Elsa Morante: i 5 drammi della guerra e della maternità nel romanzo La storia
Quando La storia uscì nel 1974, Elsa Morante volle che il romanzo arrivasse subito in edizione economica, a un prezzo accessibile, perché fosse letto da tutti e non solo dagli intellettuali. Il libro divenne un caso: vendette moltissimo, divise la critica, accese polemiche che oggi sembrano lontane ma che dicono molto di quanto quelle pagine colpissero nel segno. Morante raccontava la Seconda guerra mondiale dal basso, dal punto di vista di chi la subisce senza capirla, e lo faceva attraverso una donna sola e i suoi due figli, nella Roma degli anni più duri.
Ogni capitolo si apre con una cronaca asciutta dei grandi eventi dell'anno, la politica, le battaglie, le decisioni dei potenti. Poi lo sguardo scende nei quartieri popolari, dove quegli eventi si trasformano in fame, paura, lutto. È in questo contrasto che si rivela il senso del titolo: la Storia con la maiuscola schiaccia le storie minuscole delle persone. Al centro c'è Ida Ramundo, maestra elementare, vedova, timida e spaventata da tutto. Attraverso di lei Morante mette in scena cinque drammi che intrecciano la guerra e la maternità in modo indissolubile.
La violenza che genera una vita
Il romanzo comincia nel gennaio del 1941 con un episodio brutale. Gunther, un giovane soldato tedesco ubriaco e sperduto in una città che non conosce, segue Ida fino a casa, nel quartiere di San Lorenzo, e la violenta. Morante non lo descrive come un mostro, ma come un ragazzo spaesato a sua volta, destinato a morire poco dopo in guerra. È una scelta che rende la scena ancora più terribile, perché mostra come la violenza della guerra passi attraverso uomini qualunque.
Da quella violenza nasce Useppe, un bambino piccolissimo, venuto al mondo prima del tempo, con occhi azzurri pieni di stupore. Ida lo cresce in segreto, quasi vergognandosene all'inizio, poi con un amore totale. Il primo dramma del libro è dunque questo paradosso: una maternità nata dall'orrore che diventa l'unica fonte di luce in un mondo che crolla.
La casa distrutta dalle bombe
Il 19 luglio 1943 gli aerei alleati bombardano San Lorenzo. Ida e Useppe sopravvivono, ma la loro casa viene distrutta e con essa tutto ciò che possedevano. Le pagine dedicate al bombardamento sono tra le più intense del romanzo: la polvere, le macerie, la gente che vaga senza meta, Blitz, il cagnolino del figlio maggiore, che resta sotto le macerie insieme alla vecchia vita.
Senza più un tetto, madre e figlio finiscono in un camerone di sfollati a Pietralata, alla periferia della città, in mezzo a famiglie numerose, rumorose, disperate, che si dividono pochi metri di spazio, il cibo scarso e le notizie che arrivano dal fronte. Lì Useppe, ancora bambino, scopre il mondo con una curiosità che sembra immune dal dolore. Il secondo dramma è quello dello sradicamento, della perdita dello spazio domestico che per una madre significa perdere la possibilità stessa di proteggere.
La paura di essere ebrea
Ida porta dentro un segreto che la terrorizza: sua madre Nora era ebrea, e con le leggi razziali questa origine diventa una minaccia costante. Ida vive nel timore di essere scoperta, nasconde, tace, si fa piccola. Il 16 ottobre 1943, giorno della razzia nel ghetto di Roma, si ritrova alla stazione Tiburtina e assiste alla scena dei vagoni piombati carichi di deportati, da cui escono voci e lamenti.
È uno dei momenti più sconvolgenti del libro. Morante non trasforma Ida in un'eroina: la mostra impietrita, impotente, attraversata da un'angoscia che non trova parole. Il terzo dramma è quello di una madre che sa di poter essere colpita per ciò che è, e che deve proteggere un figlio da un pericolo invisibile e assurdo.
Il figlio che corre incontro alla guerra
Ninnuzzu, chiamato anche Nino, il figlio maggiore di Ida, è l'opposto della madre. Esuberante, ribelle, pieno di vita, all'inizio della guerra si entusiasma per il fascismo, poi si unisce ai partigiani, poi si getta nel contrabbando. Per lui la guerra è un'avventura, un'occasione di libertà. Ama il fratellino Useppe con una tenerezza spavalda e lo trascina nel suo mondo.
Ida non riesce a trattenerlo e vive nell'ansia continua per le sue sparizioni. Accanto a Nino compare anche Davide Segre, un giovane ebreo anarchico, segnato da ciò che ha visto, che finirà distrutto dall'alcol e dalla droga. Nel 1946, a guerra finita, Nino muore in un incidente mentre fugge dalla polizia. Il quarto dramma è quello di una madre che perde un figlio non sotto le bombe, ma quando la pace dovrebbe già averlo salvato.
Useppe e la fine di Ida
L'ultimo dramma è il più straziante. Useppe cresce fragile, e a poco a poco si manifestano gli attacchi di epilessia che lo tormentano. Il bambino trova conforto nella compagnia di Bella, la grande cagna pastore che era stata di Nino e che, dopo la sua morte, si prende cura di lui come una seconda madre, e nelle passeggiate lungo il fiume, dove scopre la bellezza del mondo con occhi incantati. Ida lo osserva con terrore, divisa tra il lavoro a scuola e la paura di lasciarlo solo, sapendo di non poterlo difendere da una malattia che nessuno sa curare.
Nel 1947 Useppe muore durante una crisi. Ida, quando lo trova, perde la ragione. Passerà gli ultimi anni della sua vita in un manicomio, chiusa in un silenzio da cui non uscirà più. La guerra, che l'aveva risparmiata sotto le bombe, le ha tolto tutto ciò che amava.
La storia è un romanzo enorme, generoso, a tratti insostenibile, che continua a interrogare i lettori. Morante non offre consolazioni facili: accusa la Storia di essere, come recita la frase posta sotto il titolo, uno scandalo che dura da diecimila anni. Ma accanto all'accusa c'è una tenerezza infinita per gli ultimi, per i bambini, per gli animali, per chi non ha voce. Ida e Useppe restano tra i personaggi più indimenticabili della letteratura italiana del Novecento, testimoni di una verità semplice: in ogni guerra, prima ancora dei soldati, pagano le madri e i figli.