Franz Kafka: i 3 paradossi della giustizia e del potere nel romanzo Il processo
«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto alcunché di male, una mattina venne arrestato». L'inizio del Processo è uno dei più celebri del Novecento, e contiene già in una sola frase tutto il senso del romanzo: un uomo qualunque, un'accusa che nessuno spiega, un potere che si mette in moto senza un motivo comprensibile. Franz Kafka lo scrisse tra il 1914 e il 1915, ma non lo pubblicò mai. Il libro uscì nel 1925, dopo la sua morte, grazie all'amico Max Brod, che disobbedì alla richiesta dello scrittore di distruggere i suoi manoscritti. È a quel gesto di disobbedienza che dobbiamo uno dei romanzi più influenti del secolo.
Josef K. è un funzionario di banca, un uomo ordinato e sicuro di sé. La mattina del suo trentesimo compleanno due guardie si presentano nella sua stanza e gli comunicano che è in arresto. Non viene portato in prigione, può continuare a lavorare e a vivere come prima, ma da quel momento la sua esistenza è assorbita da un procedimento di cui non conosce né l'accusa né i giudici. Il romanzo segue per un anno i suoi tentativi di difendersi, e lungo il percorso mette in luce tre paradossi della giustizia e del potere che ancora oggi colpiscono il lettore.
Una colpa senza accusa
Il primo paradosso è il più evidente. Josef K. è accusato, ma nessuno gli dice di che cosa. Non c'è un reato, non c'è un fascicolo che lui possa leggere, non c'è un'udienza in cui gli venga contestato un fatto preciso. Eppure il processo esiste, avanza, lo consuma. Il rovesciamento è radicale: in un sistema di diritto, la colpa dovrebbe precedere l'accusa e l'accusa il processo. In Kafka accade il contrario, ed è il processo stesso a produrre la colpa. Josef K. comincia infatti a comportarsi come un colpevole. Si preoccupa, si agita, cerca appoggi, si sente osservato, finisce per trascurare il lavoro e per vivere solo in funzione del procedimento. Il lettore non saprà mai se abbia commesso qualcosa, e proprio questa incertezza è il cuore del libro. Kafka sembra suggerire che il senso di colpa non ha bisogno di una causa concreta: basta che qualcuno, dall'alto, decida di guardarci come colpevoli perché noi stessi cominciamo a sentirci tali. Lo si vede bene nella prima udienza, quando K. si presenta davanti a un'assemblea affollata e pronuncia un lungo discorso contro l'arbitrio del tribunale. Crede di aver conquistato il pubblico, ma scopre che tutti i presenti portano lo stesso distintivo dei funzionari. Anche la protesta, nel mondo di Kafka, avviene dentro il sistema che vorrebbe denunciare, e finisce per alimentarlo, come un ingranaggio in più di una macchina che nessuno controlla.
La legge che nessuno può raggiungere
Il secondo paradosso è racchiuso nella parabola che un sacerdote racconta a Josef K. nel duomo, verso la fine del romanzo, ed è forse la pagina più famosa che Kafka abbia scritto. Davanti alla legge c'è un guardiano. Un uomo di campagna arriva e chiede di entrare, ma il guardiano gli risponde che per il momento non può. L'uomo aspetta, per giorni e poi per anni, prova a corrompere il guardiano, lo supplica, invecchia davanti a quella porta. Alla fine, ormai in punto di morte, chiede perché in tutto quel tempo nessun altro sia venuto a chiedere di entrare. Il guardiano gli risponde che quell'ingresso era destinato soltanto a lui, e che ora lo chiuderà. La legge, nel mondo di Kafka, è insieme vicina e inaccessibile. È fatta per ciascuno di noi, ma nessuno riesce a varcarne la soglia. Il sacerdote e Josef K. discutono a lungo sul significato della parabola senza arrivare a una conclusione, e anche questo è un segno: le interpretazioni si moltiplicano, ma la porta resta chiusa.
Un potere ovunque e da nessuna parte
Il terzo paradosso riguarda la natura stessa del potere. Il tribunale che processa Josef K. non ha un palazzo solenne. Le sue aule si trovano nelle soffitte di edifici popolari, in stanze soffocanti piene di fumo e di polvere, e i libri dei giudici, quando K. riesce a sbirciarli, contengono illustrazioni oscene. Eppure questa giustizia misera è onnipresente. Tutti sembrano esserne parte o saperne qualcosa: l'avvocato Huld, malato e sempre a letto, che promette molto e non ottiene nulla; il pittore Titorelli, che ritrae i giudici e spiega a K. che un'assoluzione vera non si è mai vista, e che si può ottenere al massimo un'assoluzione apparente o un rinvio senza fine; il commerciante Block, cliente dello stesso avvocato, ridotto a una servilità umiliante dopo anni di processo. Il potere, in Kafka, non ha un centro. Non c'è un tiranno da combattere, ma un apparato immenso e anonimo in cui ognuno esegue una piccola parte senza conoscere il disegno complessivo. Per questo il romanzo è stato letto come una profezia delle burocrazie del Novecento e dei sistemi totalitari, anche se Kafka non poteva conoscerli.
Il finale è asciutto e terribile. La sera prima del suo trentunesimo compleanno, due uomini vestiti di nero vanno a prendere Josef K. e lo conducono in una cava fuori città, dove lo uccidono. Le sue ultime parole sono «Come un cane!», e il narratore aggiunge che era come se la vergogna dovesse sopravvivergli. Nessuna sentenza è stata pronunciata davanti a lui, nessuna colpa è stata dimostrata. È una conclusione che lascia il lettore senza appigli, e che spiega perché dal nome dell'autore sia nato un aggettivo, kafkiano, usato ancora oggi per descrivere le situazioni in cui una persona si trova schiacciata da regole incomprensibili. Rileggere Il processo significa riconoscere quanto quella condizione sia ancora familiare: negli uffici in cui nessuno sa dare una risposta, nelle procedure che si perdono tra un rinvio e l'altro, nella sensazione di essere giudicati senza sapere da chi e perché. Kafka non offre soluzioni, ma ci consegna lo sguardo per riconoscere il meccanismo, e forse è proprio questo il primo passo per non restarne prigionieri.