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Andrea Vitali: i 5 segreti del suo romanzo che svelano le ipocrisie e le contraddizioni della provincia italiana

Mario Macaluso 22.10.2026 6 min di lettura
Andrea Vitali: i 5 segreti del suo romanzo che svelano le ipocrisie e le contraddizioni della provincia italiana
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C'è un piede da seppellire, e intorno a quel piede un intero paese che si interroga, si agita, finge di non vedere. Con Il piede nella fossa, nuovo capitolo dei casi del maresciallo Ernesto Maccadò pubblicato da Garzanti nella collana Narratori moderni, Andrea Vitali torna nella sua Bellano, sulla sponda orientale del lago di Como, e lo fa con una storia che sembra uno scherzo e invece è una piccola radiografia della provincia italiana.

Siamo nell'autunno del 1931, all'ospedale Umberto I, affacciato tra il lago e la montagna. Un paziente, Mentore Carcolati, ha una richiesta insolita e minaccia di andarsene se non verrà accontentato. Il tempo però stringe, perché l'operazione di cui ha bisogno non può aspettare. Attorno a lui si muovono il primario Giulio Cesare Bombazza, suor Anastasia, il becchino Adelio Dilena e, naturalmente, il maresciallo Maccadò, consultato con una certa discrezione.

Il romanzo, oltre trecento pagine, ha il passo della commedia corale che i lettori di Vitali conoscono bene. Ma sotto la superficie del sorriso lavorano alcuni meccanismi precisi, cinque in particolare, che spiegano perché questa vicenda apparentemente minuscola dica molto sulle piccole ipocrisie e sulle contraddizioni di una comunità.

1. Una richiesta che nessun regolamento aveva previsto

Mentore è un uomo che ha sempre sfidato i propri limiti: nato con un piede equino, è riuscito comunque a scalare le montagne. Quando il diabete peggiora le sue condizioni, accetta l'amputazione, ma pone una condizione: che il piede venga sepolto, e che a lui sia concesso di partecipare alla cerimonia. Bombazza e suor Anastasia dicono di sì, senza immaginare in quale ginepraio si stanno infilando.

Il punto è tutto qui. La domanda di Mentore, in fondo, è di una semplicità disarmante, eppure costringe medicina, Chiesa e amministrazione a confrontarsi con qualcosa che non sta scritto da nessuna parte. È lecito? Dove si mette un arto in terra consacrata? Chi decide? La richiesta più umana del mondo diventa un problema proprio perché non rientra in alcuna casella, e Vitali mostra con ironia quanto una comunità sia più a suo agio con le regole che con le persone.

2. Il maresciallo che preferisce non sapere

Ernesto Maccadò, il carabiniere che Vitali ha ormai trasformato in uno dei suoi personaggi più amati, viene interpellato in segreto per un parere. La sua risposta è un capolavoro di prudenza: preferisce non immischiarsi, a patto che dalla faccenda non nascano chiacchiere.

È forse il segreto più eloquente del romanzo. Ciò che preoccupa l'autorità non è tanto la legalità di un gesto, quanto il suo eco. In un paese piccolo il vero tribunale è la piazza, e il pettegolezzo pesa più di un articolo di legge. Maccadò non è un cinico, è un uomo che conosce il suo mondo e sa che spesso la quiete pubblica si regge su ciò che non viene detto ad alta voce. E il meccanismo non appartiene soltanto agli anni Trenta.

3. Il frigorifero, simbolo di una modernità da esibire

Tra i dettagli più gustosi c'è il frigorifero del dottor Bombazza. Nel 1931 in Italia se ne contavano appena diecimila circa, e uno si trova proprio a Bellano, in casa del primario. Lo ha comprato su suggerimento della moglie, più per mostrarlo che per reale necessità.

Qui la contraddizione è doppia. Da una parte c'è la provincia che insegue la modernità soprattutto come segno di distinzione sociale, oggetto da far vedere agli altri prima ancora che da usare. Dall'altra c'è il rovesciamento comico: quell'elettrodomestico nato per l'apparenza si rivelerà utile per conservare qualcosa di molto particolare. Basta l'accostamento tra il lusso borghese e la materia della trama per far scattare il sorriso.

4. Nomi e cognomi che sono già un ritratto

Come in molti romanzi dello scrittore bellanese, i personaggi si presentano con nome e cognome, e quei nomi servono a raccontarne il carattere prima ancora delle loro azioni. È una scelta che restituisce il sapore di un mondo in cui tutti si conoscono e in cui l'identità di ciascuno è legata alla famiglia, al mestiere, alla reputazione.

Accanto alla vicenda dell'ospedale corre un'altra linea narrativa, affidata a Lelio, un giovane dall'animo di bambino che lavora a Monza, percepita come l'altro capo del mondo, e che ogni fine settimana torna a trovare la zia Margherita, ospite di un ospizio. Lelio vive in una pensione gestita da Natalina, figura che della zia è una sorta di doppio. È un personaggio quasi gogoliano, fragile e tenero, che misura le distanze della provincia: pochi chilometri bastano a sembrare un esilio, e i legami familiari diventano insieme rifugio e vincolo.

5. Il 1931 raccontato senza prediche

Il romanzo è ambientato in pieno regime fascista, ma Vitali sceglie di non trasformarlo in un pamphlet. Maccadò è un uomo un po' insofferente della sua epoca, eppure non pronuncia mai apertamente un giudizio politico. L'autore ha spiegato di non voler salire in cattedra, e di voler mantenere il tono della commedia per raccontare la provincia attraverso i suoi personaggi.

Proprio questa reticenza è la chiave. Il clima del tempo filtra dalle prudenze, dai silenzi, dal timore di dare nell'occhio, più che da proclami o denunce. È un modo di raccontare la storia dal basso, attraverso la vita quotidiana, che lascia al lettore il compito di cogliere le ombre dietro la cordialità. Anche il titolo, del resto, è molto più letterale di quanto sembri: nasce dagli anni universitari dello scrittore, medico di formazione, quando frequentando l'ospedale si chiedeva che fine facessero i resti delle operazioni chirurgiche.

Il risultato è un libro che conferma la cifra di un autore spesso accostato a Camilleri, paragone che lui stesso accoglie con orgoglio, e che negli anni ha costruito una geografia letteraria inconfondibile. Il maresciallo Maccadò, intanto, si prepara a lasciare la pagina per lo schermo, protagonista di una serie Rai intitolata Una finestra vista lago.

Ma il fascino di Il piede nella fossa resta tutto nella scrittura: in quella capacità di far ridere di un paese senza mai deriderlo, di mostrarne le piccole viltà con la stessa affettuosa attenzione riservata ai suoi slanci di umanità. Bellano, ancora una volta, diventa lo specchio di un'Italia che cambia lentamente, aggrappata alle apparenze e insieme capace di commuoversi davanti a una richiesta semplice come dare sepoltura a una parte di sé.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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