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Compriamo più libri ma siamo davvero diventati più lettori?

Mario Macaluso 28.09.2026 9 min di lettura
Compriamo più libri ma siamo davvero diventati più lettori?
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Una libreria piena è una bella immagine. Una pila di volumi sul comodino anche. Un pacco appena arrivato con tre libri ordinati online dà perfino una piccola sensazione di promessa: leggerò, capirò, entrerò in altre vite. Ma tra comprare un libro e leggerlo esiste una distanza che le statistiche sulle vendite non possono misurare.

Nei primi quattro mesi del 2026, secondo l’Associazione Italiana Editori, il mercato trade registra 446,2 milioni di euro di venduto, con un aumento del 3,8% a valore e del 2,5% nelle copie rispetto allo stesso periodo del 2025. È un segnale positivo per l’industria editoriale dopo un 2025 chiuso in flessione per il settore di varia. Sarebbe però un errore trasformarlo automaticamente in una notizia sulla crescita dei lettori.

L’ISTAT, con i dati pubblicati nel luglio 2026 sulle abitudini di lettura 2024-2025, fotografa un quadro più complicato. Nel 2024 il 57,1% delle persone di sei anni e più dichiara di avere letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti, considerando tempo libero, motivi professionali o scolastici e altri motivi. Dieci anni prima la quota era leggermente più alta. Mercato e lettura si toccano, ma non sono la stessa cosa.

Il primo equivoco: scambiare il libro venduto per un libro letto

Ogni copia venduta è un fatto economico. La lettura è un fatto culturale. Una persona può acquistare cinque libri e leggerne uno; può riceverne in regalo; può prendere volumi in biblioteca; può leggere un libro prestato; può comprare oggi e leggere fra due anni. Il dato delle copie ci dice che cosa accade al mercato, non quanto profondamente una società legge.

Non è una distinzione accademica. Se vogliamo capire se l’Italia sta diventando un Paese di lettori, dobbiamo osservare frequenza, continuità, numero di libri, tempo dedicato, distribuzione sociale e territoriale. L’ISTAT mostra che nel 2024 il 42,8% dei lettori nel tempo libero rientra fra i cosiddetti “lettori deboli”, cioè da uno a tre libri l’anno. Meno di due lettori su dieci dichiarano di leggere tutti i giorni.

Questo non sminuisce chi legge poco. Un solo libro può avere un peso enorme nella vita di una persona. Ma ci ricorda che la semplice presenza nella categoria statistica “lettore” comprende comportamenti molto diversi. Fra chi apre un libro ogni giorno e chi ne legge uno in dodici mesi c’è una differenza sostanziale che la percentuale complessiva non racconta da sola.

Il mercato può crescere anche senza una crescita equivalente della base dei lettori

L’aumento delle vendite nei primi mesi del 2026 può dipendere da molti fattori: più copie acquistate dagli stessi lettori, prezzi medi differenti, titoli di forte richiamo, stagionalità, dinamiche promozionali. Senza dati specifici non avrebbe senso attribuire il risultato a una sola causa. È però metodologicamente corretto affermare ciò che i numeri mostrano e fermarsi lì: nei primi quattro mesi del 2026 crescono valore e copie del mercato trade rispetto allo stesso periodo del 2025.

Il confronto con i dati ISTAT ci impedisce di costruire una narrazione troppo comoda. La quota di persone che dichiara di aver letto almeno un libro nel 2024 non segnala una rivoluzione. Il dato di lungo periodo indicato dall’ISTAT mostra anzi una lieve diminuzione rispetto al 2015 e anche rispetto all’inizio degli anni Duemila.

Questo significa che editoria e promozione della lettura hanno obiettivi che si sovrappongono solo in parte. Un editore deve vendere libri per sostenere il proprio lavoro. Una politica culturale deve aumentare la possibilità che più persone leggano e continuino a leggere. Quando le due cose coincidono è un bene. Ma non dobbiamo misurarle con lo stesso termometro.

La vera frattura è sociale e territoriale

Il dato nazionale del 57,1% rischia di nascondere differenze profonde. L’ISTAT rileva che nel Centro-Nord legge oltre il 60% della popolazione, mentre nel Mezzogiorno la quota è intorno al 47%. Il titolo di studio pesa molto: fra le persone adulte i livelli di lettura crescono nettamente con l’istruzione. Anche il reddito familiare è associato a differenze significative: nei quinti più agiati la quota di lettori è molto più alta rispetto ai quinti più poveri.

Qui la lettura smette di essere un’abitudine privata e diventa una questione di opportunità. Se leggere dipende anche dalla disponibilità economica, dal livello di istruzione, dall’ambiente familiare, dalla presenza di biblioteche e occasioni culturali, allora non possiamo limitarci a dire alle persone che dovrebbero leggere di più. Dobbiamo chiederci in quali condizioni chiediamo loro di farlo.

È interessante che nel 2025 il 14,9% delle persone di sei anni e più dichiari di essersi recato in biblioteca almeno una volta, una quota sostanzialmente stabile rispetto a dieci anni prima. Le biblioteche non sono soltanto luoghi dove si prendono libri in prestito. Possono essere infrastrutture di accesso alla cultura, soprattutto dove il costo e la distanza dal mercato diventano barriere.

Possedere libri è diventato anche un gesto identitario

Non dobbiamo avere paura di una verità meno misurabile: i libri si comprano anche per ciò che rappresentano. Una copertina, una collana, un autore, una pila sul tavolo possono diventare parte dell’identità che mostriamo a noi stessi e agli altri. È sempre successo, ma i social hanno reso questa dimensione più visibile. Fotografiamo i libri, li consigliamo, li accumuliamo in liste, raccontiamo ciò che vorremmo leggere.

