Da Hikmet a Neruda: le poesie che insegnano la bellezza della vita e dell'amore
Ci sono poeti che si leggono per ammirarne la tecnica, e altri che si leggono per imparare a vivere. Nazım Hikmet e Pablo Neruda appartengono senza dubbio alla seconda famiglia. Nati a pochi anni di distanza, all'inizio del Novecento, in due angoli lontanissimi del mondo, hanno attraversato il secolo delle guerre, delle dittature e degli esili con una fedeltà ostinata alla vita e all'amore. Le loro poesie sono state lette in carcere e nelle piazze, recitate ai matrimoni e ai funerali, copiate a mano nei quaderni di generazioni di ragazzi. E ancora oggi riescono a dire qualcosa che sembra scritto per noi.
Il loro segreto, se di segreto si può parlare, sta in una combinazione rara: una conoscenza diretta del dolore, vissuto sulla propria pelle, e una volontà incrollabile di non lasciarsi definire da esso. Né Hikmet né Neruda sono poeti ingenui. Sanno quanto può essere crudele la storia e quanto fragile la felicità. Ma proprio per questo cantano la vita con una gratitudine che non ha nulla di superficiale.
Hikmet, la gioia ostinata del prigioniero
Nazım Hikmet nacque nel 1902 a Salonicco, allora parte dell'Impero ottomano, e divenne il poeta più importante della Turchia moderna. Le sue idee politiche gli costarono carissime: nel 1938 fu condannato a una lunga pena detentiva e trascorse in prigione oltre dodici anni, fino alla liberazione nel 1950, ottenuta anche grazie a una mobilitazione internazionale di intellettuali. Poco dopo lasciò il suo paese, che non avrebbe più rivisto, e morì in esilio a Mosca nel 1963.
Chi si aspetta da un uomo con una simile biografia una poesia cupa e rancorosa resta spiazzato. Le pagine scritte da Hikmet negli anni del carcere sono fra le più luminose del Novecento. Molte sono dedicate alla moglie di allora, Piraye, e compongono un lungo dialogo d'amore a distanza, in cui la lontananza non spegne il desiderio ma lo affina. Il poeta immagina la donna nella sua giornata, si chiede che cosa stia facendo in quel momento, trasforma i dettagli più semplici in occasioni di tenerezza. L'amore, in questi versi, è una forma di resistenza: finché si è capaci di amare, nessun muro può davvero imprigionare.
Celebre è anche la poesia che in italiano si conosce come Il più bello dei mari. Il suo pensiero, raccontato con parole nostre, è che le cose migliori non stanno alle nostre spalle ma davanti: il mare più bello è quello che non abbiamo ancora attraversato, il figlio più bello deve ancora crescere, i giorni più belli devono ancora venire. Letta alla luce della biografia del poeta, è una dichiarazione di speranza che non ignora la realtà, la sfida.
Altrettanto amata è la poesia che Hikmet dedicò al vivere, nota in italiano con titoli come Alla vita o Sul vivere. Qui il poeta invita a prendere l'esistenza sul serio, con la stessa intensità con cui la vive uno scoiattolo, senza cercare altrove il suo significato. E aggiunge un'immagine indimenticabile: anche in tarda età bisognerebbe essere capaci di piantare un albero di ulivo, non per lasciarlo ai figli, ma perché, pur avendo paura della fine, non le si concede l'ultima parola, e sulla bilancia la vita continua a contare di più. È una lezione che parla direttamente alle nostre esistenze distratte: vivere sul serio non significa vivere in modo cupo, ma dare peso a ogni gesto.
Neruda, l'amore e le cose semplici
Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, nacque nel 1904 a Parral, nel sud del Cile. Non aveva ancora compiuto vent'anni quando pubblicò, nel giugno 1924, Venti poesie d'amore e una canzone disperata, una raccolta che lo rese celebre in tutto il mondo di lingua spagnola e che ancora oggi è fra i libri di poesia più letti di sempre. In quelle pagine l'amore è giovane, sensuale, attraversato dalla malinconia: il corpo dell'amata si confonde con la terra e il paesaggio, e la fine della passione lascia un vuoto struggente.
Con gli anni la poesia amorosa di Neruda si fa più matura e luminosa. Nel 1952 pubblica in forma anonima, a Napoli, I versi del Capitano, dedicati a Matilde Urrutia, la donna che sarebbe diventata la compagna della sua vita. Il legame con l'Italia non è casuale: in quel periodo il poeta, esule per ragioni politiche, aveva trovato ospitalità a Capri, esperienza che il cinema ha poi trasfigurato liberamente nel film Il postino. A Matilde è dedicata anche la raccolta Cento sonetti d'amore, del 1959, in cui l'amore non è più soltanto passione ma anche quotidianità condivisa, casa, cucina, mattine e notti vissute insieme.
C'è poi un altro Neruda, meno noto al grande pubblico ma prezioso, quello delle Odi elementari, uscite nel 1954. Qui il poeta canta le cose più umili, come la cipolla o il pomodoro, e nelle raccolte di odi che seguirono continuerà a farlo con altri oggetti quotidiani. È un gesto di amore verso il mondo materiale, un invito a guardare con meraviglia ciò che di solito diamo per scontato. La bellezza della vita, suggerisce Neruda, non sta in qualcosa di straordinario e lontano, ma nell'attenzione con cui guardiamo ciò che abbiamo sotto gli occhi.
Neruda ricevette il Premio Nobel per la letteratura nel 1971 e morì a Santiago il 23 settembre 1973, pochi giorni dopo il colpo di Stato che rovesciò il governo di Salvador Allende. Le sue memorie, uscite postume con il titolo Confesso che ho vissuto, riassumono fin dal titolo il senso di un'esistenza spesa interamente.
Che cosa ci insegnano
Messi uno accanto all'altro, Hikmet e Neruda ci consegnano una lezione comune. La prima riguarda l'amore, che entrambi intendono non come un rifugio dalla realtà, ma come un modo più intenso di abitarla. Si ama nonostante il carcere, l'esilio, la paura, e proprio amando si resta umani. La seconda riguarda la vita, che va presa sul serio senza diventare pesante, celebrata nelle sue cose minime, difesa anche quando sembra non offrire motivi per farlo.
In un tempo che tende a rimandare la felicità a un futuro sempre più lontano o a inseguirla in esperienze sempre più straordinarie, la voce di questi due poeti ci riporta all'essenziale. Ci ricorda che si può piantare un ulivo a qualunque età, che il mare più bello è ancora da attraversare, che una cipolla sul tavolo di cucina può contenere tutta la luce del mondo. Leggerli, o rileggerli, è un modo per ritrovare quella fiducia nella vita che le loro parole hanno saputo custodire attraverso le prove più dure.