Enrico Galiano: i 5 legami tra famiglia e memoria nel romanzo Quel posto che chiami casa
Ci sono romanzi che parlano di famiglia raccontando ciò che accade dentro una casa, e altri che lo fanno raccontando ciò che in quella casa non si dice. Quel posto che chiami casa, pubblicato da Garzanti e arrivato in libreria il 13 maggio 2025, appartiene alla seconda categoria. Enrico Galiano, insegnante di lettere in una scuola di periferia, nato a Pordenone e diventato in pochi anni uno degli autori più seguiti dai lettori giovani e non solo, costruisce una storia che ruota intorno a un lutto, a un segreto e a una domanda semplice e difficilissima: dove ci sentiamo davvero a casa?
La protagonista si chiama Vera. Da quando aveva quattro anni, cioè da quando suo fratello Cè è morto, ne sente la voce. Non è un ricordo sbiadito, ma una presenza viva, ironica e a tratti severa, che la accompagna e la mette continuamente in discussione. Il romanzo segue Vera nel momento in cui la sua vita arriva a un bivio, e lo fa intrecciando cinque legami che tengono insieme famiglia e memoria.
La voce di Cè, il fratello che non se ne è mai andato
Il primo legame è quello più sorprendente, perché unisce una ragazza viva e un fratello scomparso. La voce di Cè non è un espediente fantastico fine a sé stesso: è il modo in cui Galiano dà corpo alla memoria di un lutto mai elaborato fino in fondo. Cè parla, commenta, punzecchia, e costringe Vera a chiedersi chi sia davvero. L'autore ha spiegato che i due personaggi hanno un rapporto opposto con la solitudine e con il silenzio: lei li teme, lui li abita. È proprio in questo spazio vuoto che entrambi imparano a dare un nome alle proprie ferite. Il fratello morto diventa così, paradossalmente, la figura più presente della vita di Vera, quella con cui parla di più e da cui fa più fatica a separarsi.
I genitori e il peso del figlio perfetto
Il secondo legame è quello con i genitori, che nel romanzo non hanno nemmeno un nome, come se fossero soprattutto un ruolo, una presenza che pesa. Per loro Cè era il figlio perfetto, e Vera è cresciuta all'ombra di quell'immagine, misurandosi con un confronto impossibile da vincere, perché nessuno può competere con chi non c'è più e viene ricordato solo nelle sue qualità migliori. È una dinamica che molte famiglie conoscono, e Galiano la racconta senza trasformare i genitori in cattivi. Il loro errore, se di errore si può parlare, è quello di aver pensato che proteggere significhi nascondere. L'autore lo ha detto chiaramente parlando del libro: i figli hanno diritto alla verità, purché venga detta con delicatezza, e le bugie scoperte tardi possono segnare una vita.
Una facoltà scelta per confronto
Il terzo legame è quello tra Vera e il proprio futuro, ed è inevitabilmente intrecciato con il passato. Anche la decisione di studiare giurisprudenza le appare come l'ennesimo confronto con il fratello, una strada che forse non ha scelto davvero per sé. È uno dei passaggi in cui il romanzo parla più direttamente ai lettori giovani, quelli che si trovano a scegliere una facoltà o un lavoro e non sanno se stanno seguendo un desiderio proprio o le aspettative degli altri. Galiano, che ogni giorno passa le sue ore in classe con gli adolescenti, conosce bene questo smarrimento. Il bivio di Vera è anche un invito a chiedersi quanto della propria vita sia costruito per rispondere a qualcun altro, e quanto coraggio serva per cambiare direzione quando ci si accorge di aver sbagliato strada.
Gin, l'amica che tiene il filo del presente
Il quarto legame è quello con Gin, la migliore amica di Vera. In un romanzo dominato da un'assenza, l'amicizia rappresenta la presenza concreta, quotidiana, il contatto con il mondo dei vivi. Gin è il punto di riferimento che impedisce a Vera di chiudersi del tutto nel dialogo con la voce del fratello. Galiano attribuisce grande importanza a questi rapporti, perché sa che nella giovinezza gli amici diventano spesso una seconda famiglia, quella che si sceglie e che permette di guardare la propria storia da una distanza diversa. In un libro che parla di case perdute e da ritrovare, l'amicizia è una delle prime stanze in cui Vera si sente al sicuro.
Francesco, la clinica e il segreto di famiglia
Il quinto legame è quello che mette in moto la trama vera e propria. Un giorno Vera decide di seguire una coccinella e arriva fino ai cancelli di una clinica. Lì incontra Francesco, un ragazzo che sembra conoscerla bene e che potrebbe aiutarla a scoprire un segreto custodito dalla sua famiglia da anni. La coccinella è un piccolo segno, e l'autore ha raccontato di non credere ai segni come a una forma di magia, ma di pensare che sia il nostro modo di leggere le coincidenze a dar loro un significato. La clinica introduce invece uno dei temi più delicati del libro, quello della malattia mentale, affrontato con rispetto e senza sensazionalismi. È qui che il romanzo trova la frase che lo riassume meglio: Vera non è pazza, è soltanto viva.
Il titolo, alla fine, contiene la chiave di tutto. La casa di cui parla Galiano non è un luogo fisico, ma uno spazio interiore fatto di ricordi, paure e verità, il punto d'arrivo che si raggiunge solo dopo aver riconosciuto le proprie crepe. Il dolore, in questa prospettiva, non è soltanto una ferita ma un varco, un insegnante duro che mostra ciò che altrimenti resterebbe nascosto. E l'amore, nelle sue diverse forme, è il solo rimedio davvero alla portata di tutti, perché richiede lentezza e cura in un tempo che va sempre di fretta. Quel posto che chiami casa conferma la capacità dell'autore di parlare a lettori di età diverse con una scrittura diretta ed emotiva, e di trasformare temi pesanti come il lutto e i segreti familiari in una storia di formazione luminosa, che invita a cercare la propria casa anche quando sembra di averla perduta per sempre.