La forza della solitudine: ecco come viverla secondo Francesco Petrarca
Oggi la solitudine fa paura. La associamo all'abbandono, alla tristezza, a qualcosa da riempire il prima possibile con una notifica, una telefonata, una serie da guardare. Quasi sette secoli fa Francesco Petrarca la pensava in modo opposto. Per lui la solitudine non era una condanna ma una conquista, una condizione da cercare e da coltivare con cura. Ci ha dedicato un libro intero, ci ha costruito intorno buona parte della sua vita e ne ha fatto il cuore di alcune delle sue poesie più famose. Capire come la viveva può aiutarci a guardare con occhi diversi i momenti in cui restiamo soli.
Valchiusa, il rifugio vicino alla sorgente
Tutto comincia in Provenza. Petrarca vive ad Avignone, allora sede del papato, una città affollata, rumorosa, piena di intrighi, che lui detesta e descrive con parole durissime nelle sue lettere. Nel 1337 trova un rifugio a pochi chilometri di distanza, a Valchiusa, l'odierna Fontaine-de-Vaucluse, dove una sorgente d'acqua limpida sgorga ai piedi di una parete di roccia e dà origine al fiume Sorga. Lì prende una piccola casa e vi torna ogni volta che può, per anni.
Valchiusa diventa il suo laboratorio. Qui legge, scrive, cammina, coltiva un orto, pesca. Qui nascono molte delle sue opere latine e molte delle rime per Laura. Ed è qui che, durante la Quaresima del 1346, comincia a scrivere il libro che porta il nome stesso della sua scelta: il De vita solitaria, la vita solitaria.
Il libro sulla vita solitaria
Petrarca dedica l'opera all'amico Philippe de Cabassoles, vescovo di Cavaillon, la diocesi in cui si trovava Valchiusa. Non la considera mai finita: la rivede, la arricchisce, la corregge per anni prima di inviargliela. Il cuore del primo libro è un confronto memorabile tra due giornate. Da una parte quella dell'uomo affaccendato, che si sveglia già pieno di ansie, corre dietro agli affari, alle udienze, ai creditori, passa le ore tra invidie e preoccupazioni e la sera va a letto senza aver vissuto davvero. Dall'altra quella dell'uomo solitario, che si alza sereno, dedica il tempo alla lettura, alla preghiera, alla scrittura, alla natura, e arriva a sera con l'animo in pace.
È una pagina che sembra scritta per noi. Petrarca non descrive un eremita che fugge dal mondo, ma un uomo libero che sceglie come usare il proprio tempo. La sua solitudine riprende l'idea antica dell'otium di Cicerone e di Seneca, cioè il tempo sottratto agli affari e restituito allo spirito, e la intreccia con la tradizione cristiana della meditazione. Non è inattività: è l'attività più alta, quella che riguarda se stessi.
Una solitudine piena di amici e di libri
C'è un equivoco da sfatare. La solitudine di Petrarca non è isolamento. Lo stesso uomo che celebrava la vita appartata scrisse centinaia di lettere ad amici sparsi in tutta Europa, raccolte poi nelle Familiari e nelle Senili. Accoglieva volentieri gli amici nel suo rifugio e considerava i libri una compagnia insostituibile, una conversazione con gli autori antichi che non si interrompeva mai.
Per lui stare soli significava liberarsi della folla, non delle persone. Allontanarsi dal rumore, dalle chiacchiere inutili, dalle ambizioni altrui, per poter scegliere con chi parlare e di che cosa. È una distinzione preziosa anche oggi: si può essere circondati da centinaia di contatti e sentirsi profondamente soli, oppure trascorrere una giornata in silenzio e sentirsi in compagnia di sé stessi.
La lezione del Monte Ventoso
C'è un episodio che racconta meglio di ogni teoria che cosa Petrarca cercasse nella solitudine. In una lettera famosa, datata 26 aprile 1336, descrive la salita al Mont Ventoux, il Monte Ventoso, insieme al fratello Gherardo. Arrivato in cima, davanti a un panorama immenso, apre a caso una copia delle Confessioni di sant'Agostino che porta sempre con sé. Gli occhi gli cadono su un passo del decimo libro: gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti, i grandi flutti del mare, il corso dei fiumi e il giro delle stelle, e trascurano se stessi.
Petrarca racconta di aver chiuso il libro, irritato con se stesso per aver ammirato le cose terrene, e di essere sceso in silenzio, con lo sguardo rivolto all'interno. È questa la forza della solitudine che cercava: non la fuga dal mondo, ma il ritorno a sé. Qualche anno più tardi Gherardo si farà monaco certosino a Montrieux, scegliendo una solitudine radicale. Francesco no: la sua resterà sempre una solitudine aperta, fatta di studio, scrittura e dialogo.
«Solo et pensoso»: la solitudine nella poesia
Anche nel Canzoniere la solitudine ha un posto centrale. Il sonetto 35 si apre con versi che quasi tutti hanno incontrato a scuola: «Solo et pensoso i più deserti campi / vo mesurando a passi tardi et lenti, / et gli occhi porto per fuggire intenti / ove vestigio human l'arena stampi». Il poeta cammina lontano da tutti per non mostrare agli altri il suo tormento d'amore, ma scopre che Amore lo segue ovunque. È l'altra faccia della solitudine: non sempre guarisce, ma sempre costringe a fare i conti con ciò che si porta dentro.
Come viverla oggi, secondo Petrarca
Dalla sua vita e dai suoi scritti si possono ricavare alcune indicazioni concrete. La prima è scegliere la solitudine, invece di subirla: ritagliarsi ogni giorno uno spazio di silenzio voluto, non riempito per abitudine. La seconda è riempirla di cose che nutrono, come la lettura, la scrittura, una passeggiata, la contemplazione della natura. La terza è non confonderla con l'isolamento, coltivando poche relazioni vere invece di molte relazioni superficiali. La quarta è usarla per guardarsi dentro, come sul Monte Ventoso, con onestà e senza fretta.
Petrarca trascorse gli ultimi anni ad Arquà, sui Colli Euganei, in una casa circondata dal verde, e lì morì nel luglio del 1374. La tradizione racconta che lo trovarono chino sui suoi libri. Che sia vero o no, è un'immagine perfetta: un uomo solo, ma tutt'altro che abbandonato, in compagnia di ciò che aveva amato di più. È questa, forse, la forza della solitudine che ci ha insegnato.