I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij: Dio, il delitto e la guerra feroce dentro la coscienza umana
Fëdor Dostoevskij pubblicò I fratelli Karamazov a puntate tra il 1879 e il 1880 e morì pochi mesi dopo, all'inizio del 1881. È il suo ultimo romanzo, e si sente: c'è dentro tutto quello che aveva pensato per una vita intera sulla fede, sulla libertà, sulla colpa e sul dolore. Eppure la storia, ridotta all'osso, è quella di un delitto di provincia. Un padre dissoluto viene ucciso, uno dei figli viene accusato, un tribunale emette la sua sentenza.
Ciò che rende questo libro diverso da un romanzo giudiziario è lo spazio in cui il delitto avviene davvero. Non nella casa di Fëdor Pavlovič, ma nella testa e nel cuore dei suoi figli, ciascuno dei quali, in un modo o nell'altro, ha desiderato quella morte, l'ha pensata o l'ha resa possibile. La domanda che Dostoevskij pone non è soltanto chi abbia ucciso, ma chi sia colpevole. E le due cose, scopriamo pagina dopo pagina, non coincidono affatto.
Un padre e tre figli divisi
Fëdor Pavlovič Karamazov è un uomo avido, buffone, sensuale, che ha abbandonato i figli dopo la morte delle madri. Dmitrij, il primogenito, è un ufficiale impetuoso e generoso, capace di slanci nobili e di furie brutali, in lite con il padre per l'eredità e per la stessa donna, Grušen'ka. Ivan è l'intellettuale, freddo e lucidissimo, che ragiona sul mondo con una logica implacabile. Alëša, il più giovane, vive nel monastero accanto allo starec Zosima e sembra l'unico capace di amare senza calcolo.
Accanto a loro c'è Smerdjakov, il servo epilettico che in molti in città considerano figlio illegittimo di Fëdor Pavlovič. È una figura ai margini, disprezzata, che ascolta Ivan con attenzione inquietante. I quattro uomini formano una sorta di ritratto diviso della natura umana: la passione, l'intelletto, la fede e il risentimento. Dostoevskij li mette sotto lo stesso tetto e lascia che si scontrino, sapendo che ognuno porta in sé anche un pezzo degli altri.
Il cuore umano come campo di battaglia
È Dmitrij, il più sregolato, a dire la cosa più vera sul romanzo. Parlando con Alëša spiega che nella bellezza Dio e il diavolo si combattono, e che il campo di questa battaglia è il cuore dell'uomo. Non c'è una linea netta tra buoni e malvagi: lo stesso individuo può desiderare insieme l'ideale più alto e l'abiezione più bassa, senza smettere di essere sé stesso. Dmitrij non è un ipocrita, è un uomo che sente entrambe le spinte con la stessa forza.
Per questo Dostoevskij non giudica i suoi personaggi dall'alto. Li segue nelle contraddizioni, nelle notti insonni, nelle confessioni rabbiose. Dmitrij ha minacciato più volte di uccidere il padre e la notte del delitto corre davvero verso la sua casa con un pestello di ottone in tasca. Eppure non lo uccide. Si ferma sull'orlo. È proprio in quell'istante sospeso che il lettore capisce quanto sottile sia la distanza tra il pensiero del male e il suo compimento.
Ivan e la rivolta contro Dio
Il centro filosofico del libro appartiene a Ivan. In un lungo colloquio con Alëša elenca storie vere di bambini torturati, e dichiara di non poter accettare un'armonia futura che abbia bisogno di quelle lacrime per realizzarsi. Non nega l'esistenza di Dio: rifiuta il mondo che Dio ha creato, e restituisce rispettosamente il biglietto d'ingresso. È una delle pagine più potenti mai scritte contro la fede, e a scriverla è un credente.
Subito dopo Ivan racconta il suo poema del Grande Inquisitore, ambientato nella Siviglia dell'Inquisizione. Cristo torna sulla terra e viene arrestato da un vecchio cardinale, che lo accusa di aver dato agli uomini una libertà troppo pesante da portare. Gli uomini, sostiene l'Inquisitore, preferiscono pane, miracoli e autorità; la Chiesa li ha sollevati dal peso della scelta. Cristo ascolta in silenzio e alla fine bacia il vecchio. Dostoevskij non offre una confutazione: oppone all'argomento un gesto.
Smerdjakov e il prezzo delle idee
Da Ivan nasce la formula che attraversa il romanzo: se Dio e l'immortalità non esistono, allora tutto è lecito. Per lui è un'ipotesi da salotto, un esercizio di coerenza. Smerdjakov la prende alla lettera. È lui a uccidere Fëdor Pavlovič, e nei loro ultimi incontri lo rinfaccia a Ivan: io ho eseguito, ma l'idea era tua, e tu te ne sei andato sapendo che cosa poteva succedere. Poco dopo Smerdjakov si impicca, portando con sé la sola prova che avrebbe potuto scagionare Dmitrij.
Ivan crolla. La febbre lo divora, e in una delle scene più celebri del libro riceve la visita del diavolo, un signore mediocre e beffardo che gli ripete i suoi stessi pensieri. Il processo si chiude con la condanna di Dmitrij ai lavori forzati in Siberia. La giustizia umana sbaglia il colpevole materiale, ma il romanzo ci ha già suggerito che la colpa morale è distribuita tra più persone. Le idee, dice Dostoevskij, non restano mai nella testa di chi le pronuncia.
Siamo tutti responsabili di tutti
A tutto questo il romanzo risponde con Zosima e con Alëša. Il vecchio monaco insegna che ciascuno è colpevole davanti a tutti e per tutti, e che solo accettando questa responsabilità condivisa si può amare davvero. Non è un'idea consolatoria: è più esigente di qualsiasi codice. Dmitrij, che non ha ucciso, finisce per accettare la pena come un modo per espiare il male che ha desiderato e quello che ha fatto ad altri.
Il libro si chiude con il funerale di un ragazzino, Iljuša, e con Alëša che parla ai suoi compagni accanto a una pietra. Chiede loro di ricordare quel giorno e di restare buoni, perché un solo ricordo luminoso dell'infanzia può salvare un uomo. Dopo tante pagine di lotta interiore, Dostoevskij consegna l'ultima parola a un gruppo di bambini. Viviamo in un tempo in cui le idee corrono veloci e nessuno sembra rispondere delle conseguenze di ciò che dice: siamo davvero sicuri di essere estranei ai delitti che non abbiamo commesso con le nostre mani?