Una frase di Italo Calvino ci spiega perchè non sappiamo più amare autenticamente
Parlare d'amore senza cadere nella retorica è una delle imprese più difficili per chi scrive, e forse è per questo che Italo Calvino ne ha parlato quasi sempre di sbieco, attraverso storie che sembrano trattare d'altro. Eppure, chi rilegge i suoi libri con l'attenzione rivolta ai rapporti fra le persone scopre un pensiero di grande nitidezza su ciò che rende un legame autentico e su ciò che lo svuota. Non troverà dichiarazioni sentimentali, ma un'idea precisa di come si sta accanto a un altro essere umano in un mondo che tende a renderci tutti superficiali, distratti, intercambiabili.
Il pensiero più celebre in questo senso si trova nelle ultime righe delle Città invisibili, il libro pubblicato da Einaudi nel 1972 in cui Marco Polo descrive all'imperatore Kublai Khan città immaginarie, fatte di desideri, memorie, segni e scambi. Alla fine del libro, Kublai Khan teme che tutto il viaggio conduca soltanto alla città infernale, e Marco Polo gli risponde con una riflessione che è diventata una delle pagine più citate della letteratura italiana del Novecento.
L'arte di distinguere ciò che resiste
Il senso di quella risposta, raccontato con parole nostre, è più o meno questo. Il male di cui l'imperatore ha paura non è un luogo lontano verso cui stiamo andando: è il mondo in cui già ci muoviamo, quello che fabbrichiamo ogni giorno con il nostro modo di convivere. Davanti a esso, spiega il viaggiatore veneziano, si può reagire in due maniere. C'è la soluzione comoda, che è quella della maggioranza: adattarsi, lasciarsi assorbire, abituarsi tanto da non accorgersi più di nulla. E c'è la soluzione faticosa, che non concede distrazioni e obbliga a imparare sempre: andare in cerca delle persone e delle cose che, pur immerse in quel paesaggio, non gli appartengono, saperle distinguere e poi custodirle perché resistano nel tempo e abbiano spazio per crescere.
Calvino non parlava esplicitamente d'amore, ma è difficile trovare una definizione più esatta di ciò che significa amare in modo autentico. Amare, in questa prospettiva, non è un sentimento che ci capita addosso, ma un'arte del riconoscimento. Significa saper vedere, nell'altro e nella vita condivisa, ciò che resiste alla banalità, all'indifferenza, all'abitudine. E significa soprattutto proteggerlo, dargli tempo e spazio, non lasciarlo soffocare dal resto.
Se oggi abbiamo l'impressione di non saper più amare in profondità, è forse perché abbiamo scelto, senza accorgercene, la prima delle due strade. Ci siamo abituati a rapporti che si consumano in fretta, a una disponibilità infinita di possibilità che rende ogni scelta provvisoria, a una comunicazione continua che spesso è soltanto rumore. Abbiamo accettato tutto questo fino a non vederlo più, e così la superficialità è diventato il nostro ambiente naturale. La seconda strada, quella del riconoscimento paziente, richiede un'attenzione che la vita contemporanea tende a disperdere in mille direzioni.
La parola decisiva, nel pensiero di Calvino, è proprio attenzione. Non basta incontrare qualcuno che ci colpisce: occorre imparare a vederlo davvero, al di là della prima impressione, al di là delle proiezioni che facciamo su di lui. E occorre farlo con continuità, perché ciò che vale non si mostra una volta per tutte, va riconosciuto ogni giorno. Un amore autentico, in questo senso, è un esercizio quotidiano di sguardo, una forma di apprendimento che non finisce mai.
Altri libri, la stessa lezione
Lo stesso tema attraversa altre opere di Calvino. Nel Cavaliere inesistente, uscito nel 1959, il paladino Agilulfo è un'armatura vuota tenuta in piedi soltanto dalla volontà e dalla perfetta osservanza delle regole. Non esiste, eppure compie ogni dovere in modo impeccabile. Accanto a lui si muove Bradamante, guerriera che si innamora proprio di quella perfezione astratta, mentre il giovane Rambaldo si innamora di lei. Il romanzo è un gioco ironico sugli equivoci del desiderio: si ama spesso un'idea, un'immagine ideale, più che una persona concreta, e si resta delusi quando la realtà non corrisponde. È una tentazione molto attuale, in un tempo in cui le relazioni passano attraverso profili curati e immagini selezionate.
In Se una notte d'inverno un viaggiatore, del 1979, il protagonista è il Lettore, che cerca di proseguire la lettura di un romanzo continuamente interrotto e lungo questa ricerca incontra la Lettrice, Ludmilla. Il loro rapporto nasce e cresce attraverso una passione condivisa, quella per i libri, e il romanzo si chiude con i due che leggono fianco a fianco. È un'immagine discreta ma eloquente: l'amore non come fusione, ma come presenza accanto, due persone che guardano nella stessa direzione restando ciascuna se stessa.
Anche Palomar, del 1983, offre spunti preziosi. Il signor Palomar osserva il mondo con una precisione quasi maniacale, cercando di comprenderne i segni, e in uno dei capitoli, ascoltando il fischio dei merli in giardino, finisce per riflettere sui dialoghi con la moglie, fatti di silenzi, risposte in ritardo, frasi che non si incontrano. Calvino tocca qui una verità che chiunque viva in coppia conosce bene: la comunicazione fra due persone è sempre imperfetta, e l'intesa non nasce dall'assenza di malintesi, ma dalla pazienza di attraversarli.
Fare posto all'altro
Che cosa ci insegna, allora, Calvino sul nostro modo di amare? Prima di tutto che l'amore autentico non è un'emozione da consumare, ma una scelta da rinnovare. In una cultura che privilegia l'intensità immediata, la sua lezione invita a valorizzare la durata, la cura, la costanza. Poi che amare significa vedere l'altro nella sua realtà, non nell'immagine che ci siamo costruiti. Il paladino che non esiste ci ricorda quanto sia facile innamorarsi di un'idea e quanto sia più difficile, e più vero, amare una persona con le sue imperfezioni.
Infine, che ogni legame va protetto dall'ambiente in cui vive. Il male di cui parla Marco Polo non è soltanto il male nel senso più drammatico: è anche la fretta, la distrazione, l'indifferenza quotidiana, tutto ciò che erode i rapporti senza fare rumore. Custodire ciò che sfugge a quel paesaggio significa sottrarre tempo a quello che ci disperde e restituirlo a quello che ci unisce. Significa spegnere qualcosa per accendere altro, rinunciare a qualche possibilità per approfondirne una.
Non sappiamo più amare autenticamente, forse, perché abbiamo smesso di esercitare l'attenzione che l'amore richiede. Calvino non offre ricette, ma indica una direzione: imparare a riconoscere, in mezzo al rumore, ciò che vale, e poi avere il coraggio e la pazienza di custodirlo. È una lezione semplice da enunciare e difficile da praticare, come tutte le lezioni importanti. Ma è anche una lezione profondamente fiduciosa, perché presuppone che, anche nelle città più confuse, ci sia sempre qualcosa che merita di essere visto e fatto durare.