Deborah Levy: le 3 donne del suo ultimo romanzo che cercano la libertà nella Parigi degli artisti
C'è una Parigi che non smette di esercitare il suo richiamo sugli scrittori: quella dei primi decenni del Novecento e delle avanguardie, la Parigi di Gertrude Stein e del ritratto che le dipinse Picasso. Deborah Levy torna in quella città, ma la guarda con gli occhi di oggi, e ne ricava il suo nuovo libro, Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein, arrivato in libreria il 20 ottobre 2026 per NN Editore, la casa che in Italia ha già pubblicato la sua trilogia autobiografica e L'uomo che aveva visto tutto.
L'edizione originale, My Year in Paris with Gertrude Stein, è uscita in primavera nel Regno Unito per Penguin e a giugno negli Stati Uniti per Farrar, Straus and Giroux. Levy non lo definisce un romanzo ma, con una scelta significativa, «a fiction»: un racconto che mescola invenzione narrativa, biografia letteraria e saggio, e che rifiuta di farsi chiudere dentro un genere. È una scelta coerente con il soggetto: Stein definiva la propria scrittura «chiara come il fango».
La storia si svolge in un solo mese, il novembre del 2024, in una Parigi attraversata dalle luci di Natale che si accendono nei quartieri, dalle notizie delle elezioni americane, dal restauro di Notre-Dame e dalle guerre che scorrono sugli schermi dei telefoni. Al centro ci sono tre donne, diverse per età, lingua e mestiere, che cucinano insieme, camminano, leggono e discutono fino a tarda notte. Ognuna, a suo modo, cerca uno spazio in cui vivere secondo le proprie regole. E a tenerle legate, quasi per caso, c'è un gatto scomparso.
La narratrice, una scrittrice inglese sulle tracce di Gertrude Stein
La voce che racconta non ha nome. È una scrittrice britannica affermata, divorziata, arrivata da Londra con un compito preciso: scrivere un saggio su Gertrude Stein. La domanda che la muove è semplice solo in apparenza, e riguarda che cosa Stein volesse che le parole facessero e che cosa le parole abbiano fatto per lei. Ma l'oggetto le sfugge. Ha la sensazione di sapere troppo su Stein e, insieme, di non sapere nulla. The Making of Americans, l'opera monumentale della scrittrice americana, rischia di travolgerla, e lei arriva a dire che la sua vita viene rovinata da Gertrude.
Intorno al lavoro di ricerca si apre però una vita nuova. La narratrice va a cercare la tomba di Stein nel cimitero del Père-Lachaise sotto la pioggia, prova le ricette del libro di cucina di Alice B. Toklas, la compagna di una vita che rese possibile l'esistenza pubblica della scrittrice, dal brandy alla pesca al gazpacho. Ripercorre gli studi di Stein con William James, gli anni a Montparnasse con il fratello Leo e la rottura definitiva con lui, il successo arrivato soltanto a quasi sessant'anni con l'Autobiografia di Alice B. Toklas, un libro di cui Stein finì quasi per vergognarsi perché troppo comprensibile.
Ricostruire la vita di un'altra donna diventa per la narratrice un modo per interrogare la propria. Che cosa costa diventare moderni, chiede il libro, e che cosa significa ricominciare in un paese straniero, con l'ansia e l'incertezza che ne derivano? È la stessa domanda che attraversa da anni la scrittura di Levy: come si costruisce un'esistenza degna di essere vissuta, e quanto coraggio serve per diventare protagoniste della propria vita.
Eva, l'artista che parla cinque lingue e ha perso il suo gatto
Eva è la nuova amica parigina della narratrice. Vive in un piccolo studio in rue des Trois Portes, a due minuti a piedi dalla Senna e da Notre-Dame. Ha i capelli neri della madre spagnola e gli occhi azzurri del padre danese, ha studiato in una prestigiosa scuola d'arte di Berlino e lavora a un romanzo grafico. Parla danese, spagnolo, francese, tedesco e inglese. È lei a richiamare più direttamente la Parigi degli atelier in cui Stein aveva costruito il suo mondo.
La sua è anche una libertà ferita. Il marito vive a Seattle, il loro è un matrimonio a distanza, ed Eva dice di sentire di averlo perso. Poi scompare il gatto, nero con la pancia e le zampe bianche e un orecchio più piccolo dell'altro. Le due donne bussano a tutte le porte della via. Eva lo chiama soltanto «it», come se rifiutasse di dargli un nome, e quell'animale che sfugge a ogni definizione diventa nel libro uno specchio della stessa Stein, impossibile da fissare in un'unica immagine.
Fanny, la finanziera che vive l'amore senza chiedere permesso
Fanny è l'unica francese del gruppo. Ha quarant'anni, lavora nella finanza e in quei giorni segue le elezioni americane per conto dei suoi clienti. Porta una cintura stretta sui fianchi sottili, dove infila spesso una sigaretta, e unghie decorate con brillanti. Cresciuta nella fede cattolica, conserva l'idea di un Dio che giudica, ma vive la propria vita affettiva e sessuale con una libertà dichiarata: quel mese divide le sue notti tra tre amanti, e la più amata si chiama Lucia.
È stata lei, una settimana prima della scomparsa, a ribattezzare il gatto di Eva con il nome di Bob, come a voler mettere ordine con un gesto pratico dove l'amica lasciava aperta l'ambiguità. Fanny è anche quella dei consigli concreti, dal casco alle bici elettriche noleggiate con le app. Se la scrittrice inglese cerca la libertà nelle parole ed Eva nell'arte, Fanny la pratica nel corpo e nelle scelte quotidiane, senza giustificarsi con nessuno.
Il libro di Levy non procede per svolte clamorose: somiglia a una ricerca che si allarga a cerchi, in cui la caccia a un gatto e l'indagine su una scrittrice enigmatica finiscono per assomigliarsi. Il passato di Stein, con i ritratti di Picasso e le fotografie di Man Ray, e il presente delle tre amiche convivono nella stessa inquadratura, e la domanda su come si possa rappresentare una persona senza ridurla a una sola versione di sé vale tanto per la scrittrice americana quanto per le donne che la leggono un secolo dopo. In mezzo resta il tema che Levy coltiva da sempre, l'amicizia come forma di libertà condivisa, il desiderio come energia che non chiede il permesso, e la scrittura come il luogo in cui una donna può finalmente decidere chi essere.