Annie Ernaux: le 3 ossessioni del suo romanzo che svelano il lato più crudele della gelosia
C'è un libro di Annie Ernaux che i lettori italiani hanno dovuto aspettare quasi un quarto di secolo. È L'occupazione, uscito in Francia da Gallimard nel 2002 e arrivato in libreria il 13 ottobre 2026 per L'orma editore, nella collana Kreuzville Aleph, con la traduzione di Lorenzo Flabbi, la voce italiana che da oltre dieci anni accompagna l'opera della scrittrice premio Nobel per la letteratura nel 2022. Sono appena settantaquattro pagine, ma bastano a lasciare il segno: è forse il testo più spietato che sia mai stato scritto sulla gelosia, e ha il coraggio di guardarla senza alcuna indulgenza, a partire da chi la prova.
La vicenda è di una semplicità quasi brutale. La narratrice, che coincide con l'autrice, ha lasciato l'uomo con cui ha condiviso sei anni, indicato soltanto con l'iniziale W. Lo ha fatto per noia, per non rinunciare alla propria libertà. Qualche mese dopo lui le annuncia che andrà a vivere con un'altra donna. Da quel momento tutto cambia. Il sentimento per W. sembra ormai spento, eppure al suo posto si installa qualcosa di più tenace: la presenza di una sconosciuta che si prende ogni pensiero. «L'esistenza di quell'altra donna ha invaso la mia. A partire da quel momento ho pensato soltanto attraverso di lei.»
Il titolo gioca proprio su questo doppio significato, l'occupazione come possesso di un territorio e l'occupazione come attività che riempie le giornate. Ernaux non lo presenta come un romanzo ma come il resoconto di uno stato, e lo costruisce per frammenti brevi, quasi annotazioni, con il ritmo di un'indagine poliziesca in cui manca il delitto. Tre ossessioni lo attraversano e lo tengono in piedi, e ognuna mostra un volto diverso, e più crudele, della gelosia.
Il nome dell'altra
La prima ossessione è sapere. La narratrice ha bisogno, a ogni costo, di conoscere il nome e il cognome della rivale, la sua età, la sua professione, il suo indirizzo. W. le concede solo poche briciole, informazioni lasciate cadere quasi per caso, e lei le raccoglie una per una come prove. Viene a sapere che si tratta di una professoressa di storia di quarantasette anni, divorziata, madre di una figlia adolescente. Ma il nome no, quello resta taciuto, e diventa un buco intorno al quale la mente continua a girare. La ricerca dura mesi e assume i modi di un'inchiesta privata, minuziosa fino alla paranoia.
Ernaux coglie qui un meccanismo che chiunque abbia provato la gelosia riconosce senza difficoltà: l'idea che conoscere il nome dell'altra significhi in qualche modo possederla, poterla immaginare, ridurla a qualcosa di misurabile. È un esercizio dell'intelligenza piegato a uno scopo distorto, e la scrittrice lo racconta con una lucidità che non risparmia nulla, nemmeno l'umiliazione di sentirsi ridotta a investigatrice della vita di un uomo che lei stessa ha lasciato.
Una città abitata da una sconosciuta
La seconda ossessione è vederla ovunque. Una donna intorno ai quarant'anni con i capelli lunghi e una cartella sul metrò potrebbe essere lei. Le strade del Quartiere Latino, intorno al boulevard Saint-Michel e a rue Saint-Jacques, diventano un terreno minato, dove ogni passeggiata sembra tradire il desiderio di incontrarli. Durante un incontro pubblico la narratrice si convince di averla riconosciuta tra il pubblico, e quella certezza, del tutto infondata, le porta un sollievo paradossale.
È il lato più sottile del libro: la gelosia come capacità di popolare una città, e poi il mondo intero, con una persona che forse non si è mai incontrata. «Quella donna mi riempiva la testa, il petto, il ventre, mi accompagnava dappertutto, dettava le mie emozioni.» La rivale non ha volto, ed è proprio per questo che può averne mille. L'immaginazione riempie il vuoto con scene, ipotesi, dettagli inventati, fino a giustificare comportamenti che la narratrice, in un altro momento della sua vita, avrebbe giudicato con severità. Tra lucidità e autoinganno il confine si fa sottilissimo, e Ernaux lo percorre senza mai cercare la complicità di chi legge.
La scrittura come vendetta
La terza ossessione è la più crudele, perché riguarda il libro stesso. Ernaux non si limita a raccontare la gelosia: la mette sulla pagina con l'intenzione dichiarata di darle una forma materiale, accumulando desideri, sensazioni e gesti di quei mesi. «Scrivo la gelosia così come la vivevo», annota. E a un certo punto arriva a una confessione che fa rabbrividire: «Forse, qui, il gesto di scrivere non è tanto diverso da quello di piantare degli aghi». L'immagine è quella della bambola su cui si infierisce, il rito di chi vuole colpire a distanza una persona che non può raggiungere.
Eppure proprio la scrittura diventa anche la via d'uscita. Mettere in parole l'ossessione significa guardarla da fuori, trasformarla in un'esperienza che non appartiene più soltanto a chi l'ha vissuta. Il dolore privato si fa materia condivisibile, e la narratrice ammette che scrivere è stato un modo di salvare ciò che ormai non è più la sua realtà. C'è in questo gesto qualcosa di vertiginoso, che lei stessa descrive come lo sporgersi su un pozzo e vedere tremare sul fondo il proprio volto.
Ciò che rende L'occupazione così attuale, ventiquattro anni dopo la sua prima uscita, è la totale assenza di moralismo. Ernaux non chiede di essere compatita né assolta. Mostra la vergogna, la meschinità, la solitudine di un sentimento che si vorrebbe nascondere, e lo fa con la sua scrittura asciutta, chirurgica, che non concede consolazioni. Non sorprende che il testo abbia continuato a vivere anche fuori dalla pagina: in Francia Romane Bohringer lo ha portato a teatro in un monologo diretto da Pierre Pradinas, e nel 2025 è arrivata la traduzione inglese con il titolo The Possession.
Per il lettore italiano, che conosce Ernaux soprattutto attraverso Gli anni, Il posto o L'evento, questo piccolo libro rappresenta un tassello mancante. Accanto a Passione semplice, che raccontava l'attesa di un amante, ne è il rovescio oscuro: non più il desiderio che consuma, ma il vuoto che resta quando l'amore è finito e al suo posto rimane soltanto un'altra donna, senza nome e senza volto, capace di occupare un'intera esistenza.