Dino Buzzati: i 3 inganni dell'attesa e del destino nel romanzo Il deserto dei Tartari
Pochi romanzi italiani del Novecento hanno saputo raccontare l'attesa come Il deserto dei Tartari. Dino Buzzati lo pubblicò nel 1940 e da allora il libro non ha mai smesso di trovare lettori, forse perché parla di un'esperienza che appartiene a tutti: aspettare che la vita cominci davvero, rimandando a un domani che sembra sempre a portata di mano. Lo scrittore bellunese, giornalista del Corriere della Sera, raccontò più volte che l'idea gli era nata dalla monotonia del lavoro notturno in redazione, dalla sensazione di vedere passare gli anni in attesa di un'occasione che non arrivava.
La storia è quella del tenente Giovanni Drogo, giovane ufficiale appena uscito dall'accademia, che viene destinato alla Fortezza Bastiani, un avamposto isolato ai confini di uno Stato mai nominato. Davanti alle mura si apre un deserto immenso, da cui un giorno, secondo una leggenda che nessuno ha mai verificato, potrebbero arrivare i Tartari. Drogo pensa di restare poco, ma la Fortezza lo trattiene per tutta la vita. Il romanzo si regge su tre inganni che si intrecciano e che Buzzati costruisce con una precisione quasi geometrica.
Il primo inganno: l'abitudine che si traveste da scelta
Appena arrivato, Drogo prova un senso di disagio. La Fortezza è severa, lontana dalla città, regolata da norme rigide e da rituali militari che sembrano privi di scopo. Chiede subito di andarsene, e il maggiore Matti gli propone una soluzione: restare quattro mesi e poi farsi trasferire con un certificato medico, senza danni per la carriera. Drogo accetta. Ma quando i quattro mesi scadono e il medico è pronto a firmare, il giovane tenente rinuncia. Qualcosa lo ha già catturato. Forse il paesaggio, forse la promessa di un evento straordinario, forse soltanto la paura di tornare in una città dove nessuno lo aspetta davvero. Dalla terrazza, al tramonto, il deserto sembra custodire un segreto che vale la pena di attendere.
Buzzati descrive con grande finezza questo meccanismo. Non è una decisione eroica né una vera convinzione: è l'abitudine che lentamente si insinua, la comodità dei gesti ripetuti, il fascino misterioso delle mura e di quel deserto silenzioso. Drogo crede di scegliere, in realtà si lascia scegliere. Lo scrittore lo avverte con una frase che pesa come un presagio: la fuga del tempo è cominciata e il giovane non se ne accorge. È il primo inganno del romanzo, il più sottile, perché si nasconde dietro l'apparenza della libertà.
Il secondo inganno: la speranza della gloria
Ciò che tiene in vita gli uomini della Fortezza è un sogno comune: che un giorno i nemici arrivino davvero e che la guarnigione possa finalmente dimostrare il proprio valore. Ognuno, a modo suo, vive in funzione di quell'ora. Il capitano Ortiz, che ha passato lì gran parte della sua esistenza, confessa a Drogo di avere aspettato per anni e di aspettare ancora. Il sergente maggiore Tronk incarna invece la devozione assoluta al regolamento, come se l'ordine perfetto potesse dare senso a un'attesa infinita.
Il romanzo mette in scena episodi che mostrano quanto questa speranza sia fragile e insieme crudele. Il soldato Lazzari, uscito dalle mura per recuperare un cavallo, viene ucciso dalla sentinella perché al ritorno non conosce la parola d'ordine: la legge della Fortezza vale più della vita di un uomo. Il tenente Angustina, durante una spedizione per segnare il confine sulle montagne, muore assiderato pur di non perdere la propria eleganza davanti agli ufficiali dello Stato vicino. Più avanti il tenente Simeoni crede di vedere luci in movimento nel deserto, poi lavori di costruzione di una strada, e per un momento tutti si convincono che l'attacco sia vicino. Ma la speranza si spegne di nuovo, e ogni volta lascia i soldati più vecchi e più soli.
Il terzo inganno: il destino che arriva in ritardo
Gli anni passano e Drogo li vede scorrere quasi senza rendersene conto. Durante una licenza torna in città e scopre che la vita è andata avanti senza di lui. La madre si è abituata alla sua assenza, gli amici hanno fatto carriera o si sono sposati, Maria, la ragazza che forse avrebbe potuto amare, si è allontanata. Tra loro non c'è una rottura, solo una distanza fatta di parole non dette. Drogo capisce di non appartenere più a quel mondo e chiede un trasferimento, che gli viene negato. Torna alla Fortezza, e la Fortezza si richiude su di lui.
L'inganno più crudele arriva alla fine. Quando Drogo è ormai anziano e malato, i nemici si muovono davvero: dal deserto avanzano truppe e artiglierie, la guerra tanto attesa sta per cominciare. Proprio allora il comandante Simeoni, l'antico compagno diventato suo superiore, lo fa allontanare per lasciare spazio ai reparti in arrivo. Drogo lascia la Fortezza in carrozza, nel momento esatto in cui il suo sogno si compie, e si ferma a morire in una locanda lungo la strada. Il destino gli ha concesso ciò che desiderava, ma nel momento sbagliato. Altri, più giovani, raccoglieranno la gloria per cui lui ha sacrificato tutto.
Eppure Buzzati non chiude il libro sulla disperazione. Nella stanza della locanda, solo e lontano da tutto, Drogo comprende che la vera battaglia è un'altra: affrontare la morte con dignità, senza testimoni e senza gloria. È lì che trova il coraggio che aveva atteso per tutta la vita, e accoglie la fine con un sorriso. La sua sconfitta diventa così, paradossalmente, una forma di vittoria interiore.
Il deserto dei Tartari è stato letto in molti modi: come allegoria della condizione umana, come critica della vita militare, come ritratto di un'Italia sospesa alla vigilia della guerra, come meditazione sul tempo vicina a Kafka. Nel 1976 Valerio Zurlini ne trasse un film con un cast internazionale. Ma ciò che rende il romanzo ancora così potente è la sua capacità di parlare al lettore di oggi, che forse non vive in una fortezza di confine ma conosce bene l'attesa di un cambiamento, di un lavoro migliore, di una svolta che dia senso agli anni. Buzzati ci ricorda che la vita non comincia domani, e che il tempo speso ad aspettare è comunque il nostro tempo.