolo, sotto il cemento del Novecento. Bisogna sapere cosa cercare, ma quando lo si trova, è inconfondibile.
La chiesa soppressa
Gli Arabi non erano tolleranti con le strutture religiose delle popolazioni conquistate — almeno non in Sicilia, almeno non in quel periodo. La diocesi di Cefalù venne soppressa, come tutte le strutture ecclesiastiche dell'isola. Le chiese furono chiuse, alcune trasformate in moschee, altre abbandonate. La comunità cristiana rimase, ma dovette rinunciare alle sue istituzioni ufficiali.
È un dettaglio che aiuta a capire quanto la successiva riconquista normanna fosse percepita come una liberazione religiosa, oltre che politica. Quando Ruggero II rifondò la diocesi e costruì la cattedrale, non stava solo facendo politica: stava restituendo a una comunità qualcosa che le era stato tolto per quasi due secoli.
Quello che rimase
Ma la storia raramente funziona in modo così netto. Gli Arabi lasciarono Cefalù, ma non lasciarono davvero Cefalù. Rimasero nei vicoli, rimase nei piatti, rimase nelle parole. Il "taianu" della pasta tradizionale. Il "cianciolo", la rete con cui i pescatori andavano a pesca di notte. Piccole parole quotidiane che portano dentro di sé secoli di storia.
Rimase anche nell'architettura della cattedrale stessa — quella cattedrale costruita dai Normanni proprio per celebrare la fine del dominio arabo. Le tre navate hanno una copertura lignea a capriate con travi dipinte di busti, animali fantastici e motivi decorativi: opera di maestranze arabe. I conquistatori normanni, per costruire il loro simbolo cristiano più importante, chiamarono gli artigiani arabi. Perché erano i migliori.
La convivenza impossibile e necessaria
Questa è forse la lezione più interessante che Cefalù offre a chi sa leggerla. Le civiltà che si sono succedute qui non si sono semplicemente sostituite l'una all'altra: si sono mescolate, contaminate, nutrite a vicenda. I Normanni che costruiscono con le colonne romane e le mani arabe. Gli Arabi che lasciano la loro impronta nei vicoli di una città che poi diventerà il simbolo della cristianità siciliana. I Greci il cui nome sopravvive in bocca agli Arabi che pure li hanno cacciati.
Gafludi. La parola è scomparsa da quasi mille anni. Ma la città che nasconde al suo interno — nei vicoli, nei piatti, nelle parole di tutti i giorni — è ancora lì, viva e presente, anche se nessuno la chiama più con quel nome.


