Scrittura senza anestesia22.10.2026
IL BLOGDIMARIO

Storia, società e cultura controcorrente

Fëdor Dostoevskij: i 3 grandi interrogativi dei Fratelli Karamazov che mettono sotto accusa Dio, la giustizia e la coscienza umana

Mario Macaluso 22.10.2026 6 min di lettura
Fëdor Dostoevskij: i 3 grandi interrogativi dei Fratelli Karamazov che mettono sotto accusa Dio, la giustizia e la coscienza umana
Condividi
Facebook WhatsApp

Quando I fratelli Karamazov comincia a uscire a puntate sul «Messaggero russo», nel 1879, Fëdor Dostoevskij è uno scrittore celebre, malato e consapevole di avere poco tempo. Il romanzo si chiude nel 1880; pochi mesi dopo, all'inizio del 1881, l'autore muore a San Pietroburgo. Quello che doveva essere il primo volume di un progetto più ampio è rimasto così il suo testamento: un'opera enorme, costruita attorno a un parricidio, che però parla soprattutto d'altro.

La trama, in apparenza, è quella di un romanzo giudiziario. Fëdor Pavlovič Karamazov, padre dissoluto e avido, viene ucciso nella sua casa. I sospetti cadono sul figlio maggiore, Dmitrij, che con il padre litigava per denaro e per una donna, Grušen'ka. Accanto a lui ci sono Ivan, l'intellettuale ateo, e Alëša, il più giovane, novizio in un monastero sotto la guida dello starec Zosima. E nell'ombra c'è Smerdjakov, il servo che tutti considerano figlio illegittimo del vecchio Karamazov.

Su questa struttura Dostoevskij innesta le domande che lo avevano tormentato per tutta la vita. Tre, in particolare, attraversano il libro e continuano a interrogare il lettore di oggi con la stessa forza di allora.

1. Si può accettare un Dio che permette la sofferenza degli innocenti?

Il cuore teorico del romanzo è il dialogo in una trattoria tra Ivan e Alëša, nei capitoli che Dostoevskij raccoglie sotto il titolo «Pro e contra». Ivan non nega l'esistenza di Dio con argomenti da manuale. Fa qualcosa di più radicale: ammette che Dio possa esistere, ma rifiuta il mondo che ha creato. E per spiegarsi non usa la filosofia, bensì un elenco di fatti. Bambini torturati, maltrattati dai genitori, uccisi per crudeltà. Su tutti spicca la storia del generale che, per punire un bambino servo colpevole di aver ferito per gioco uno dei suoi cani, lo fa sbranare dalla muta davanti alla madre.

Di fronte a quel dolore, Ivan sostiene che nessuna armonia futura, nessuna riconciliazione finale potrà mai giustificarlo. Se il prezzo dell'ordine universale è la lacrima di un bambino, quel prezzo è troppo alto. Per questo, dice, non rifiuta Dio ma gli restituisce, con rispetto, il biglietto d'ingresso. È una delle pagine più potenti mai scritte contro la teodicea, e il fatto che a scriverla sia un credente tormentato come Dostoevskij la rende ancora più inquietante. L'autore non offre ad Alëša una confutazione: il giovane risponde con un gesto, non con un ragionamento. La risposta, se c'è, il romanzo la affida all'intero libro, e in particolare alla figura di Zosima.

2. L'uomo vuole davvero la libertà o preferisce essere governato?

Dallo stesso dialogo nasce il racconto più famoso del romanzo, il «poema» che Ivan ha immaginato e che chiama Il Grande Inquisitore. Siamo a Siviglia, nel Cinquecento, nei giorni più bui dell'Inquisizione. Cristo torna sulla terra, viene riconosciuto dalla folla e subito arrestato per ordine di un vecchio cardinale. Nella notte, l'Inquisitore va a trovarlo in cella e gli rivolge un lungo atto d'accusa.

La colpa di Cristo, secondo il vecchio, è aver sopravvalutato gli uomini. Respingendo le tentazioni nel deserto, ha voluto lasciarli liberi di credere senza costrizioni, senza prodigi, senza un potere che li sfamasse in cambio dell'obbedienza. Ma la libertà, sostiene l'Inquisitore, è un peso che la maggioranza non sa portare. Gli uomini chiedono pane, certezze e qualcuno davanti a cui inchinarsi. La Chiesa ha corretto l'opera di Cristo fondandosi su miracolo, mistero e autorità, e ha reso gli uomini felici togliendo loro la responsabilità di scegliere.

Cristo ascolta in silenzio per tutto il tempo. Alla fine non risponde: si avvicina al vecchio e lo bacia. L'Inquisitore apre la porta e lo lascia andare, ordinandogli di non tornare mai più. Quel bacio è uno dei finali più discussi della letteratura, e la domanda resta intatta. Il Novecento, con i suoi regimi che promettevano sicurezza in cambio della libertà, ha dato a queste pagine un'attualità che Dostoevskij poteva solo intuire.

3. Chi è davvero colpevole quando un delitto viene commesso?

La terza domanda è quella che lega la filosofia alla trama. Ivan ha teorizzato che, senza Dio e senza immortalità, nulla sarebbe proibito. Smerdjakov, che lo ascolta e lo ammira, prende sul serio quell'idea. È lui ad aver ucciso il vecchio Karamazov, e nei drammatici colloqui con Ivan glielo dice apertamente: tu me l'hai insegnato, tu lo volevi, io l'ho soltanto fatto. Ivan non ha alzato un dito, eppure scopre di non essere innocente. Il peso di questa complicità lo trascina verso il delirio, fino alla celebre allucinazione in cui gli compare un diavolo meschino e salottiero, che gli restituisce in forma grottesca i suoi stessi pensieri.

Intanto la giustizia degli uomini fa il suo corso e sbaglia. Smerdjakov si toglie la vita alla vigilia del processo, la testimonianza confusa di Ivan non viene creduta, e Dmitrij viene condannato per un delitto che non ha commesso. Eppure proprio lui, il più impulsivo e disordinato dei fratelli, accetta la condanna come un'occasione di espiazione: aveva desiderato la morte del padre, e sente di dover pagare per quel desiderio. In un sogno vede un bambino affamato in un villaggio bruciato e si domanda perché esista tanta miseria, sentendosene in qualche modo responsabile.

È qui che risuona l'insegnamento di Zosima, secondo cui ciascuno è colpevole di tutto davanti a tutti. Non è una formula di autoaccusa morbosa, ma l'idea che nessuno possa chiamarsi fuori dal male del mondo. Dove la legge cerca un solo colpevole, Dostoevskij mostra una rete di responsabilità che coinvolge chi agisce, chi pensa, chi desidera e chi tace.

Il romanzo non si chiude in tribunale, ma vicino a una pietra, dopo il funerale di Iljuša, un ragazzo povero e malato la cui storia corre in parallelo a quella dei Karamazov. Alëša parla a un gruppo di ragazzi e chiede loro di ricordare quel giorno e il bene che hanno provato insieme. È una risposta minima e concreta alla grande ribellione di Ivan: non una dimostrazione, ma una promessa di fedeltà reciproca.

Dostoevskij non ha scritto un trattato, e per questo i suoi interrogativi non invecchiano. Ha lasciato le ragioni dell'accusa nella loro forma più forte, senza indebolirle per comodità, e ha affidato la difesa a gesti, volti, scelte personali. Chi apre oggi I fratelli Karamazov si trova davanti alle stesse domande dei primi lettori. E scopre che la risposta, se esiste, non sta in una pagina, ma in come ciascuno decide di vivere.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
Torna agli articoli