Bestiola di Jonathan Bazzi: il nuovo romanzo e le ombre dell'identità
Ci sono libri che nascono da un grande evento storico e altri che nascono da una perdita che il mondo intorno fatica perfino a nominare. Bestiola, il nuovo romanzo di Jonathan Bazzi, appartiene alla seconda famiglia. È uscito per Mondadori il 6 ottobre 2026, nella collana Scrittori italiani e stranieri, e riporta in libreria lo scrittore milanese quattro anni dopo il suo libro precedente. Al centro c'è la morte di Mirtilla, una gatta Devon Rex che ha condiviso con il narratore sedici anni di vita, e il lutto che ne segue.
Detto così, potrebbe sembrare un libro piccolo, una storia privata da tenere sul comodino. In realtà Bazzi usa quella perdita come una lente per guardare dentro sé stesso e dentro la città in cui vive, e per interrogarsi su che cosa significhi costruire un'identità quando le relazioni che contano di più non vengono riconosciute da nessuno. È proprio da qui che il romanzo prende la sua forza.
Un autore che riparte dal blocco
Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985, ha studiato filosofia e collabora con diverse testate nazionali. Il suo esordio, Febbre, pubblicato da Fandango nel 2019, è stato uno dei casi letterari più discussi di quegli anni: finalista al Premio Strega 2020, ha ottenuto tra gli altri il Bagutta Opera Prima e il Premio Sila. Nel 2022 è arrivato con Mondadori Corpi minori, secondo tassello di una scrittura che lavora da sempre sul confine tra autobiografia e romanzo.
Bestiola parte da un'immagine che chiunque scriva conosce bene: la pagina che non si riempie. Il narratore, alter ego dichiarato dell'autore, attraversa un lungo periodo in cui non riesce a scrivere, mentre la sua vita è segnata da traslochi, precarietà economica e dall'ansia che a volte accompagna un esordio di successo. È la malattia di Mirtilla, e poi la sua scomparsa, a rimettere in moto la scrittura. Raccontarla diventa l'unico modo per non lasciarla andare del tutto.
Mirtilla, Purè e la famiglia possibile
Accanto a Mirtilla c'è Purè, l'altro Devon Rex di casa, e c'è il compagno del narratore, Marius. Insieme formano un nucleo che il libro rivendica senza esitazioni come una famiglia a tutti gli effetti, anche se non corrisponde a nessun modello tradizionale. Dopo la morte di Mirtilla, anche Purè comincia a perdere la salute e l'appetito, e la casa si svuota di una presenza che aveva dato forma alle giornate, ai gesti, alle abitudini.
Il punto più delicato del romanzo sta nel modo in cui racconta un dolore che socialmente non ha diritto di cittadinanza. Per la morte di un animale non esistono riti condivisi, non ci sono parole pronte, e chi soffre si sente spesso costretto a giustificarsi o a minimizzare. Bazzi prende sul serio questa solitudine e la trasforma in materia narrativa, mostrando quanto possa pesare una perdita che gli altri considerano minore. Il titolo stesso gioca su questo scarto: una bestiola, qualcosa di piccolo, che però ha occupato un posto enorme.
Una struttura aperta ad altre voci
Più che un romanzo tradizionale, Bestiola è un testo poroso, che alterna memoria, riflessione e pagine dal tono quasi diaristico. Lo stesso autore lo ha descritto come un romanzo e insieme un non romanzo, una forma capace di accogliere sguardi diversi da quello del narratore. Le circa trecento pagine procedono per frammenti e risonanze più che per una trama lineare.
Tra queste risonanze ci sono altri animali entrati nella storia della cultura: Jofi, la chow-chow che Sigmund Freud teneva con sé durante le sedute, Carlo, il terranova di Emily Dickinson, e il corvo della biologa polacca Simona Kossak. Sono figure che fanno da specchio alla vicenda principale e che allargano il discorso, suggerendo che il legame con un animale non sia un capriccio sentimentale ma una relazione capace di cambiare il modo in cui una persona pensa e vive.
Le ombre dell'identità
È qui che il libro mostra il suo lato più scomodo. Il narratore non si presenta come una figura esemplare: parla apertamente delle proprie vanità, delle nevrosi, delle ferite narcisistiche e del bisogno di essere riconosciuto. Il rapporto con i gatti diventa il contrappunto a tutto questo, uno spazio in cui non serve recitare una parte, in cui il contatto fisico e l'istinto contano più dell'immagine. Accanto a Mirtilla e Purè l'identità smette di essere una vetrina da curare e torna a essere qualcosa di più semplice e vulnerabile.
Attorno a questa tensione il romanzo intreccia altri temi che Bazzi conosce bene: la differenza di classe, la neurodivergenza, l'appartenenza queer, le tante forme possibili di famiglia. Milano fa da sfondo e da antagonista, con la sua pressione costante sulla produttività, sulla competizione e sulla prestazione, e con l'eco continua dei social network, che spingono al confronto permanente con gli altri. In questo contesto, la cura di un animale assume il valore di una piccola resistenza quotidiana.
Una tenerezza che diventa sguardo politico
C'è infine una riflessione più ampia sul potere che gli esseri umani esercitano sugli animali, corpi senza linguaggio e senza diritti, e su come quella stessa logica di dominio si ritrovi nelle relazioni tra le persone. Bazzi non scrive un manifesto, e non cerca proclami: preferisce mostrare, attraverso la storia di una convivenza, come sarebbe possibile sostituire il dominio con la cura. È un'etica della tenerezza che non ha nulla di ingenuo e che anzi chiede al lettore di rimettere in discussione molte gerarchie date per scontate.
Il risultato è un libro che parla di un lutto preciso ma finisce per toccare una domanda che riguarda tutti, cioè quali legami decidiamo di considerare importanti e quali dolori riteniamo degni di essere raccontati. Per chi ha conosciuto l'autore attraverso Febbre, è l'occasione di ritrovarne la voce in una forma più intima e meno protetta. Per chi ha perso un animale, è la conferma che quella perdita può trovare spazio in un romanzo con tutta la serietà che merita. E voi, avete mai sentito di dover giustificare il dolore per un compagno a quattro zampe che nessun altro sembrava capire?