La foto che hanno scelto i Boscarino per congedarsi è la più giusta che potessero scegliere. Cinque persone sedute di spalle in mezzo alla sala vuota. Le poltrone rosse intorno, l'affresco antico sopra lo schermo, la balconata in ferro battuto sul lato. E in mezzo, grande, in carattere serif elegante, una parola sola: "grazie".
È l'ultima inquadratura del cinema Astro di Cefalù. Dopo 26 anni, la sala storica di via Roma ha proiettato il suo ultimo film — "Il diavolo veste Prada 2" — e ha chiuso i battenti. La causa, lo dicono i Boscarino senza giri di parole, è "semplicemente locatizia". Cioè: una decisione presa da chi possiede il muro, che ha reso impossibile continuare. Una famiglia che per oltre un quarto di secolo ha tenuto aperto un cinema in una città piccola si ritrova, di colpo, davanti al buio della propria sala.
Si potrebbe leggere come la normale fine di un'attività commerciale. Sarebbe un errore. In una città piccola, un cinema storico non è una semplice attività. È molto di più. E quando chiude, non chiude un negozio: chiude un pezzo di vita pubblica. È giusto fermarsi un momento a capirlo.
Cosa è stato l'Astro per Cefalù
L'elenco dei film passati su quello schermo è di per sé un atto storico. Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Star Wars, Troy, 300, Avatar, Alice in Wonderland, Pirati dei Caraibi, Transformers. Le commedie italiane di Aldo Giovanni e Giacomo, di Checco Zalone, di Ficarra e Picone. Perfetti Sconosciuti, Benvenuti al Sud. Sorrentino, Scorsese, Nolan. L'universo DC, gli horror della saga Conjuring, Saw, Terrifier. I palloncini rossi di It che per qualche giorno hanno camminato per le vie del centro storico facendo paura ai bambini e divertendo gli adulti. L'esultanza in sala quando, in Spider-Man: No Way Home, sono apparsi insieme Andrew Garfield e Tobey Maguire.
Sono ventisei anni di film, ma sono soprattutto ventisei anni di prime volte. I primi appuntamenti dei ragazzini del paese, che si davano la mano al buio. I pomeriggi dei nonni con i nipoti davanti a un classico Disney. I gruppi di amici usciti la sera per ridere insieme davanti a una commedia. Le riunioni di famiglia per le grandi uscite delle feste natalizie, quando il cinema era il posto dove andare tutti insieme dopo il pranzo della domenica.
Ogni piccola città italiana ha questo deposito di memoria affettiva collegato al cinema locale. Lo dimentichiamo solo perché lo diamo per scontato. Lo riscopriamo, ogni volta, quando questi luoghi chiudono. E ogni volta facciamo la stessa scoperta: scopriamo che quel cinema non era nostro perché ci andavamo ogni settimana, ma perché c'era. La sua semplice esistenza ci dava la possibilità di una serata diversa, di un'uscita, di un punto di incontro. Adesso che non c'è più, ce ne accorgiamo.
Un'impresa privata che faceva un lavoro pubblico
Qui vale la pena dire una cosa che a Cefalù, e in tutte le città piccole italiane, raramente viene detta. Un cinema come l'Astro era formalmente un'impresa privata, gestita dai Boscarino, finanziata con i loro soldi, sostenuta con il loro lavoro quotidiano. Ma la funzione che svolgeva era una funzione pubblica. Tenere aperta una sala in una città di quattordicimila abitanti, in cui il numero di spettatori potenziali è limitato e i costi fissi sono alti, è un mestiere che assomiglia più al volontariato civico che all'imprenditoria pura.
I Boscarino hanno fatto questo, in silenzio, per 26 anni. Hanno tenuto aperto un luogo di incontro che la città usava, ma che non possedeva. Hanno affrontato il Covid, le mascherine, i posti uno sì e uno no, la lenta ripresa. Hanno inventato le rassegne del martedì, le premiere con mascotte e gadget, le "colazioni più film". Hanno provato in ogni modo a tenere viva una sala che, in una città turistica con altri richiami, non era affatto destinata a sopravvivere automaticamente.
Adesso che chiude, scopriamo che la città stessa aveva delegato a loro una responsabilità collettiva senza mai riconoscerla come tale. Nessun riconoscimento formale, nessuna agevolazione strutturale, nessun discorso pubblico che dicesse: questo è un patrimonio della comunità, e va sostenuto in quanto tale. Era come se l'Astro dovesse semplicemente esserci, per legge di natura.
Quel "grazie" sullo schermo, e la domanda che porta
La parola "grazie" che i Boscarino hanno scelto come ultimo fotogramma della loro avventura ha una grazia rara. È una parola che mancherebbe di stile se venisse fuori da chiunque altro. Da loro è invece l'ultimo gesto di cortesia di chi è stato cortese per 26 anni.
Ma se la guardiamo bene, quella parola pone una domanda silenziosa. Chi sta ringraziando chi? Sono i Boscarino che ringraziano Cefalù per avergli dato 26 anni di lavoro, oppure è Cefalù che dovrebbe ringraziare i Boscarino per avergli regalato 26 anni di sala, di film, di possibilità di incontro? La risposta giusta è probabilmente entrambe. Ma il fatto che siano loro a dirla per primi, e non la città a farlo prima di loro, dice qualcosa di importante su come funzioniamo come comunità.
Aggiungono i Boscarino, nel loro saluto, un pensiero per il cinema Di Francesca: "una leale coesistenza, amici e mai rivali". È un gesto di stile che racconta meglio di mille parole chi sono. In una città in cui si trovano motivi per litigare anche tra fioristi, due cinema privati hanno saputo essere alleati per ventisei anni. Vale la pena ricordarlo, perché di questa lealtà c'è bisogno.
L'Arena Re e quello che si può fare adesso
La buona notizia è che l'attività cinematografica dei Boscarino non finisce qui. Riprenderà a breve all'Arena Re... ma a Campofelice di Roccella.
La chiusura dell'Astro lascia un vuoto. Cefalù avrà una sala in meno. La domanda è se questa città sia disposta a fare qualcosa, come comunità, per riempire quel vuoto. Una sala cinematografica stabile non è solo un'attività privata: è un'infrastruttura culturale. E quando la perdiamo, lo facciamo per inerzia, per assenza di una scelta pubblica.
I Boscarino hanno scritto "grazie" sullo schermo. Sta a noi, adesso, decidere se rispondere — e come.