Scrittura senza anestesia02.11.2026
IL BLOGDIMARIO

Storia, società e cultura controcorrente

La fedeltà secondo Dante: ecco le 5 frasi che rendono attuale il suo pensiero

Mario Macaluso 31.10.2026 4 min di lettura
La fedeltà secondo Dante: ecco le 5 frasi che rendono attuale il suo pensiero
Condividi
Facebook WhatsApp

Nella Divina Commedia la fedeltà non è una virtù fra le altre: è il filo che tiene insieme l'intero ordine morale del poema. Dante colloca i traditori nel punto più basso dell'Inferno, più in fondo degli assassini e dei violenti, e fa della fiducia tradita il peccato più grave che un uomo possa commettere. Non è un caso. Per un esule che aveva visto la propria città spaccarsi in fazioni e i patti rompersi da un giorno all'altro, la parola data era ciò che rendeva possibile la convivenza. Dante stesso, accusato ingiustamente di baratteria e condannato all'esilio nel 1302, sapeva bene che cosa significasse vedersi tolta la fiducia della propria comunità. Cinque passi del poema mostrano perché quell'idea resta attuale.

«La frode, ond'ogne coscïenza è morsa, / può l'omo usare in colui che 'n lui fida / e in quel che fidanza non imborsa.»

Siamo nell'undicesimo canto dell'Inferno, dove Virgilio spiega a Dante come è ordinato il mondo dei dannati. La frode, cioè l'inganno, può colpire sia chi non ha motivo di fidarsi, sia chi invece si fida. Il secondo caso è il peggiore, perché spezza un legame che la natura e la convivenza avevano costruito: la parentela, la patria, l'ospitalità, il rapporto con chi ci ha fatto del bene. Per questo i traditori finiscono nel Cocito, il lago ghiacciato al centro della terra. Il freddo è l'immagine di un cuore che ha spento ogni calore umano. Le quattro zone del lago portano i nomi di Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, a seconda di chi è stato tradito: i parenti, la patria, gli ospiti, i benefattori.

«Vi giuro che già mai non ruppi fede / al mio segnor, che fu d'onor sì degno.»

A parlare, nel tredicesimo canto, è Pier delle Vigne, il potente funzionario di Federico II caduto in disgrazia per le accuse dei cortigiani invidiosi e morto suicida. Dante lo incontra trasformato in albero nella selva dei suicidi, e la sua preoccupazione più grande non è la pena ma la reputazione: vuole che nel mondo dei vivi si sappia che non ha mai tradito il suo signore. È uno dei passi più toccanti del poema, perché mostra quanto la fedeltà possa essere parte dell'identità di una persona, al punto che esserne accusati ingiustamente diventa una ferita insopportabile.

«Né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né 'l debito amore / lo qual dovea Penelopè far lieta...»

Con queste parole, nel ventiseiesimo canto, Ulisse racconta perché non tornò a Itaca: né l'affetto per il figlio, né la pietà per il padre anziano, né l'amore dovuto alla moglie poterono vincere il desiderio di conoscere il mondo. Dante ammira il suo slancio, ma lo colloca tra i consiglieri fraudolenti. Il passo pone una domanda che non ha perso forza: quanto spazio lasciare ai propri desideri quando ci sono legami e promesse che chiedono di restare? La fedeltà, qui, non è un'imposizione esterna ma il prezzo di chi ha qualcuno che lo aspetta.

«Quell'anima là sù c'ha maggior pena, / [...] è Giuda Scarïotto.»

Nell'ultimo canto dell'Inferno, Lucifero stringe nelle sue tre bocche i tre traditori che Dante considera i più colpevoli della storia: Giuda, che tradì Cristo, e Bruto e Cassio, che tradirono Cesare. Sono i traditori dei benefattori, di chi aveva dato loro fiducia e protezione. La scelta dice molto della visione dantesca: il male estremo non è la violenza scatenata, ma il voltafaccia freddo verso chi si è fidato. È un'idea che parla anche al nostro tempo, in cui la fiducia è la moneta di ogni relazione, privata e pubblica.

«E 'n la sua volontade è nostra pace.»

Il verso appartiene a Piccarda Donati, che Dante incontra nel terzo canto del Paradiso. Era stata tolta a forza dal convento e costretta a sposarsi, mancando così al voto pronunciato. Eppure, nel cielo della Luna, non prova invidia per i beati che stanno più in alto: la sua pace sta nell'accettare l'ordine voluto da Dio. Il poema, qui, mostra l'altra faccia della fedeltà. Non solo la promessa mantenuta verso gli altri, ma l'adesione profonda a ciò in cui si crede, che diventa una forma di serenità.

Letti insieme, questi cinque passi raccontano una fedeltà che Dante non riduce mai a obbedienza. È la parola data che rende possibile vivere insieme, la coerenza con se stessi, il rispetto per chi ci ha voluto bene. Settecento anni dopo, in un mondo dove i legami sembrano più fragili e le promesse più facili da sciogliere, il poeta ricorda che tradire chi si fida resta la ferita più profonda, e che restare fedeli, anche quando costa, è ciò che dà valore a una vita.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
Torna agli articoli