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Il problema non è che i ragazzi non leggono: è che abbiamo trasformato la lettura in un compito

Mario Macaluso 29.09.2026 10 min di lettura
Il problema non è che i ragazzi non leggono: è che abbiamo trasformato la lettura in un compito
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C’è una frase che sento ripetere da anni, nelle scuole, nelle famiglie, nei convegni e perfino nelle librerie: “i ragazzi non leggono più”. È una frase comoda, perché sposta il problema sui ragazzi. Li descrive come distratti, impazienti, incapaci di stare dentro una storia lunga. Ma i dati raccontano qualcosa di più complicato. Nel 2024, secondo l’Istat, la fascia tra gli 11 e i 14 anni è quella in cui la lettura è più diffusa: il 78,9% dichiara di avere letto almeno un libro nell’ultimo anno, escludendo i testi scolastici obbligatori. Se quasi otto ragazzi su dieci leggono, allora forse la domanda giusta non è perché i giovani rifiutino i libri. È perché, crescendo, una parte di loro smetta di considerarli un luogo in cui entrare liberamente.

Da insegnante, prima ancora che da autore, credo che qui la scuola debba interrogarsi senza alibi. Non perché la scuola sia “colpevole” della crisi della lettura, formula troppo semplice e ingiusta, ma perché è uno dei luoghi in cui il libro cambia significato. Per molti bambini il libro nasce come curiosità, voce ascoltata, immagine, avventura, scelta. Poi, a un certo punto, diventa programma, pagina assegnata, verifica, riassunto, scheda, domanda a risposta. È inevitabile che la scuola chieda studio e comprensione. Il problema comincia quando tutto ciò che leggiamo deve produrre immediatamente una prestazione misurabile.

I ragazzi leggono più di quanto racconti il luogo comune

L’indagine Istat pubblicata nel luglio 2026 aiuta a mettere ordine. Nel complesso, il 57,1% delle persone di sei anni e più dichiara di avere letto almeno un libro nel 2024 per piacere, lavoro, scuola o altri motivi, senza considerare i libri di testo obbligatori. Il dato nazionale è in lieve calo rispetto al 2015, ma non descrive una generazione giovanile estranea ai libri. Al contrario, il massimo si registra proprio tra gli 11 e i 14 anni.

Questo non significa che tutto vada bene. Tra gli adolescenti esiste anche una quota rilevante di non lettori e, soprattutto, una quota di ragazzi che abbandona la lettura. L’Istat rileva che, tra i non lettori di 11-17 anni, il 13,7% afferma di avere letto in passato e di avere poi smesso. E tra i ragazzi che non leggono, la motivazione dominante è il disinteresse: il 52,5% degli 11-14enni e il 52% dei 15-17enni dice che leggere lo annoia o non lo appassiona.

La contraddizione è solo apparente. Possiamo avere, nello stesso tempo, una forte presenza della lettura nelle età più giovani e un progressivo distacco quando essa viene percepita come attività imposta, poco personale o separata dagli interessi reali. Non basta dunque contare quanti libri entrano in una classe. Bisogna chiedersi quale relazione con il libro stiamo costruendo.

Quando il libro diventa soltanto un compito

La scuola deve necessariamente insegnare a leggere testi difficili. Deve portare gli studenti anche dove da soli non andrebbero: ai classici, alla poesia, alla filosofia, alle forme complesse della lingua. Sarebbe un errore sostituire la formazione con il semplice gradimento. Ma c’è una differenza decisiva tra accompagnare qualcuno verso un testo difficile e trasformare ogni testo in una pratica burocratica.

Se dopo ogni romanzo arriva automaticamente la scheda; se ogni pagina deve essere “spiegata”; se il voto incombe prima ancora che il lettore abbia potuto dire “mi è piaciuto”, “mi ha irritato”, “non l’ho capito”, “mi ricorda qualcosa”; se la scelta personale trova poco spazio, il messaggio implicito diventa potente: il libro serve a rispondere correttamente a qualcun altro.