Non c’è nulla di male. Anzi, il desiderio di circondarsi di libri può essere la premessa della lettura. Il problema nasce quando confondiamo il simbolo con l’esperienza. La lettura comincia quando il libro smette di essere un oggetto e diventa tempo sottratto ad altro.

Ed è proprio il tempo una delle ragioni dichiarate da chi non legge. Secondo l’ISTAT, fra le motivazioni della non lettura compaiono noia o mancanza di interesse, mancanza di tempo libero, preferenza per altri svaghi e altre forme di comunicazione. Non è un semplice rifiuto del libro. È una competizione fra attività diverse per le stesse ore della giornata.

La carta resta centrale, ma non è la carta a creare il lettore

I dati 2025 dell’ISTAT mostrano una forte permanenza del cartaceo. Più di sette lettori su dieci leggono esclusivamente libri di carta, mentre una quota più piccola usa solo e-book o libri online; esiste poi una fascia di lettori ibridi. È un’informazione importante perché ridimensiona l’idea che il digitale abbia sostituito il libro fisico.

Ma anche qui bisogna evitare una scorciatoia. Il supporto non risolve da solo il problema della lettura. La carta può favorire concentrazione e ritualità per alcune persone, il digitale può facilitare accesso e trasporto per altre. Ciò che trasforma un acquisto in lettura è la continuità: trovare uno spazio, tornare al testo, superare la prima difficoltà, accettare che non tutto debba essere immediato.

Per questo la domanda “compriamo più libri?” è interessante ma incompleta. La domanda culturale è “quanti di quei libri entrano davvero nella vita delle persone?”. E ancora: quante persone che oggi non leggono troveranno domani un libro capace di trattenerle?

C’è un altro dato ISTAT che merita attenzione: oltre 23 milioni di persone di sei anni e più dichiarano di non avere letto alcun libro nell’anno considerato, e circa un quarto dei non lettori dice di essere stato lettore in passato e di avere poi smesso. Questo ci ricorda che la promozione della lettura non riguarda soltanto la conquista di nuovi lettori. Riguarda anche la capacità di non perderli.

L’abbandono può avvenire presto. L’ISTAT rileva che anche tra gli 11 e i 17 anni una quota dei non lettori dichiara di aver smesso di leggere. È una fascia in cui la scuola dovrebbe avere una forza decisiva, ma è anche il momento in cui aumentano concorrenza degli schermi, impegni, socialità e consumo veloce di contenuti. Sarebbe troppo semplice attribuire tutto allo smartphone; sarebbe altrettanto semplice ignorare che il tempo è limitato e le forme di intrattenimento competono fra loro.

Forse dovremmo misurare meglio anche la qualità dell’incontro con il libro. Quanti ragazzi possono scegliere davvero ciò che leggono? Quanti trovano biblioteche scolastiche vive? Quanti incontrano adulti che parlano di libri non come compiti, ma come esperienze? Un lettore non nasce dalla somma di titoli obbligatori. Nasce spesso dall’incontro con un testo che arriva nel momento giusto e dalla possibilità di parlarne senza trasformarlo immediatamente in verifica.

La crescita del mercato può offrire più titoli, più generi, più possibilità. È una condizione favorevole. Ma perché diventi crescita della lettura serve il passaggio dall’offerta all’abitudine. È il tratto che nessun dato di vendita può compiere da solo.

Il successo dell’editoria non coincide automaticamente con il successo della lettura

Possiamo essere contenti quando il mercato cresce. Un settore editoriale vivo significa autori, traduttori, redattori, librai, grafici, distributori e imprese che lavorano. Ma se vogliamo parlare di società dei lettori dobbiamo aggiungere altri indicatori: frequenza, accesso, disuguaglianze, abbandono, tempo dedicato, biblioteche, scuola.

I numeri del 2026 ci suggeriscono una prudenza utile. Le copie vendute possono aumentare mentre la base dei lettori resta stabile o cambia lentamente. Non è una contraddizione: sono fenomeni diversi. Forse dovremmo smettere di cercare un unico dato capace di dirci se “gli italiani leggono” e cominciare a osservare l’intero ecosistema.

C’è poi una domanda che i dati quantitativi non possono esaurire: che cosa consideriamo “leggere”? L’ISTAT distingue correttamente tra lettura nel tempo libero, per motivi professionali o scolastici e altri usi. Ma l’esperienza del lettore contiene intensità difficili da tradurre in una casella. Un libro letto per obbligo può aprire un interesse duraturo; un bestseller comprato con entusiasmo può restare chiuso; un volume preso in biblioteca può circolare in una famiglia senza produrre alcuna vendita.

Per questo servono dati e racconti insieme. I primi impediscono di costruire miti; i secondi ci aiutano a capire i meccanismi. Sapere che il Mezzogiorno legge meno del Centro-Nord è indispensabile. Capire perché, comune per comune, scuola per scuola, famiglia per famiglia, richiede poi ricerca qualitativa, ascolto e politiche locali.

La lettura è anche un’infrastruttura. Una libreria raggiungibile, una biblioteca aperta, un insegnante che conosce i propri studenti, una casa in cui esistono libri, tempo non completamente assorbito dal lavoro o dalla cura: sono condizioni concrete. Parlare di “amore per i libri” senza guardare queste condizioni rischia di trasformare una disuguaglianza in una colpa individuale.

Un Paese diventa più lettore non quando riesce soltanto a vendere più libri, ma quando più persone scoprono che leggere merita di diventare un’abitudine. La domanda, allora, non è quanti volumi abbiamo comprato quest’anno. È quanti di quei volumi hanno davvero cambiato il modo in cui passiamo il nostro tempo.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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