Enrico Galiano: i 3 dolorosi segreti del suo ultimo romanzo che raccontano il peso di un fratello scomparso
Ci sono libri che nascono da un'idea e libri che nascono da una mancanza. Quel posto che chiami casa, il romanzo che Enrico Galiano ha pubblicato con Garzanti nella collana Narratori moderni, appartiene senza dubbio alla seconda specie. Uscito il 13 maggio 2025, più di quattrocento pagine, è la storia di una ragazza che da quando era bambina sente nella testa la voce del fratello morto. Un espediente che, pagina dopo pagina, si rivela il modo più onesto per parlare di un lutto che non smette di fare rumore.
Galiano, nato a Pordenone nel 1977, insegnante di lettere in una scuola di periferia, è da anni uno degli autori più letti dai giovani lettori italiani, capace di parlare agli adolescenti senza abbassare lo sguardo e senza fare la predica. Con questo libro ha scelto però un terreno più scosceso del solito, quello della famiglia ferita, dei silenzi che si tramandano, delle aspettative che schiacciano. Il risultato è un romanzo che parla ai ragazzi e con la stessa forza agli adulti.
La protagonista si chiama Vera. Studia giurisprudenza, ha una migliore amica, Gin, che la fa ridere e la fa sentire meno strana, e un ragazzo che la ama. Ma Vera non è mai sola, nemmeno quando lo vorrebbe: accanto a lei, dentro di lei, c'è Cè. Ed è attorno a questa presenza che il romanzo custodisce tre segreti dolorosi, tre nodi che spiegano perché la scomparsa di un fratello possa pesare per una vita intera.
1. Una voce che consola e imprigiona
Cè è morto quando Vera aveva quattro anni. Eppure non se n'è mai andato davvero. La sua voce la sveglia di notte, la incalza, la consola, le suggerisce pensieri bizzarri e fulminanti, come l'idea che la neve dimostri che non serve urlare per farsi notare. È una voce ironica e tagliente, la compagnia più fedele che Vera abbia mai avuto. Ma è anche un giudice severo, che non smette di metterla alle strette con una domanda semplice e terribile: sei davvero te stessa?
Il primo segreto del romanzo sta proprio qui, in questa ambiguità. Il ricordo di chi abbiamo perso può essere un rifugio e una gabbia nello stesso momento. Vera si appoggia a Cè per non sentirsi sola, ma proprio quella voce le impedisce di capire dove finisce lui e dove comincia lei. Persino la scelta della facoltà diventa sospetta: studia legge per sé o per inseguire il fratello?
2. Il nome che in famiglia non si pronuncia
Per i genitori di Vera, Cè era il figlio perfetto. Il lutto li ha devastati e li ha legati per sempre al ricordo di quel bambino, trasformandolo in un modello impossibile da eguagliare. Vera è cresciuta nella sua ombra, con la sensazione che ogni suo passo venga misurato su un confronto che non potrà mai vincere. In casa il nome intero del fratello non si può nemmeno pronunciare: resta quella sillaba, Cè, un frammento che dice quanto il dolore abbia finito per occupare ogni stanza.
È il secondo segreto, forse il più universale. Il romanzo racconta una famiglia fatta di silenzi e di parole non dette, dove il dolore non elaborato si trasforma in un peso che passa da una generazione all'altra senza che nessuno lo nomini. E dietro quei silenzi c'è anche un segreto vero, custodito dalla famiglia da anni, che Vera sentirà il bisogno di portare alla luce. La svolta arriva quando decide di mandare tutto all'aria per seguire una coccinella oltre i cancelli di una clinica. Lì incontra Francesco, un ragazzo che ascolta senza giudicare, che sembra conoscerla meglio di chiunque altro e che le fa capire una cosa che nessuno le aveva mai detto: non è pazza, è soltanto viva. Ed è sempre lì che un medico, il dottor Sergio, le suggerisce di fare ciò che non aveva mai fatto, scrivere a Cè, rivolgersi direttamente a quel fratello con cui ha parlato per tutta la vita senza mai guardarlo in faccia.
3. La ferita vera dietro la finzione
Il terzo segreto non sta nella trama ma dietro la pagina. Galiano ha scritto questo libro mentre la perdita di suo fratello era ancora una ferita aperta. Lo ha raccontato lui stesso: scrivere è stato il suo modo per tenere viva quella voce e trasformare il dolore in qualcosa di luminoso. La voce di Cè, ha spiegato, è anche la sua, e il romanzo nasce dalla convinzione che esistano legami capaci di resistere persino alla morte.
Sapere questo cambia la lettura. Le battute di Cè, i suoi pensieri strampalati, la sua presenza invadente e affettuosa assumono il peso di una testimonianza. Non c'è autocommiserazione, però: l'autore mette la propria storia al servizio di un personaggio che deve imparare a distinguere tra il ricordo che sostiene e quello che paralizza.
Accanto al lutto, Galiano intreccia i temi che conosce meglio grazie al suo lavoro in classe: la pressione della prestazione, l'ansia di essere all'altezza, la paralisi davanti a troppe strade possibili, quella che oggi si chiama paura di perdere l'opzione migliore. Molti ragazzi, ha detto, chiedono di essere accesi e non spenti, e Vera è il ritratto di una generazione che fatica a scegliere perché ha paura di sbagliare. Il romanzo vuole essere per loro uno specchio pulito, in cui riconoscersi e capire di non essere soli.
La casa del romanzo non è soltanto l'appartamento in cui Vera è cresciuta con due genitori incapaci di lasciar andare il figlio perduto. È uno spazio interiore, il luogo dove si accumulano ricordi, paure e verità nascoste, e che ciascuno deve imparare ad abitare a modo suo. Galiano lascia intendere che le ferite possano diventare aperture, che una vita costruita all'ombra di qualcun altro possa ancora cambiare direzione.
Dopo questo libro lo scrittore friulano è tornato in libreria nel 2026 con Il cuore non va a dormire, pubblicato da Einaudi Stile Libero, e con Il mio migliore amico è un fantasma, romanzo per ragazzi edito da Salani. Ma è in Quel posto che chiami casa che ha messo la parte più intima di sé, consegnando ai lettori la voce di un fratello che non c'è più e la storia di una ragazza che, per cominciare davvero a vivere, deve prima trovare il coraggio di rispondergli.