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Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: la Sicilia che cambia tutto per non cambiare mai

Mario Macaluso 21.10.2026 6 min di lettura
Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: la Sicilia che cambia tutto per non cambiare mai
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Ci sono libri che si leggono e libri che finiscono per leggere noi. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa appartiene alla seconda specie. L'autore, principe palermitano schivo e coltissimo, lo scrisse negli ultimi anni di vita e non lo vide mai stampato: morì nel luglio del 1957, dopo il rifiuto di due grandi editori, e il romanzo uscì da Feltrinelli nel novembre del 1958. L'anno seguente vinse il Premio Strega e cominciò una fortuna che non si è più interrotta, rafforzata nel 1963 dal film di Luchino Visconti, Palma d'oro a Cannes.

La storia è nota. Nel maggio del 1860 Garibaldi sbarca a Marsala, il Regno delle Due Sicilie crolla, e don Fabrizio Corbera, principe di Salina, osserva la fine del suo mondo con una lucidità che somiglia alla stanchezza. Ma ridurre il libro a un affresco del Risorgimento visto dalla parte dei vinti sarebbe un errore. Quello che Tomasi racconta è un meccanismo: il modo in cui una società riesce ad assorbire ogni scossa senza lasciarsi davvero trasformare. È per questo che il libro continua a parlare a chi lo apre oggi, in un paese che conosce bene le riforme annunciate e mai compiute.

Una frase diventata una diagnosi

A pronunciare le parole più celebri del romanzo non è il principe, ma il nipote Tancredi Falconeri, giovane brillante, squattrinato e spregiudicato, che si unisce ai garibaldini. Allo zio che gli rimprovera la scelta risponde: «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi». Non è il grido di un rivoluzionario, è il calcolo di chi ha capito che per restare a galla bisogna salire sulla barca giusta prima che salpi.

Da quella frase è nato un aggettivo, gattopardesco, entrato nel lessico politico per indicare il cambiamento di facciata che protegge gli equilibri di sempre. L'uso corrente ne ha però appiattito il senso. Tancredi non è un ipocrita qualunque: è un uomo intelligente che legge la storia meglio dei suoi contemporanei e la piega al proprio interesse. Il romanzo non lo condanna apertamente, e proprio per questo inquieta. Ci mostra quanto sia seducente l'adattamento, quanto appaia ragionevole, quasi saggio.

Il prezzo del nuovo ordine

Il simbolo più concreto del passaggio di consegne è il matrimonio fra Tancredi e Angelica, figlia di don Calogero Sedàra, sindaco di Donnafugata arricchitosi con abilità e pochi scrupoli. Il principe misura la distanza fra la propria casa e quella dell'uomo nuovo, ne nota la goffaggine, l'abito sbagliato, la lingua approssimativa, eppure acconsente alle nozze. Sa che il denaro dei Sedàra salverà il nome dei Falconeri, e che la vecchia nobiltà sopravvivrà solo mescolandosi a chi la sta sostituendo.

In questa alleanza non c'è nulla di romantico. A pagare sono i sentimenti autentici, come quello di Concetta, la figlia del principe, innamorata di Tancredi e scartata perché non porta una dote all'altezza delle ambizioni del cugino. Tomasi registra la scena senza enfasi, ed è questa sobrietà a renderla crudele. Il nuovo ordine nasce da un contratto, non da un ideale, e chi resta fuori dal contratto viene semplicemente dimenticato.

Il plebiscito e la verità taciuta

C'è un episodio che dice più di molte pagine di storia. Nell'ottobre del 1860 si vota il plebiscito per l'annessione al Regno di Sardegna, e a Donnafugata il risultato annunciato è l'unanimità dei sì. Il principe, però, sa che qualcuno ha votato no: don Ciccio Tumeo, l'organista con cui va a caccia, fedele ai Borbone, glielo confessa con amarezza. Quel voto è scomparso, inghiottito da un conteggio che doveva tornare perfetto.

Il punto non è la frode in sé, piccola e quasi rituale. Il punto è che la nuova Italia nasce, in quel paese, su una menzogna accettata da tutti per convenienza o per quieto vivere. Don Fabrizio intuisce che una libertà inaugurata soffocando un dissenso, anche minimo, porta in sé un vizio d'origine. È una pagina che parla a qualunque epoca in cui il consenso viene fabbricato e la voce contraria trattata come un errore da correggere.

Il rifiuto del principe

Quando il funzionario piemontese Chevalley di Monterzuolo arriva in Sicilia per offrirgli un seggio al Senato del nuovo Regno, don Fabrizio rifiuta. Gli spiega, in un lungo colloquio, che i siciliani non vogliono migliorare perché si credono perfetti, che la loro vanità è più forte della loro miseria, che un sonno secolare li rende diffidenti verso chiunque pretenda di svegliarli. E gli indica un altro nome per quel posto, proprio quello di don Calogero Sedàra.

È il cuore morale del libro, ed è anche la sua parte più ambigua. Il principe vede con chiarezza i mali della sua terra, ma la sua lucidità diventa un alibi. Dichiarare che nulla può cambiare lo esonera dal provarci. Il pessimismo aristocratico, così affascinante sulla pagina, è anche una forma di rinuncia: lascia il campo ai Sedàra e poi li disprezza per averlo occupato. In questa contraddizione molti lettori riconoscono qualcosa di familiare, una disillusione che si compiace di sé.

Ciò che resta quando tutto è passato

Le ultime parti del romanzo allungano lo sguardo nel tempo. Dopo il grande ballo a Palazzo Ponteleone, dove il principe sente per la prima volta vicina la propria fine, il racconto salta al 1883, alla sua morte in una stanza d'albergo a Palermo, e poi al 1910. Concetta, ormai anziana, vive tra reliquie e ricordi, e nell'ultima pagina fa gettare dalla finestra la carcassa impagliata di Bendicò, il cane del padre. Insieme a quel mucchietto di polvere se ne va l'ultima traccia di un mondo.

Il finale ci consegna una verità scomoda. Il cambiamento gattopardesco funziona sul piano delle apparenze, ma il tempo consuma comunque tutto: le famiglie, le rendite, le illusioni. Chi ha scelto di adattarsi non è più felice di chi ha rifiutato, e chi ha taciuto non è stato premiato. Resta la domanda che Tomasi lascia aperta dietro ogni pagina, e che riguarda noi più dei suoi personaggi. Quando sentiamo dire che bisogna cambiare tutto, sappiamo ancora distinguere chi vuole davvero trasformare le cose da chi vuole soltanto conservare il proprio posto?

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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