1984 di George Orwell: il potere che cancella la verità e trasforma la libertà in un crimine
Quando George Orwell pubblicò 1984, nel giugno del 1949, era un uomo malato. Aveva scritto gran parte del romanzo sull'isola scozzese di Jura, in una casa isolata, combattendo contro la tubercolosi che lo avrebbe ucciso pochi mesi dopo, nel gennaio del 1950. Alle spalle aveva la guerra di Spagna, dove aveva visto con i propri occhi come la propaganda potesse riscrivere i fatti mentre ancora accadevano, e gli anni del secondo conflitto mondiale, con i suoi apparati di censura e di manipolazione dell'informazione. Da quell'esperienza nasce un libro che non descrive un regime preciso, ma il meccanismo di ogni potere che pretende di possedere non solo i corpi, ma anche le menti.
La storia è nota anche a chi non l'ha mai letta. Winston Smith vive a Londra, nel superstato di Oceania, governato dal Partito e dal suo volto onnipresente, il Grande Fratello. Lavora al Ministero della Verità, dove il suo compito quotidiano è correggere i giornali del passato perché coincidano con le esigenze del presente. Da questo dettaglio, apparentemente burocratico, Orwell ricava la sua intuizione più profonda: il potere assoluto non si accontenta di vietare, vuole decidere che cosa è vero.
Il passato diventa materiale da riscrivere
Nel mondo di Winston nessun documento è definitivo. Un discorso che contiene una previsione sbagliata viene rifatto, le cifre della produzione vengono aggiornate all'indietro, le persone cadute in disgrazia vengono cancellate dalle fotografie e dagli archivi come se non fossero mai esistite. I fogli che non servono più finiscono nei buchi della memoria, fessure che li conducono alle fiamme. Ciò che resta è una storia sempre coerente con la linea del momento, e proprio per questo priva di qualsiasi valore.
Il punto non è soltanto la menzogna. Ogni regime mente, ma quello immaginato da Orwell fa qualcosa di più radicale: elimina la possibilità stessa di verificare. Se non esiste più un passato indipendente dalla volontà del Partito, non esiste nemmeno un punto fermo da cui giudicare il presente. Oceania è in guerra con l'Eurasia o con l'Estasia a seconda dei giorni, e la gente deve credere di esserlo sempre stata. Chi ricorda diversamente non ha un'opinione diversa: è semplicemente un nemico.
Le parole perdono il loro significato
Il secondo strumento del dominio è il linguaggio. Il Partito sta costruendo la neolingua, una lingua che ogni anno si restringe, eliminando i termini che potrebbero servire a formulare un pensiero critico. L'obiettivo dichiarato è rendere impossibile, alla lunga, persino concepire il dissenso, perché mancheranno le parole per dirlo. Gli slogan incisi sulla facciata del Ministero della Verità mostrano dove porta questa operazione: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza».
Accanto alla neolingua c'è il bipensiero, la capacità di tenere nella mente due convinzioni opposte e di accettarle entrambe, dimenticando di averlo fatto. È la condizione mentale richiesta al cittadino modello: sapere che i registri sono stati falsificati e insieme credere che siano autentici. Orwell coglie qui un pericolo che va oltre la dittatura. Quando le parole vengono svuotate e piegate a significare il loro contrario, la discussione pubblica diventa impossibile, e con essa la libertà di chi vorrebbe ancora ragionare.
Pensare diventa un reato
In Oceania il crimine più grave non è un'azione, ma un'idea. Lo psicoreato, cioè il semplice pensiero contrario al Partito, è punito come un atto di ribellione. Per scovarlo ci sono i teleschermi, che trasmettono e insieme sorvegliano ogni stanza, e la Psicopolizia, capace di leggere un'esitazione in un'espressione del volto. Anche i figli vengono educati a denunciare i genitori, come accade al vicino di casa di Winston, Parsons, tradito dalla propria bambina.
Winston commette il suo primo delitto comprando un quaderno e cominciando a scrivere un diario. Poi si innamora di Julia, e anche l'amore diventa un gesto politico, perché sottrae una parte di sé al controllo totale. La loro relazione clandestina è fragile e quasi infantile nelle sue speranze, ma rappresenta l'ultimo spazio in cui due esseri umani provano a restare tali. Il romanzo mostra che, quando la libertà interiore viene criminalizzata, anche i sentimenti più privati si trasformano in un atto di resistenza.
La sconfitta di Winston
Orwell non concede al suo protagonista alcuna vittoria. Winston crede di aver trovato un alleato in O'Brien, membro del Partito Interno, e invece si consegna nelle mani di chi lo sorvegliava da anni. Al Ministero dell'Amore viene interrogato e torturato, finché non accetta che due più due possa fare cinque, se il Partito lo stabilisce. Nella stanza 101, davanti alla cosa che teme di più, tradisce Julia. Lo scopo dei suoi carnefici non è punirlo, ma convertirlo.
Il finale è tra i più cupi della letteratura del Novecento. Winston, ormai svuotato, siede in un caffè e scopre di amare il Grande Fratello. Non c'è martirio, non c'è riscatto: c'è un uomo che ha smesso di credere ai propri occhi. È questa la lezione più dura del libro. Un potere che controlla la verità non ha bisogno di eliminare i suoi oppositori, perché può fare in modo che smettano di pensare come tali.
Una domanda che riguarda anche noi
Sarebbe comodo leggere 1984 come il ritratto di regimi lontani, chiusi nei libri di storia. Orwell, però, non scriveva soltanto di dittature. Scriveva della tentazione, presente in ogni epoca, di adattare i fatti alle convenienze, di chiamare le cose con nomi che ne nascondono la natura, di considerare sospetto chi pone domande scomode. Oggi i teleschermi hanno lasciato il posto a strumenti molto più discreti, e la quantità di informazioni disponibili rende paradossalmente più difficile distinguere il vero dal verosimile.
Il romanzo non offre soluzioni, ma indica un criterio. La libertà comincia dalla possibilità di dire che una cosa è accaduta quando è accaduta, e che due più due fa quattro anche quando qualcuno preferirebbe il contrario. Difendere la memoria, la precisione delle parole e il diritto di dubitare non è un esercizio da intellettuali: è la condizione perché una comunità resti libera. E allora, davanti a una notizia che ci conviene credere, siamo ancora disposti a chiederci se sia vera?