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Davide Enia: le 5 domande sulla natura umana nel romanzo Le bestie

Mario Macaluso 24.10.2026 6 min di lettura
Davide Enia: le 5 domande sulla natura umana nel romanzo Le bestie
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Ci sono romanzi che si leggono in una sera e romanzi che chiedono di essere abitati. Le bestie, il nuovo libro di Davide Enia pubblicato da Sellerio, appartiene senza dubbio alla seconda famiglia: oltre settecento pagine che attraversano quasi due secoli di storia siciliana e italiana, con Palermo come centro di gravità e il Mediterraneo come orizzonte. Enia, nato nel capoluogo siciliano nel 1974, drammaturgo e attore prima ancora che romanziere, torna alla narrativa con un'opera corale che mescola guerre, mafia, repressione politica e migrazioni, e lo fa seguendo un'idea precisa del tempo: non una linea retta che avanza verso il progresso, ma un cerchio in cui il passato anticipa il presente e il presente rimanda al passato.

Il titolo è già una dichiarazione d'intenti. Le bestie del romanzo non sono soltanto gli animali, ma la parte più primitiva degli esseri umani, quella che riemerge quando la fame, la paura e la violenza spazzano via le regole del vivere civile. Da qui nascono le grandi domande che attraversano il libro, e che vale la pena seguire una per una.

Che cosa resta dell'uomo quando la guerra lo riduce a sopravvivere?

La prima domanda prende corpo nella figura di Umbertino, pugile e poi maestro di boxe, che sopravvive ai bombardamenti su Palermo e porta con sé, per tutta la vita, il peso di ciò che ha visto. Il ring diventa per lui una scuola di resistenza: si incassa, si cade, ci si rialza. Ma la boxe, nelle pagine di Enia, non è solo metafora sportiva. È il modo in cui un uomo impara a convivere con la violenza senza farsene divorare, a combattere col sorriso anche quando il senso di colpa gli scava dentro. La guerra, nel romanzo, non finisce mai davvero: cambia volto, si sposta, ma continua a lavorare nei corpi e nelle memorie di chi l'ha attraversata. E la domanda resta aperta: fino a che punto si può restare umani quando tutto intorno spinge verso l'istinto più elementare, quello di salvarsi a ogni costo?

Si può essere fedeli a se stessi dentro una legge criminale?

Il secondo interrogativo ha il volto di una donna, chiamata la Turca, inserita nel mondo mafioso e capace di rispettarne le regole fino in fondo. È una figura scomoda e potente, perché ribalta lo sguardo consueto sulla criminalità organizzata: non la vittima né la spettatrice, ma una protagonista che lotta per sopravvivere in un universo maschile governato dalla logica del branco. Enia non la assolve e non la condanna in modo sbrigativo. La mette davanti al lettore con tutta la sua complessità, costringendolo a chiedersi che cosa significhi davvero la lealtà quando il codice a cui si giura fedeltà è quello di Cosa Nostra. La domanda, in fondo, riguarda tutti: quanto delle nostre scelte nasce da noi e quanto dalle regole del gruppo a cui apparteniamo?

Chi difende la giustizia quando lo Stato è colluso?

Con Menico Carabillò il romanzo entra nel territorio più politico. Reduce della Grande Guerra, abile nel leggere indizi e tracce, Carabillò lavora in questura e scopre la collusione tra l'istituzione che dovrebbe garantire l'ordine e la mafia che quell'ordine lo corrode. È un personaggio che non perdona, e proprio per questo diventa il testimone di una frattura che la Sicilia e l'Italia conoscono bene. Accanto a lui compare un prete influente che lo incarica di ricomporre un manoscritto oscuro e profetico, disperso per l'isola: una ricerca che dà al romanzo una tensione quasi da indagine e che lega il destino dei singoli a un sapere antico e inquietante. La domanda che ne nasce è amara: a chi si rivolge un cittadino onesto quando il male indossa la divisa di chi dovrebbe combatterlo?

La storia si ripete o siamo noi a non imparare?

È forse l'interrogativo più ambizioso del libro. L'arco narrativo è vastissimo, dall'Ottocento fino ai giorni nostri, e tocca episodi che hanno segnato la memoria collettiva: la strage del pane del 1944 a Palermo, la guerra di mafia, i fatti del G8 di Genova del 2001, le traversate dei migranti nel Mediterraneo. Messi uno accanto all'altro, questi eventi smettono di essere capitoli separati di un manuale e diventano variazioni dello stesso tema. Il tempo circolare scelto da Enia non è un artificio letterario fine a se stesso: è una tesi sulla storia. Le stesse pulsioni, la stessa brutalità, gli stessi abusi di potere tornano a distanza di decenni, con nomi diversi ma con una logica identica. Chi conosce il lavoro dell'autore, che negli anni ha raccontato gli sbarchi a Lampedusa e la tragedia delle migrazioni, ritrova qui un filo che non si è mai spezzato, ma che ora si allunga all'indietro fino a mostrare radici profonde.

Che cosa può l'arte davanti al male?

A tenere insieme le vicende c'è una figura sorprendente: Carbone, artista circense geniale, i cui numeri accompagnano il racconto come un controcanto. In un libro così denso di sangue e di dolore, la presenza del circo potrebbe sembrare un dettaglio eccentrico. È invece una chiave di lettura. Il saltimbanco, l'acrobata, l'uomo di spettacolo sono da sempre coloro che stanno ai margini e che, proprio da lì, riescono a mostrare la verità del mondo. Carbone incarna la possibilità di guardare il male senza esserne inghiottiti, di rispondere alla ferocia con la bellezza di un gesto. Non a caso il romanzo alterna alla narrazione in prima persona intermezzi lirici e riflessioni esistenziali, come se il racconto avesse bisogno di prendere fiato per non soccombere. L'idea che attraversa tutto il libro è che il male vada affrontato con fierezza e con dignità, e l'arte è uno dei modi per farlo.

Le bestie è un romanzo impegnativo, che chiede tempo e attenzione, ma restituisce al lettore qualcosa di raro: la sensazione di aver attraversato un intero mondo e di averne compreso il meccanismo nascosto. Enia porta nella pagina la sua esperienza di uomo di teatro, la capacità di dare voce a molti personaggi e di farli parlare con la lingua viva della strada, e la unisce a una costruzione storica solida, completata da una cronologia e da una sezione dedicata alle fonti. Il risultato è un libro che parla della Sicilia ma non è un libro soltanto siciliano, perché le domande che pone sulla natura umana riguardano chiunque. Che cosa ci rende bestie, e che cosa ci impedisce di diventarlo del tutto: è questa la sfida che Enia lancia ai suoi lettori, senza offrire risposte facili ma lasciando, pagina dopo pagina, la possibilità di cercarle.

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