Mario Macaluso

I cassonetti degli abiti usati sono diventati discariche morali

Non prendiamoci in giro. Quei cassonetti gialli, verdi, blu — sparsi come alibi urbani — non sono più un gesto civile. Sono confessionali pieni di menzogne. Li riempiamo di stracci sintetici e poi ci laviamo la coscienza. Buttiamo poliestere e sensi di colpa nello stesso sacco, convinti che qualcuno, da qualche parte, farà il miracolo. Non succede. Non succede più.

La plastica travestita da solidarietà

Il fast fashion ha fatto ciò che sa fare meglio: ha profanato. Ha trasformato il tessuto in plastica, il vestito in rifiuto programmato, l’atto del donare in una truffa emotiva. Capi nati già morti, cuciti per durare una stagione, due lavaggi, una foto. Mischi di fibre irriciclabili, filati bastardi che non diventano nulla se non costo. E noi li gettiamo nei cassonetti come se stessimo facendo beneficenza. È dumping morale, non solidarietà.

Chi raccoglie perde. Sempre.

Le cooperative che svuotano quei contenitori lavorano in perdita. Ogni chilo raccolto è un danno, ogni sacco è una fattura. Smaltire costa, riciclare spesso è impossibile, rivendere è un miraggio. Il valore crolla, i margini evaporano, i posti di lavoro tremano. La retorica del “seconda vita” si schianta contro i conti: la seconda vita non esiste se il corpo è di plastica scadente.

Il riuso sequestrato dalle piattaforme

I capi buoni, quelli veri, non finiscono più lì. Vanno altrove. Vanno online, monetizzati, fotografati, spediti. Il riuso è diventato un marketplace, non un gesto collettivo. Nei cassonetti restano gli scarti, le tendenze morte, l’usa-e-getta che nessuno vuole nemmeno regalare. È una selezione al contrario: si salva il valore, si scarica il peso.

Differenziare senza pensare

La raccolta differenziata dei tessili è stata annunciata come progresso. In pratica è stata una scorciatoia. I comuni hanno indicato i cassonetti come discariche universali del tessuto. Dentro tutto: strappi, muffa, sudore, fibre impossibili. Quantità ingestibili, costi esplosi. Quando il sistema cede, si dà la colpa a chi raccoglie. Classico. I mercanti del tempio restano invisibili.

La favola della donazione

Ancora qualcuno crede che quei vestiti vadano ai poveri. Favola comoda. Una minima parte, selezionata con fatica, forse. Il resto è rifiuto che viaggia, brucia, costa. È una catena di smaltimento mascherata da carità. Un cadavere culturale vestito di buone intenzioni.

Pagare chi inquina. Davvero.

La soluzione esiste e fa paura a chi produce. Responsabilità estesa del produttore. Pagare per ciò che si immette. Pagare per smaltire l’usa-e-getta. Finanziarie chi raccoglie, chi seleziona, chi ripara. Colpire la plastica travestita da moda. Ma servono leggi, coraggio, conflitto. Nel frattempo, il conto lo pagano sempre gli stessi.

Io una domanda la lascio lì, sporca come un sacco di stracci: continuiamo a riempire cassonetti per non guardare il problema, o siamo pronti a svuotare il sistema che li rende necessari?

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