Da Schopenhauer a Seneca: le frasi che ci insegnano solitudine e relazioni autentiche
Viviamo nell'epoca più connessa della storia, eppure la solitudine è diventata una delle parole chiave del nostro tempo. Possiamo comunicare in ogni momento con centinaia di persone, ma spesso ci sentiamo soli proprio in mezzo agli altri. Allo stesso tempo, l'idea di stare davvero da soli, senza schermi né distrazioni, ci appare quasi insopportabile. È una doppia contraddizione che due grandi pensatori, lontanissimi nel tempo, hanno saputo leggere con straordinaria precisione: Lucio Anneo Seneca, filosofo stoico della Roma del primo secolo, e Arthur Schopenhauer, il filosofo tedesco dell'Ottocento noto per il suo pessimismo. Le loro pagine, rilette oggi, offrono una via d'uscita molto concreta.
Entrambi partono da un'idea che a prima vista può sembrare scomoda: le relazioni autentiche nascono soltanto da una buona relazione con se stessi. Chi non sa stare solo, chi fugge continuamente dalla propria compagnia, finisce per cercare negli altri non un incontro, ma un riempitivo. E una relazione costruita per riempire un vuoto difficilmente sarà libera e profonda.
Seneca e l'arte di appartenersi
Le Lettere a Lucilio, scritte negli ultimi anni di vita del filosofo, sono uno dei testi più intimi della letteratura antica. Seneca vi si rivolge a un amico più giovane e lo accompagna, lettera dopo lettera, in un percorso di crescita interiore. Fin dalla prima lettera c'è un invito che riassume tutto il suo pensiero: vindica te tibi, rivendica te stesso a te stesso. Significa riprendersi il proprio tempo, sottrarlo a chi ce lo ruba e alle occupazioni inutili in cui lo disperdiamo, per restituirlo alla propria vita.
Nella seconda lettera Seneca mette in guardia dalla dispersione con una formula fulminante: nusquam est qui ubique est, chi è dappertutto non è da nessuna parte. Il filosofo si riferisce alle letture disordinate e ai continui viaggi, ma la frase si adatta perfettamente alla nostra condizione di persone sempre raggiungibili, sempre altrove con la mente. Chi vive frammentato in mille contatti superficiali finisce per non essere presente in nessuno di essi.
Nella settima lettera il discorso si fa ancora più esplicito. Seneca consiglia a Lucilio di evitare la folla, perché il contatto con la massa rende peggiori, e gli indica una regola d'oro: «Ritirati in te stesso quanto più puoi; frequenta quelli che ti renderanno migliore, accogli quelli che tu puoi rendere migliori». Non è un elogio dell'isolamento, ma un criterio per scegliere. Il ritiro in se stessi non esclude gli altri: serve a selezionare le relazioni che fanno crescere, sia noi sia chi ci sta accanto. È una reciprocità che oggi suona quasi rivoluzionaria, in un tempo in cui i rapporti vengono spesso valutati in base a ciò che ci danno.
Per Seneca, infatti, l'amicizia è uno dei beni più alti. Nella terza lettera raccomanda di decidere ogni cosa insieme all'amico, ma prima di decidere sull'amico stesso: occorre valutare con cura a chi concedere la propria fiducia, e poi concederla senza riserve. Nella nona lettera riporta una massima del filosofo Ecatone che è diventata proverbiale: si vis amari, ama, se vuoi essere amato, ama. L'amicizia autentica non è un investimento in vista di un vantaggio, ma un fine in sé, e chi la cerca soltanto per tornaconto, avverte Seneca, la perderà al primo cambiamento di fortuna.
Schopenhauer e la distanza giusta
Quasi diciotto secoli dopo, Arthur Schopenhauer riprende questi temi con un tono più amaro ma non meno illuminante. Negli Aforismi sulla saggezza del vivere, che fanno parte dei Parerga e paralipomena pubblicati nel 1851, il filosofo dedica pagine intense alla solitudine, che considera una condizione necessaria per chiunque voglia pensare con la propria testa. Una delle sue frasi più note, nel quinto capitolo dell'opera, suona così: «Chi non ama la solitudine non ama la libertà, perché non si è liberi che essendo soli».
Per Schopenhauer la socievolezza è spesso una fuga. Molte persone cercano compagnia non perché amino davvero gli altri, ma perché non sopportano la propria interiorità, e la noia che provano quando restano sole. Chi possiede una vita interiore ricca, al contrario, ha meno bisogno degli altri, e proprio per questo può incontrarli in modo più libero, senza dipendenza. È una visione severa, che a tratti sconfina nella misantropia, ma contiene una verità difficile da negare: solo chi sa stare con se stesso può scegliere davvero con chi stare.
A Schopenhauer si deve anche una delle immagini più belle sulla vita sociale, la cosiddetta parabola dei porcospini, contenuta nel secondo volume dei Parerga e paralipomena. In una fredda giornata d'inverno, racconta il filosofo, un gruppo di porcospini si stringe per scaldarsi a vicenda, ma gli aculei li costringono ad allontanarsi. Il freddo li spinge di nuovo ad avvicinarsi, e di nuovo gli aculei li feriscono. Dopo vari tentativi trovano una distanza moderata, che permette loro di scaldarsi senza farsi troppo male. Gli esseri umani, conclude Schopenhauer, si comportano allo stesso modo: il vuoto interiore li spinge gli uni verso gli altri, ma i difetti reciproci li respingono, e la cortesia e le buone maniere non sono altro che quella distanza di sicurezza.
Una lezione per il nostro tempo
Che cosa possiamo imparare oggi da questi due pensatori così diversi? La prima lezione è che la solitudine non è un nemico. Esiste una solitudine subita, fatta di abbandono e isolamento, che merita attenzione e cura. Ma esiste anche una solitudine scelta, uno spazio di libertà in cui ritrovarsi, pensare, ascoltarsi. Coltivare questa seconda forma è il modo migliore per difendersi dalla prima.
La seconda lezione riguarda la qualità dei legami. Seneca ci invita a frequentare chi ci rende migliori e a fare lo stesso per gli altri; Schopenhauer ci ricorda che ogni relazione ha bisogno della sua distanza giusta, né troppo vicina né troppo lontana. Entrambi ci suggeriscono che le relazioni autentiche non nascono dal bisogno di colmare un vuoto, ma dal desiderio di condividere una pienezza.
La terza lezione, forse la più attuale, riguarda l'attenzione. Chi è dappertutto non è da nessuna parte, scriveva Seneca, e la sua frase sembra pensata per chi vive diviso fra mille conversazioni digitali. Recuperare la capacità di stare con se stessi significa anche recuperare la capacità di stare davvero con gli altri, di essere presenti a un amico, a una persona amata, a una conversazione. È un esercizio semplice e difficile insieme, che richiede di spegnere qualcosa per accendere altro. Ma è anche, a guardar bene, il primo passo verso una vita più libera e più piena.