L’Istat offre un dettaglio interessante. Tra gli 11 e i 14 anni il 17,2% dei lettori dichiara di leggere perché “deve farlo”. È una motivazione molto più presente tra i giovani che nelle età adulte. Ma la ragione principale per cui si legge, nella popolazione complessiva, resta il piacere o la passione personale, indicata dal 66,3% dei lettori. La lettura vive quando contiene una componente di desiderio. La scuola non può creare artificialmente il desiderio, ma può soffocarlo oppure proteggerlo.

Proteggerlo significa, per esempio, lasciare che esistano letture senza interrogazione. Significa dedicare tempo alla discussione prima della spiegazione. Significa permettere a uno studente di scegliere tra più libri e motivare la propria scelta. Significa anche accettare che un libro possa non piacere senza che questo diventi una colpa. L’educazione letteraria non perde rigore quando riconosce la libertà del lettore; al contrario, la prende sul serio.

La lettura non coincide con il canone degli adulti

C’è poi un altro equivoco. A volte diciamo che i ragazzi non leggono quando in realtà non leggono ciò che noi adulti vorremmo che leggessero. L’Istat mostra che tra bambini e adolescenti sono diffusi fantasy, fumetti e libri per ragazzi; tra i maschi di 15-17 anni fantasy e fantascienza raggiungono il 48,6%, mentre i fumetti sono indicati dal 37,1%. Tra le ragazze della stessa età emergono altri generi e altre preferenze.

Non vedo in questo un nemico della letteratura. Un lettore si forma anche attraversando libri imperfetti, generi popolari, serie narrative, fumetti, testi che un insegnante non avrebbe inserito nel proprio programma. Il punto non è abbassare il livello, ma costruire ponti. Se un ragazzo entra nella lettura attraverso un fantasy, posso condurlo verso l’epica. Se ama il distopico, posso fargli incontrare Orwell, Huxley o Bradbury. Se legge graphic novel, posso lavorare sul rapporto tra parola, immagine, montaggio, punto di vista. Il canone diventa più forte quando è una destinazione raggiungibile, non quando è una frontiera sorvegliata.

La scuola dovrebbe insegnare che la lettura non è una prova di obbedienza culturale. È un esercizio di libertà disciplinata: libertà di entrare in mondi che non abbiamo scelto e disciplina necessaria per capire parole, contesti e strutture che non si offrono subito.

Le biblioteche scolastiche mostrano una strada concreta

Un altro dato Istat è meno citato ma molto istruttivo. Circa sei ragazzi su dieci tra i 6 e i 16 anni dichiarano di frequentare scuole dotate di una biblioteca o di uno spazio dedicato alla lettura. Tra chi ha questa opportunità, il 55,4% afferma di utilizzarla. Il dato è più alto tra i bambini di 6-10 anni, dove arriva al 66,6%. Esiste inoltre un divario territoriale: la presenza di biblioteche o spazi di lettura è riferita dal 66% dei ragazzi al Nord, dal 63,2% al Centro e dal 54,2% nel Mezzogiorno.

Questi numeri ci ricordano che la lettura è anche un fatto di infrastrutture culturali. Non si può chiedere a un adolescente di diventare lettore se il libro compare soltanto nel momento della lezione. Una biblioteca scolastica aperta, visibile, abitata, con libri aggiornati e possibilità reale di scelta cambia il paesaggio quotidiano. Fa del libro una presenza e non un’eccezione.

La biblioteca può essere anche uno spazio sociale. I dati Istat sulle biblioteche mostrano che tra gli 11 e i 24 anni una parte degli utenti le frequenta anche per incontrare amici. Questa dimensione non va disprezzata. Leggere non significa necessariamente isolarsi. Una comunità di lettori nasce quando si parla di ciò che si legge, ci si scambia un titolo, si discute, si consiglia, perfino si litiga su un personaggio. La lettura è personale, ma non deve essere solitaria.

Non basta togliere lo smartphone

Un’altra risposta troppo facile consiste nell’attribuire tutto allo smartphone. È evidente che piattaforme, notifiche e contenuti brevi competono per l’attenzione. Ma dire “non leggono perché stanno sui social” rischia di evitare la questione educativa. I giovani usano ambienti digitali anche per parlare di libri, condividere recensioni, seguire autori, scoprire generi. L’Istat rileva forme di social reading soprattutto tra i più giovani, anche se ancora minoritarie.

