Cefalù è una città che suona.
Suona nei vicoli, nelle case, nelle sale prove improvvisate, nei pomeriggi silenziosi in cui qualcuno accorda uno strumento senza sapere se ci sarà mai un palco ad aspettarlo. Suona da anni, spesso da decenni. Eppure, a guardarla da fuori, questa musica sembra non esistere davvero.
Non perché manchi il talento.
Ma perché manca l’ascolto.
Cefalù è spesso raccontata come città della bellezza, della storia, del turismo. È meno raccontata come città della musica vissuta, quotidiana, ostinata. Eppure esiste una comunità silenziosa di musicisti che studiano, lavorano, resistono. Non per hobby, ma per vocazione. Non per visibilità, ma per necessità interiore. Una musica che non nasce per riempire calendari di eventi, ma per abitare il tempo.
Il paradosso è tutto qui: una città che ama definirsi culturale, ma che fatica a riconoscere chi la cultura la costruisce ogni giorno. Si organizzano appuntamenti, si celebrano stagioni, si moltiplicano le etichette. Ma spesso si dimentica che la cultura non è un cartellone: è una relazione. E ogni relazione inizia dall’ascolto.
In molte città turistiche la musica viene chiamata a fare da sfondo. Accompagna, arreda, intrattiene. Raramente viene considerata un linguaggio autonomo, con una sua dignità, una sua complessità, un suo bisogno di tempo. A Cefalù questo rischio è evidente: la musica c’è, ma resta ai margini. Non entra davvero nei luoghi decisionali, non diventa parte di una visione condivisa, non viene riconosciuta come lavoro, come percorso, come presenza stabile.
Eppure basterebbe poco per accorgersene. Basterebbe fermarsi ad ascoltare chi suona senza microfoni, chi prova senza pubblico, chi insegna senza clamore, chi continua anche quando tutto sembra suggerire di smettere. In queste storie c’è una ricchezza che non fa rumore, ma che tiene viva l’identità di un luogo più di qualsiasi slogan.
Il problema non è l’assenza di eventi.
Il problema è l’assenza di uno sguardo lungo.
Quando la musica viene chiamata solo a riempire uno spazio, perde la sua forza. Quando invece viene riconosciuta come parte di una comunità, diventa linguaggio civile. Racconta chi siamo, come viviamo, che tipo di città vogliamo essere. Una città che ascolta i suoi musicisti è una città che sa ascoltare anche se stessa.
Il caso Cefalù non è isolato. È lo specchio di molte realtà locali che faticano a passare dall’organizzazione alla visione. Ma proprio per questo può diventare un laboratorio silenzioso. Un luogo in cui la musica non sia solo decorazione, ma voce. Non solo evento, ma presenza. Non solo suono, ma relazione.
Forse la domanda non è se Cefalù abbia abbastanza musica.
La domanda è se sia pronta ad ascoltarla davvero.



