Giulia Paganelli: i 3 misteri delle voci e dei segreti nel romanzo Le sussurratrici
Ci sono case che custodiscono più storie di quante ne possano raccontare i loro abitanti, e ci sono famiglie in cui il passato non tace mai del tutto. Le sussurratrici, il romanzo di Giulia Paganelli uscito il 14 ottobre 2026 per le edizioni E/O nella collana Dal mondo, nasce esattamente da questa intuizione. È una saga familiare di quasi seicento pagine che segue cinque generazioni di donne, tutte legate a una villa di campagna sulle colline modenesi e tutte attraversate da un dono che le rende diverse, temute e a volte incomprese.
L'ambientazione è uno degli elementi più riconoscibili del libro. Siamo nella zona di Fiorano, tra i calanchi, i campi coltivati e il vento che scende dal Cimone, un paesaggio emiliano lontano dalle immagini da cartolina e capace di diventare esso stesso un personaggio. In questo scenario si muovono le protagoniste, e intorno a loro prendono forma tre grandi misteri che danno al romanzo la sua tensione e il suo fascino. Sono misteri che non riguardano soltanto la trama, ma il rapporto tra madri e figlie, il peso della tradizione e la possibilità di scegliere una strada diversa da quella già tracciata da chi ci ha preceduto.
Il mistero della voce di Caterina
Tutto comincia con un matrimonio. Adelasia, la protagonista da cui si apre il racconto, si sposa e proprio in quel momento sente una voce: è quella della nonna Caterina. Caterina è una figura che domina il romanzo anche quando non è presente, una donna carismatica, ammirata e temuta, capace secondo la tradizione familiare di influenzare la realtà attraverso il cibo. Le sue ricette non sono semplici istruzioni di cucina, ma qualcosa di più vicino a formule capaci di cambiare l'animo di chi siede a tavola. Alla nipote lascia un quaderno di ricette e una casa abbandonata, la Villa delle Buonedonne.
La voce della nonna pone subito la prima grande domanda del libro: che cosa significa ricevere un'eredità che non si è scelta? Adelasia non chiede di sentire quei sussurri, eppure non può ignorarli. In questo intreccio tra quotidiano e soprannaturale si riconosce una linea narrativa che il lettore italiano conosce bene, quella del realismo magico, in cui il prodigio non irrompe come un evento straordinario ma convive con la vita di ogni giorno, con le pentole sul fuoco e con i lavori dei campi. Il cibo, in particolare, diventa linguaggio: un modo per amare, per proteggere, ma anche per esercitare un potere sugli altri, e il quaderno ereditato diventa il primo filo da tirare per capire chi fosse davvero Caterina.
Il mistero della Villa delle Buonedonne
Il secondo mistero ha le pareti e il tetto di una casa. Quando il matrimonio di Adelasia si rivela oppressivo, lei prende una decisione coraggiosa: lascia il marito e si trasferisce con le figlie nella villa ereditata dalla nonna. È un gesto di libertà che, nel contesto di una famiglia e di una società tradizionali, ha un peso enorme. La Villa delle Buonedonne diventa così un rifugio tutto al femminile, un luogo in cui le regole del mondo esterno sembrano sospese.
Proprio lì le figlie di Adelasia scoprono di possedere ciascuna un dono diverso. C'è chi eredita il talento culinario della bisnonna, chi vede il futuro nei sogni, chi riesce a governare la vita delle piante e chi comunica con gli spiriti. La villa non è soltanto uno sfondo, ma il luogo che sembra risvegliare e amplificare queste capacità, come se tra le sue stanze si fosse sedimentata la memoria di tutte le donne che l'hanno abitata. Il nome stesso, Buonedonne, suona come un'eco delle antiche credenze popolari, quando le donne che conoscevano le erbe e i rimedi venivano guardate con un misto di gratitudine e sospetto. La domanda che emerge è profonda: un luogo può conservare l'identità di una famiglia meglio delle persone che la compongono?
Il mistero del segreto sepolto
Il terzo mistero è quello che dà al romanzo la sua spinta più forte. Nel corso delle generazioni, la storia delle sussurratrici porta alla luce un segreto familiare rimasto a lungo sepolto. Senza svelare gli sviluppi della trama, basta dire che i sussurri che le protagoniste sentono si rivelano più complessi di quanto sembri all'inizio. Le voci del passato non sono sempre benevole, né sempre sincere, e ciò che appariva come una guida può nascondere ombre e responsabilità mai affrontate.
Qui il romanzo tocca il suo tema più universale. Ogni famiglia ha le sue storie non dette, i suoi silenzi tramandati, le cose che si sanno ma non si nominano. La scelta di raccontarle attraverso cinque generazioni permette a Paganelli di mostrare come quei silenzi si trasmettano nel tempo, cambiando forma ma continuando a pesare sulle vite di chi viene dopo. Le donne del romanzo ereditano doni straordinari, ma ereditano anche ferite, e la vera sfida diventa capire quale parte di quell'eredità vada custodita e quale vada finalmente lasciata andare.
Le sussurratrici si inserisce nel filone delle grandi saghe familiari al femminile, quelle in cui la storia di una casa e di una stirpe diventa uno specchio della condizione delle donne attraverso il tempo. Ma lo fa con un'ambientazione precisa e insolita, quella delle colline modenesi, che dà al racconto una concretezza fatta di terra, stagioni e sapori. È un romanzo che parla di libertà, perché tutto comincia con una donna che sceglie di andarsene da un matrimonio infelice; parla di sorellanza, perché la villa diventa il luogo in cui madre e figlie costruiscono un nuovo equilibrio; e parla di memoria, perché nessuna delle protagoniste può davvero capire chi è senza fare i conti con chi l'ha preceduta.
Per chi ama le storie che mescolano il quotidiano e il soprannaturale, le cucine piene di profumi e le case cariche di ricordi, le pagine di Giulia Paganelli offrono un viaggio lungo e avvolgente. La sua scommessa è quella di far sentire anche al lettore quei sussurri, lasciandogli il compito di decidere se ascoltarli o meno, proprio come accade alle sue protagoniste.