Mario Macaluso

Fra Matteo, il custode del silenzio che attraversa il potere

Fra Matteo non è un protagonista nel senso consueto del termine. Non guida eserciti, non firma decreti, non pronuncia discorsi destinati a essere ricordati. Eppure, nel racconto che attraversa Il Segreto del Re, è una presenza che non può essere rimossa. Sta ai margini, ma non è periferico. Resta in silenzio, ma non è muto. È uno di quei personaggi che non occupano la scena, e proprio per questo la tengono insieme. La sua forza non è l’azione, ma la continuità. Non è la parola gridata, ma quella trattenuta. In un tempo che chiede esposizione e dichiarazioni nette, Fra Matteo incarna l’idea opposta: che alcune verità sopravvivano solo se custodite, non proclamate.

Il suo silenzio non è vuoto, non è timore, non è rinuncia. È un silenzio abitato, carico di ascolto, di memoria, di responsabilità. Durante i momenti più solenni, quando la liturgia sembra voler fissare ogni cosa in un ordine definitivo, Fra Matteo avverte una dissonanza. Intuisce che non tutto ciò che viene detto coincide con ciò che è stato promesso. È in questo scarto sottile, quasi impercettibile, che nasce la sua inquietudine. Egli conosce il potere delle parole ufficiali, ma conosce anche il loro limite: la capacità di coprire, semplificare, chiudere ciò che invece avrebbe bisogno di restare aperto.

La memoria, per Fra Matteo, non è mai astratta. È concreta, fragile, affidata a gesti minimi e a oggetti che non cercano testimoni. Portare memoria significa scegliere cosa salvare dall’oblio e cosa proteggere dalla fretta. Non tutto ciò che viene ricordato deve essere pronunciato. Non tutto ciò che è vero deve essere esposto. In questo senso, Fra Matteo non è soltanto un testimone del passato, ma un custode del futuro. Sa che una verità rivelata troppo presto può diventare strumento di dominio, mentre una verità custodita continua ad agire nel tempo, anche quando sembra assente.

Arriva un momento in cui Fra Matteo comprende che il tempo dell’obbedienza si è trasformato in tempo della prova. Non c’è un gesto clamoroso, non c’è una rottura plateale. C’è una scelta interiore, silenziosa, irreversibile. Allontanarsi dal centro del potere non significa fuggire, ma cambiare posizione. Mettersi sulla soglia, dove la storia non è ancora definitiva e le decisioni non sono state sigillate per sempre. Fra Matteo sa che il potere ha bisogno di stabilità, ma sa anche che una stabilità costruita contro una promessa rischia di incrinarsi.

In Il Segreto del Re, Fra Matteo rappresenta ciò che non viene detto ma continua a esistere. Non è colui che svela, ma colui che impedisce che tutto venga consumato. La sua presenza accompagna il lettore fino al limite, senza mai oltrepassarlo. È la dimostrazione che non ogni segreto chiede di essere rivelato, e che talvolta la fedeltà più alta non consiste nel parlare, ma nel sapere quando tacere. Ed è proprio questo silenzio, carico di senso, a rendere Fra Matteo una delle figure più decisive e inquietanti del romanzo.

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