Il problema non è soltanto quanto tempo passa davanti a uno schermo, ma che tipo di attenzione sappiamo costruire. Leggere un romanzo significa accettare una temporalità diversa: non tutto arriva subito, non tutto è ricompensato in pochi secondi, alcune pagine chiedono di aspettare. Questa capacità non si insegna semplicemente vietando altri dispositivi. Si insegna facendo sperimentare che l’attesa può avere un premio: una scoperta, un’emozione, un pensiero che prima non c’era.

Per questo considero pericolosa una scuola che reagisce alla distrazione aumentando soltanto controllo, esercizi e verifiche. Il rischio è paradossale: per difendere il libro dalla velocità digitale, trasformiamo il libro nell’attività più sorvegliata della giornata. E poi ci stupiamo se, appena finita la scuola, molti lo lasciano sul tavolo.

Il lettore nasce anche fuori dall’ora di italiano

C’è infine una responsabilità che riguarda gli adulti nel loro insieme. È difficile convincere un ragazzo che leggere sia importante se vede il libro soltanto nelle mani dell’insegnante che lo interroga. La lettura ha bisogno di esempi visibili: genitori che leggono, docenti che parlano dei libri che stanno leggendo davvero, bibliotecari che sanno consigliare, amministrazioni che considerano biblioteche e librerie presìdi e non decorazioni. Istat segnala che già nella prima infanzia il rapporto con i libri è fortemente legato alla presenza degli adulti: tra i bambini fino a cinque anni, il 51,9% legge, colora o sfoglia libri ogni giorno fuori dall’orario scolastico, e una parte rilevante lo fa insieme alla madre, al padre o ad altri adulti.

Questo elemento dovrebbe accompagnarci anche nell’adolescenza. Non serve predicare la lettura come una virtù astratta. È più efficace mostrarla come un comportamento normale della vita adulta. Un insegnante che dice “questo libro non è nel programma, ma mi ha fatto cambiare idea su una cosa” comunica forse più di una lista obbligatoria. Un genitore che lascia un romanzo sul tavolo, ne parla a cena o porta un figlio in biblioteca costruisce una familiarità che nessuna campagna occasionale può sostituire.

Naturalmente la scuola non può compensare tutte le disuguaglianze sociali e culturali. I dati mostrano differenze forti per territorio, istruzione e reddito. Proprio per questo, però, la scuola è decisiva: è il luogo in cui il figlio di una famiglia senza libri deve poter incontrare gli stessi mondi narrativi del figlio di una casa piena di scaffali. Rendere la lettura un’esperienza viva non è un vezzo didattico. È anche una questione di uguaglianza delle opportunità culturali.

La domanda che dovremmo fare non è “hai letto?”

Forse dovremmo cambiare perfino la domanda. “Hai letto il libro?” è spesso un controllo. “Che cosa ti è rimasto?” apre invece uno spazio. “Dove ti sei fermato?” riconosce una difficoltà. “Con chi sei stato d’accordo?” costringe a prendere posizione. “C’è una pagina che avresti voluto togliere?” autorizza il giudizio. “A chi lo consiglieresti?” trasforma la lettura in relazione.

Non propongo una scuola senza verifiche, senza classici, senza programmi. Propongo di ricordare che il fine dell’educazione letteraria non è ottenere studenti capaci di superare una verifica su un romanzo, ma persone che, molti anni dopo, sappiano ancora entrare volontariamente in una libreria o aprire un libro senza che qualcuno glielo abbia assegnato.

I numeri ci impediscono di liquidare i ragazzi come una generazione perduta alla lettura. Ci dicono che leggono, che hanno generi preferiti, che usano le biblioteche quando esistono, ma anche che una parte di loro associa il libro alla noia e all’obbligo. È su questa frattura che dovremmo lavorare. Non per rendere la lettura sempre facile o divertente. Ma per restituirle ciò che nessun compito può imporre: la sensazione che, dentro quelle pagine, possa esserci qualcosa che riguarda proprio me.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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