Dove cerchi la felicità? I posti sbagliati secondo Alessandro Manzoni
C'è una domanda che attraversa tutti I promessi sposi senza mai essere pronunciata apertamente: dove si va a cercare la felicità? Alessandro Manzoni non risponde con un trattato di morale, ma con una galleria di personaggi che la inseguono nei posti sbagliati. C'è chi la cerca nel potere, chi nella rispettabilità del proprio rango, chi in una tranquillità difesa a qualunque prezzo, chi nell'entusiasmo della folla. Rileggere il romanzo con questa domanda in mente significa scoprire che, a quasi due secoli dall'edizione definitiva uscita a dispense tra il 1840 e il 1842, quei posti sbagliati sono ancora gli stessi che frequentiamo noi.
Il potere: l'illusione di Don Rodrigo e dell'Innominato
Il primo indirizzo sbagliato è il più evidente. Don Rodrigo non ama Lucia: la vuole perché ha fatto una scommessa con il cugino Attilio e perché un signorotto del Seicento non può tollerare che una ragazza di paese gli resista. Tutta la sua storia è il ritratto di un uomo che confonde la soddisfazione del capriccio con la felicità. Alla fine quel potere esibito con i bravi e con le minacce non lo salva da nulla. Renzo lo ritroverà nel lazzaretto di Milano, consumato dalla peste, su un pagliericcio come tanti altri.
Più profonda è la parabola dell'Innominato, l'uomo che ha fatto del potere assoluto la propria ragione di vita. Manzoni lo descrive temuto da tutti, eppure roso da un'inquietudine che cresce con gli anni. È proprio quando ha in mano tutto, compresa la sorte di Lucia rapita, che il suo castello diventa una prigione interiore. Basta una frase della ragazza, «Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!», per aprire la notte d'angoscia del capitolo XXI, quella in cui l'uomo che possedeva tutto scopre di non possedere niente. La felicità, per lui, comincerà solo il giorno dopo, nell'incontro con il cardinale Federigo Borromeo, quando smetterà di comandare e accetterà di cambiare.
Le apparenze: Gertrude e la gabbia del rango
La monaca di Monza è il personaggio più tragico del romanzo proprio perché il posto sbagliato non l'ha scelto lei. Figlia di un principe, destinata al convento fin dalla nascita per non disperdere il patrimonio che spettava al primogenito, Gertrude cresce dentro un sistema di attese, di pressioni e di ricatti affettivi. Le insegnano che il suo valore sta nella posizione, ed è in quella dignità di facciata che lei cerca un compenso a una vita che non ha voluto.
Manzoni racchiude la sua caduta in tre parole rimaste celebri: «La sventurata rispose». Quando Egidio le rivolge la parola dal cortile vicino, Gertrude crede di trovare finalmente qualcosa di suo. Trova invece una spirale di colpe e di segreti. Il messaggio è severo e attualissimo: chi costruisce la propria felicità sull'immagine che gli altri hanno di lui, o sulla rivalsa contro quell'immagine, finisce per restarne prigioniero.
La sicurezza a ogni costo: la lezione di Don Abbondio
Poi c'è il posto sbagliato più comune, quello in cui forse ci rifugiamo tutti: la tranquillità. Don Abbondio non è cattivo, è soltanto un uomo che ha scelto di non avere fastidi. Manzoni lo presenta come un vaso di terra cotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, e per non rompersi accetta qualunque compromesso, compreso quello di negare un matrimonio a due giovani innocenti. Davanti al cardinale che lo rimprovera trova la sua giustificazione più sincera: «Il coraggio, uno non se lo può dare».
La sua felicità è tutta in negativo: stare bene significa non correre rischi. Ma è una felicità che non arriva mai, perché la paura non si placa con le concessioni, anzi si nutre di esse. Quando, alla fine del romanzo, la peste ha spazzato via Don Rodrigo, il curato tira un sospiro di sollievo e lo commenta con una frase che è insieme comica e amara: la peste è stata un gran flagello, ma anche una scopa. La sua serenità dipende dalla scomparsa del nemico, non da un cambiamento dentro di sé.
La folla: Renzo e l'ubriacatura di Milano
Anche il protagonista sbaglia indirizzo. Arrivato a Milano nei giorni dell'assalto ai forni, l'11 novembre 1628, Renzo si lascia prendere dall'entusiasmo della piazza. Si sente parte di qualcosa di grande, arringa gli sconosciuti, si convince che la giustizia stia per arrivare dal basso. La sera, all'osteria della Luna Piena, beve troppo e parla troppo, finché non rivela il proprio nome a chi non doveva. La mattina dopo viene arrestato e si salva solo grazie a un'altra folla, prima di fuggire oltre l'Adda.
Manzoni non condanna la rabbia per la fame, ma mostra quanto sia fragile la felicità che nasce dall'eccitazione collettiva: dura una notte, si confonde con il vino e lascia dietro di sé un mandato di cattura. Renzo imparerà a sue spese la differenza tra sentirsi forte in mezzo agli altri ed essere davvero libero.
Il posto giusto: far bene prima di star bene
Se questi sono i posti sbagliati, dove sta allora quello giusto? Manzoni lo affida a una frase dell'ultimo capitolo, che sembra quasi una massima di vita quotidiana: «Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». È il rovesciamento di tutte le strade precedenti. Gli altri pensavano prima di tutto a stare bene. I personaggi che trovano pace, invece, sono quelli che a un certo punto scelgono di fare il bene, anche quando costa.
Fra Cristoforo ne è l'esempio più chiaro. Da giovane ha ucciso un uomo, e ha passato il resto della vita a riparare. Nel lazzaretto spinge Renzo a perdonare Don Rodrigo morente e consegna ai due promessi il pane del perdono che custodiva da anni. La sua serenità dipende da ciò che dona.
E infatti il romanzo si chiude con una conclusione trovata da Renzo e Lucia, «povera gente», che Manzoni chiama il sugo di tutta la storia: i guai vengono spesso perché ci si è dato motivo, ma anche la condotta più prudente e più innocente non basta a tenerli lontani; quando arrivano, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore. Non è una promessa di felicità senza dolore. È l'idea, molto più adulta, che la felicità non sia un luogo in cui rifugiarsi, ma un modo di attraversare le cose. Ed è forse questa la domanda che Manzoni ci rimanda ancora oggi: stiamo cercando di star bene, o stiamo cercando di far bene?