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Gli autori emergenti da tenere d'occhio: nuove voci della narrativa contemporanea

Mario Macaluso 29.10.2026 6 min di lettura
Gli autori emergenti da tenere d'occhio: nuove voci della narrativa contemporanea
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Ogni stagione letteraria porta con sé una domanda che i lettori appassionati si pongono con un misto di curiosità e di speranza: chi sono le voci nuove, quelle che fra qualche anno potremmo ritrovare al centro del panorama narrativo? È una domanda che non ha mai risposte certe, perché il talento di un esordio può confermarsi o disperdersi, e perché la fortuna di un libro dipende da molte cose oltre alla sua qualità. Eppure seguire gli esordienti è uno dei piaceri più autentici della lettura. Significa incontrare una scrittura nel momento in cui nasce, quando è ancora tutta da scoprire, e accompagnarla nella sua crescita.

Gli ultimi due anni hanno offerto alla narrativa italiana un gruppo di debutti particolarmente interessanti, molti dei quali sono stati riconosciuti dai premi che da tempo si dedicano alle opere prime. Non sono una scuola né una generazione compatta, ma messi uno accanto all'altro raccontano qualcosa del nostro tempo, delle sue fratture e delle sue domande.

Fra provincia e radici lontane

Il primo nome da segnalare è quello di Nadeesha Uyangoda, nata in Sri Lanka e da molti anni residente in Italia, che con Acqua sporca, pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2025, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima ed è entrata nella dozzina del Premio Strega. Uyangoda non è una sconosciuta per chi segue il dibattito culturale: aveva già firmato due libri di non fiction su migrazione, identità e razza, fra cui il molto discusso L'unica persona nera nella stanza, uscito per 66thand2nd nel 2021, e lavora anche come podcaster. Acqua sporca è però il suo esordio narrativo. Al centro c'è Neela, una donna di sessant'anni arrivata in Italia come badante e diventata poi titolare di un salone di bellezza, che dopo trent'anni decide di lasciare il Nord e tornare in Sri Lanka. Quella scelta improvvisa mette in movimento la figlia Ayesha, fotografa trentenne, e le sorelle rimaste nell'isola, in un intreccio di voci femminili che interroga l'appartenenza, l'esilio, le differenze di classe e la distanza fra il luogo da cui si viene e quello in cui si è vissuto. È un libro che porta nella narrativa italiana uno sguardo nuovo.

L'anno precedente il Campiello Opera Prima era andato ad Antonio Galetta, nato nel 1998 a Ceglie Messapica, per Pietà, uscito da Einaudi alla fine del 2024 dopo essere stato finalista al Premio Calvino. Il romanzo è ambientato in un paese del Sud che non viene mai nominato, durante una campagna elettorale per l'amministrazione locale. La voce narrante è collettiva, una prima persona plurale che dà la parola alla comunità stessa, e attraverso questo coro prende forma un ritratto ironico e impietoso del potere nella sua dimensione più quotidiana: le alleanze, i compromessi, le piccole vanità, il voto dato alla persona più che all'idea.

Un altro debutto che merita attenzione è quello di Simone Torino, vincitore della trentasettesima edizione del Premio Calvino con Macaco, poi pubblicato da Einaudi. Il libro racconta la vita di tre braccianti agricoli in Valle d'Aosta, Macaco, Bestemmia e Lo Zitto, in una montagna lontanissima dalle immagini da cartolina. Torino conosce quel mondo dall'interno, perché prima di dedicarsi alla scrittura ha lavorato per diversi anni come bracciante. Il risultato è una prosa concreta, che restituisce dignità a un lavoro duro e quasi invisibile, raccontato senza idealizzazioni.

Memoria, segreti, giovinezza

Fra le opere prime più premiate c'è anche La mia ultima storia per te di Sofia Assante, pubblicato da Mondadori nel 2025 e vincitore del Premio Viareggio-Rèpaci nella sezione Opera Prima. Il protagonista, Andrea, è un giovane romano che vive a New York e che riceve all'improvviso la telefonata di Elettra, un amore dell'adolescenza. Da quella voce riaffiora un passato fatto di segreti familiari, legami spezzati e desideri rimasti sospesi. Il romanzo alterna presente e ricordo, Roma e New York, e affronta con delicatezza il tema della memoria e di ciò che non si è mai detto.

Una voce particolare è quella di Anna Mallamo, giornalista, che con Col buio me la vedo io, uscito da Einaudi nel 2025, ha firmato il suo primo romanzo dopo un libro dedicato al tango pubblicato molti anni prima. Il romanzo ha ottenuto il SuperMondello e, l'anno successivo, il premio Superbook. La storia è ambientata a Reggio Calabria all'inizio degli anni Ottanta: Lucia Carbone, sedici anni, rapisce un compagno di scuola, figlio di un boss della 'ndrangheta, e lo tiene nascosto nel seminterrato della casa della nonna scomparsa. Intorno a questo gesto estremo si muove la vita quotidiana di un'adolescente e di una città alle prese con la violenza del proprio passato e del proprio presente.

Infine, fra i più giovani, va segnalato Leonardo San Pietro, nato a Torino nel 1997, che ha esordito con Festa con casuario, pubblicato da Sellerio nel 2025 e vincitore del Premio Mondello Giovani. Il romanzo si svolge in una sola notte d'inizio estate, durante una festa organizzata da una studentessa universitaria in una villa sulle colline torinesi. Un regalo anonimo con un biglietto minaccioso innesca una prova assurda che coinvolge il casuario dei vicini, uno degli uccelli più pericolosi del mondo. Dietro il gioco e l'ironia emergono la fragilità, la solitudine e l'incertezza di una generazione che si affaccia all'età adulta senza mappe affidabili.

Che cosa raccontano le nuove voci

Guardati insieme, questi libri rivelano alcune tendenze interessanti. La prima è il ritorno della provincia e dei margini come luogo privilegiato del racconto: il paese del Sud di Galetta, le montagne di Torino, la Reggio Calabria di Mallamo. Sono spazi lontani dai centri del potere culturale, capaci di dire qualcosa di vero sull'Italia. La seconda è l'attenzione all'identità, intesa non come un dato fisso ma come una ricerca continua, che si tratti del ritorno inatteso di Neela raccontato da Uyangoda o della giovinezza smarrita dei personaggi di San Pietro.

C'è poi un elemento che accomuna quasi tutti questi esordi: il rifiuto della scrittura puramente autobiografica, che per molto tempo è sembrata la via obbligata per chi debuttava. Qui l'esperienza personale, quando c'è, viene trasformata in invenzione, in costruzione narrativa, in voce corale. È un segnale incoraggiante, perché indica una fiducia rinnovata nel romanzo come forma capace di interpretare il mondo e non solo di esprimere un io.

Seguire questi autori significa accettare una scommessa. Alcuni confermeranno le promesse con i libri successivi, altri forse prenderanno strade diverse. Ma è proprio questa incertezza a rendere preziosa la lettura degli esordi: ci restituisce il senso della letteratura come qualcosa di vivo, in movimento, mai definitivamente scritto. Ogni grande scrittore, del resto, è stato un esordiente che qualcuno ha avuto la curiosità di leggere per primo.

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