Herman Melville: i 3 significati nascosti della caccia alla balena nel romanzo Moby Dick
«Chiamatemi Ismaele». Poche frasi d'apertura sono diventate così famose, eppure il romanzo che comincia con queste parole fu, per anni, un fallimento. Quando Herman Melville pubblicò Moby Dick nel 1851, il pubblico che lo aveva amato per i suoi racconti di mari del Sud rimase spiazzato da un libro enorme, irregolare, pieno di digressioni sulla zoologia dei cetacei, sulla tecnica della caccia, sulla filosofia e sulla Bibbia. Melville morì nel 1891 quasi dimenticato. Solo nel Novecento la critica riscoprì il romanzo e lo collocò dove sta oggi, tra i capolavori assoluti della letteratura. In Italia la sua fortuna è legata anche alla traduzione di Cesare Pavese, che negli anni Trenta lo fece conoscere a una generazione di lettori.
La trama, in apparenza, è semplice. Il giovane Ismaele si imbarca sulla baleniera Pequod, partita da Nantucket, insieme al ramponiere polinesiano Queequeg, conosciuto in una locanda e diventato suo amico. Al comando c'è il capitano Achab, che in un incontro precedente ha perso una gamba per colpa di un capodoglio bianco, Moby Dick, e che ha trasformato la normale spedizione commerciale in una caccia personale. Melville conosceva quel mondo dall'interno, perché da giovane aveva lavorato su una baleniera. Ma sotto la storia d'avventura, il libro nasconde almeno tre significati che ne spiegano la forza ancora oggi.
La balena bianca come enigma che nessuno riesce a leggere
Il primo significato riguarda la balena stessa. Moby Dick non è soltanto un animale: per Achab è l'incarnazione del male, la maschera dietro cui si nasconde una forza cieca e ostile che governa il mondo. Il capitano lo dice chiaramente quando spiega ai suoi uomini che vuole colpire attraverso quella maschera ciò che sta dietro. Ma il romanzo non conferma mai questa lettura. Ismaele, che racconta la storia, dedica un intero capitolo alla bianchezza della balena e si interroga su perché quel colore, di solito associato alla purezza, susciti invece un terrore così profondo. Il bianco diventa il colore del vuoto, dell'assenza di senso, di qualcosa che non si lascia interpretare. In questo modo Melville costruisce un simbolo che si rifiuta di essere un simbolo preciso. Ogni personaggio vede nella balena ciò che porta dentro di sé. Lo mostra benissimo l'episodio del doblone d'oro che Achab inchioda all'albero maestro come premio per chi avvisterà per primo Moby Dick: uno dopo l'altro, i marinai osservano la moneta e ciascuno vi legge un messaggio diverso. Il mondo, sembra dire Melville, è un testo che gli uomini decifrano secondo le proprie ossessioni. Starbuck vi vede la mano di Dio, il pragmatico Flask soltanto un pezzo d'oro da guadagnare, Achab sé stesso. E il lettore, che osserva tutti loro, è costretto a chiedersi quale sia la propria interpretazione e se una interpretazione giusta esista davvero, o se ogni tentativo di dare un nome all'ignoto sia destinato a infrangersi come una lancia contro il fianco del capodoglio.
Achab e l'ossessione che trascina tutti nell'abisso
Il secondo significato nascosto riguarda il potere e il suo uso. Achab è una figura tragica, quasi shakespeariana: un uomo grandioso, capace di parole ispirate, ma divorato da un'idea fissa. La sua vendetta contro un animale che ha agito per istinto è, agli occhi del primo ufficiale Starbuck, una bestemmia e insieme una follia. Starbuck è l'unico che prova a opporsi, ricordando al capitano che il compito della nave è riempire i barili d'olio e tornare a casa, non inseguire un rancore. Ma la volontà di Achab è più forte, e l'equipaggio, sedotto dal suo carisma e dalla promessa del doblone, lo segue. Qui il romanzo diventa una riflessione sul modo in cui una sola persona può piegare una comunità intera alla propria ossessione. Non è un caso che molti lettori del Novecento abbiano visto in Achab il ritratto anticipato dei capi carismatici che portano i loro popoli alla rovina. Melville non dà lezioni, ma mostra con precisione il meccanismo: la paura, il fascino, il silenzio di chi dubita e non riesce a fermare la corsa verso la catastrofe. La presenza misteriosa di Fedallah, il ramponiere che Achab ha nascosto a bordo e che sembra fargli da oscuro consigliere, aggiunge a questa storia una tinta quasi diabolica.
Il Pequod, un mondo intero in una nave
Il terzo significato è forse il più moderno. Il Pequod è un microcosmo dell'umanità. A bordo ci sono marinai di ogni provenienza: americani del New England, isolani del Pacifico, africani, nativi americani, europei. I tre ramponieri principali, Queequeg, Tashtego e Daggoo, vengono da mondi lontanissimi tra loro e da quello degli ufficiali. Melville descrive questa varietà con una curiosità e un rispetto rari per l'epoca, a partire dall'amicizia tra Ismaele e Queequeg, che nasce dalla diffidenza e si trasforma in un legame profondo. La nave diventa così l'immagine di una comunità democratica, fatta di uomini diversi che lavorano insieme e dipendono gli uni dagli altri, ma anche di una comunità fragile, che può essere condotta verso la distruzione da chi la governa. Le lunghe pagine dedicate al lavoro, alla lavorazione del grasso, alle corde e agli attrezzi, che molti lettori saltano, servono proprio a questo: a mostrare la dignità della fatica comune e il legame concreto tra le persone. Anche la salvezza finale di Ismaele, che sopravvive aggrappato alla bara costruita per Queequeg fino a quando la nave Rachele lo raccoglie, nasce da quel legame.
Rileggere Moby Dick oggi significa accettare un libro che non somiglia a nessun altro, che alterna l'avventura al trattato, il dramma teatrale al sermone, l'ironia alla visione. È un romanzo che chiede pazienza, ma che restituisce molto più di quanto prende. La balena bianca rimane un mistero, Achab rimane un ammonimento, il Pequod rimane uno specchio del mondo. Ed è per questo che, a più di centosettant'anni dalla sua uscita, il libro che i contemporanei di Melville non vollero capire continua a essere letto, studiato, adattato e discusso. Ogni generazione trova la propria balena da inseguire e il proprio Achab da cui guardarsi, e scopre che le domande poste da quel vecchio marinaio sono ancora tutte aperte.