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Cefalù disorientata: quando si smette di custodire la memoria

A Cefalù la memoria si sfilaccia: tra overtourism e speculazione immobiliare, rischiamo di perdere l'anima di una comunità millenaria.

Mario Macaluso · 30 March 2026 · 6 min di lettura
Cefalù disorientata: quando si smette di custodire la memoria

C'è un errore che commettiamo spesso a Cefalù, ed è quello di credere che la nostra bellezza sia immortale. Guardiamo il Duomo che svetta tra le case del centro storico, ammiriamo la Rocca che si specchia nel mare, contempliamo le pietre normanne che raccontano otto secoli di storia, e pensiamo che tutto questo basti a preservare chi siamo. Ma quando chiude una bottega storica a Cefalù, cosa si perde oltre alla merce sugli scaffali? Si perdono espressioni, soprannomi, modi di dire.

La memoria di una città non vive solo nelle cattedrali e nei palazzi. Vive nei gesti quotidiani, nelle voci che si incrociano per strada, nella rete invisibile di relazioni che tiene insieme una comunità. Oggi, però, troppi turisti a Cefalù. E questo inizia a diventare un problema per residenti e anche per chi di turismo ci vive. Oggi anche il tema dell'overtourism è diventato centrale nel dibattito politico.

Il silenzio che avanza nelle strade della memoria

Quando cammino per il centro storico nelle prime ore del mattino, prima che arrivino le comitive e i pullman turistici, riesco ancora a sentire il battito del cuore antico di Cefalù. Ma quello che percepisco sempre più spesso è un vuoto che si allarga. Vi ricordate quando a Cefalù si poteva fare la spesa senza uscire dal centro storico? Quando ogni vicolo aveva la sua bottega, il suo artigiano, il suo punto di riferimento? Quel mondo è scomparso o sta scomparendo sotto i nostri occhi?

La trasformazione in corso non è solo economica, è antropologica. Eppure fino al finire degli anni sessanta quel "melting pot" di "cifalutani","maurini","gancitani","puddiniti" creava un sociale organico che permetteva di assicurare e di tramandare la "cifalutanità", l'identità del luogo, della Città. L'espansione urbanistica ha creato "ricchezza" ma ha impoverito in termini sociali, relazionali, di prestazioni e servizi con una perdita di appartenenza e identità.

Il problema non è il turismo di per sé. Cefalù ha sempre attirato viaggiatori, studiosi, artisti. Il problema è quando il turismo smette di essere un dialogo e diventa un monologo. L'overtourism, o "sovraffollamento turistico" anche secondo l'Organizzazione mondiale del turismo, "influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori".

Le pietre che dimentichiamo di ascoltare

C'è una lezione che ci arriva dal passato e che continuiamo a ignorare. I cittadini di Cefalù dovrebbero promuovere una inusuale sorta di class – action per processare tutti coloro che negli anni, anzi nei secoli, hanno fatto sì che la città perdesse, per ignoranza ipocrisia o miopia, un importantissimo pezzo della sua storia e cioè le Terme Romane. La città nel suo insieme ne ha avuto un danno economico e d'immagine. E forse è inesatto attribuire ciò all'ignoranza, perché l'esistenza e l'ubicazione delle Terme sono da sempre note.

Le terme romane di Cefalù, sepolte sotto piazza Bagni di Cicerone, sono il simbolo di una città che ha sempre avuto difficoltà a valorizzare la propria memoria quando non è immediatamente spendibile sul mercato turistico. Abbiamo perso pezzi di storia perché non riuscivamo a vedere oltre l'immediato, perché mancava una visione del tempo lungo.

Nonostante gli sforzi, il patrimonio naturalistico di Cefalù affronta diverse minacce, tra cui l'urbanizzazione incontrollata, l'inquinamento e i cambiamenti climatici. La pressione turistica, se non gestita in modo sostenibile, può compromettere l'equilibrio degli ecosistemi locali. E quello che vale per l'ambiente vale per il tessuto sociale: quando la pressione supera la capacità di rigenerazione, inizia il degrado.

La bottega non è un negozio: è un presidio

Per comprendere cosa stiamo perdendo, bisogna capire cosa significa davvero una bottega di quartiere. La bottega sotto casa a Cefalù era solo un posto dove comprare il pane, o era il luogo dove ci si guardava in faccia, dove le notizie del paese viaggiavano ancora a voce, dove la signora dietro il bancone sapeva chi aveva bisogno di aiuto senza che nessuno glielo dicesse?

Ogni bottega che chiude non è solo un'attività commerciale che cambia destinazione d'uso. È un pezzo di tessuto connettivo che si spezza. È una voce che si spegne. È un punto di riferimento che scompare dalla mappa mentale di chi vive qui tutto l'anno, non solo d'estate.

Un'altra conseguenza di questo turismo senza freni è il progressivo svuotamento dei servizi utili ai cittadini, (come ferramenta, mercerie o botteghe di artigiani), per far spazio a bar, ristoranti e negozi di souvenir made in China. La gentrificazione turistica non colpisce solo i prezzi degli affitti, colpisce l'identità di un luogo.

Perdere un negozio perdere un linguaggio

C'è una dimensione immateriale nella perdita che stiamo vivendo, e questa è forse la più grave. La crisi identitaria investe da decenni tutto il paese e c'è chi, proprio nell'Agorà, pensa - forse giustamente - che un nucleo - diciamo - "indigeno" a cefalù non esiste più. Io non sarei completamente d'accordo; esiste ancora un forte nucleo di popolazione "autoctona" ma "smarrito"; il senso dell'appartenenza si alimenta oltre che dei vincoli parentali e/o di quelli di un vicinato maturato nel tempo, di simboli (feste, riti - anche le vampe di S. Giuseppe) in genere religiosi (edicole votive), oggi abbandonati.

Quando una comunità smette di riconoscersi nei suoi spazi, quando i suoi membri si sentono estranei nella propria città, quando le parole che la definivano perdono significato, siamo di fronte a un fenomeno più profondo di una semplice trasformazione urbanistica. Siamo di fronte a una perdita di orientamento culturale.

Cefalù può essere solo una cartolina bellissima o deve restare una comunità viva? Il Duomo, la Rocca, il lungomare bastano a definire chi siamo, oppure eravamo anche quelle botteghe, quelle voci, quei rituali quotidiani? Chi vive a Cefalù tutto l'anno — non d'estate, non per una vacanza — sente ancora di appartenere a una comunità, o si sente ospite in casa propria?

Mario Macaluso

Mario Macaluso

Scrittore, blogger e founder del Festival del Cinema di Cefalù. Laureato in Filosofia con studi in Teologia. Scrivo per comprendere il tempo che viviamo, raccontando luoghi, persone e storie che meritano attenzione.

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