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Il nome della rosa di Umberto Eco: i libri proibiti, il fanatismo religioso e la paura della conoscenza

Mario Macaluso 21.10.2026 6 min di lettura
Il nome della rosa di Umberto Eco: i libri proibiti, il fanatismo religioso e la paura della conoscenza
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Quando Umberto Eco pubblicò Il nome della rosa, nel 1980, era un semiologo noto agli specialisti e quasi sconosciuto al grande pubblico. Il romanzo, ambientato in un'abbazia benedettina dell'Italia settentrionale nel novembre del 1327, sembrava destinato a pochi lettori pazienti: pagine di latino, dispute teologiche, elenchi di eresie. Divenne invece uno dei libri italiani più letti nel mondo, tradotto in decine di lingue. Il motivo non sta soltanto nell'intreccio giallo, con i monaci che muoiono uno dopo l'altro nell'arco di sette giorni, ma nella domanda che regge tutta la storia: chi ha il diritto di decidere che cosa gli altri possono sapere?

A indagare sui delitti è frate Guglielmo da Baskerville, francescano inglese, ex inquisitore, uomo di ragione e di osservazione. Lo accompagna il giovane novizio benedettino Adso da Melk, che da vecchio racconta quei giorni. Attorno a loro si muove un mondo chiuso, dominato da una biblioteca labirintica in cui pochi possono entrare e dove si custodisce, nascosto, un libro che qualcuno è disposto a difendere fino all'omicidio.

La biblioteca come fortezza

Nell'abbazia la biblioteca è il luogo più prezioso e più sorvegliato. Occupa la parte alta dell'Edificio, è costruita come un labirinto, e soltanto il bibliotecario e il suo aiuto conoscono la disposizione dei volumi. I monaci possono chiedere un libro, ma non scegliere liberamente tra gli scaffali. Il sapere non viene negato del tutto: viene amministrato, filtrato, concesso a piccole dosi da chi ritiene di sapere che cosa sia bene leggere.

È un'immagine che Eco costruisce con grande precisione e che va ben oltre il Medioevo. La biblioteca dovrebbe essere il luogo in cui la conoscenza si conserva per essere trasmessa, e invece diventa un luogo in cui si conserva per non essere trasmessa. Custodire e nascondere finiscono per coincidere. Chi controlla l'accesso ai libri controlla anche ciò che una comunità può pensare, e lo fa convinto di proteggerla.

Il libro che non doveva esistere

Al centro del mistero c'è il secondo libro della Poetica di Aristotele, quello dedicato alla commedia, andato perduto nella realtà storica e immaginato da Eco come ancora esistente in una sola copia nascosta nell'abbazia. Le pagine del volume sono state avvelenate: chi le sfoglia inumidendo il dito per voltarle muore. A farlo è il vecchio monaco cieco Jorge da Burgos, che per decenni ha vegliato sulla biblioteca come su un tesoro da sottrarre al mondo.

Perché tanto accanimento contro un trattato sul riso? La risposta di Jorge, nel confronto finale con Guglielmo, è il cuore morale del romanzo. Il riso libera dalla paura, e senza la paura, sostiene il vecchio, non ci può essere fede né obbedienza. Se il popolo impara a ridere di ciò che teme, compreso il diavolo, nessuna autorità potrà più tenerlo a freno. Un libro di Aristotele, filosofo che la cultura del tempo considerava autorevole, rischierebbe di dare dignità a quel riso. Per questo va distrutto, e chiunque lo legga deve morire.

Il fanatismo nasce dall'amore per la verità

Jorge non è un criminale volgare. È un uomo colto, devoto, convinto fino in fondo di servire Dio. Proprio questo lo rende inquietante. Eco mostra che il fanatismo non nasce dall'ignoranza ma da una certezza assoluta, dalla convinzione di possedere la verità intera e quindi di essere autorizzati a difenderla con ogni mezzo. Guglielmo lo dice con chiarezza nel finale, quando osserva che l'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amore per Dio o per la verità.

Accanto a Jorge, il romanzo mette in scena un altro volto della stessa malattia: l'inquisitore Bernardo Gui, figura storica realmente esistita, che arriva all'abbazia al seguito della delegazione papale. Gui non cerca la verità sui delitti, cerca colpevoli da punire. Il cellario Remigio da Varagine e il suo compagno Salvatore, con un passato vicino ai movimenti ereticali, finiscono condannati insieme a una giovane povera del villaggio. Il processo è una macchina che conosce già la propria sentenza prima di cominciare.

Due modi opposti di cercare

Guglielmo rappresenta l'altra possibilità. Non ha certezze definitive, procede per indizi e ipotesi, sbaglia e corregge. Anzi, il suo errore più grande è decisivo: costruisce l'ipotesi di un assassino che segue l'ordine dell'Apocalisse, e quella pista si rivela falsa, anche se lo porta comunque alla soluzione. È un investigatore che non pretende di avere sempre ragione, e proprio per questo resta aperto alla realtà.

La differenza tra lui e Jorge non è tra chi crede e chi non crede. Entrambi sono religiosi, entrambi amano i libri. La differenza sta nel rapporto con il dubbio. Per Guglielmo la conoscenza è un cammino che non finisce, per Jorge è un patrimonio già completo da difendere da ogni aggiunta. Il primo teme di sbagliare, il secondo teme che gli altri pensino. Sullo sfondo, la disputa sulla povertà di Cristo tra francescani e inviati del papa ricorda che anche le grandi questioni di fede si trasformano spesso in lotte di potere.

Che cosa resta dopo l'incendio

Il romanzo si chiude con la catastrofe. Scoperto, Jorge strappa e mangia le pagine avvelenate pur di non consegnarle, e nella colluttazione una lucerna appicca il fuoco alla biblioteca. L'incendio divora l'Edificio e poi l'intera abbazia. Il libro sul riso è perduto per sempre, e con esso migliaia di volumi che nessuno leggerà più. Il fanatico ha vinto nel modo più amaro: ha preferito distruggere tutto piuttosto che lasciare libero un solo pensiero.

Anni dopo, Adso torna tra le rovine e raccoglie frammenti di pergamena sopravvissuti, pezzi di frasi che non formano più un discorso. Il romanzo termina con un verso latino sul fatto che della rosa di un tempo resta soltanto il nome, e noi possediamo nomi nudi. È un'immagine malinconica, ma anche un monito. La conoscenza non si perde soltanto quando brucia una biblioteca: si perde ogni volta che qualcuno decide, per paura, che certe domande non vanno poste. Oggi i libri non si avvelenano più, ma la tentazione di zittire ciò che inquieta non è scomparsa. Siamo davvero sicuri di non avere, dentro di noi, un piccolo Jorge pronto a chiudere la porta della biblioteca?

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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