Il romanzo da 1200 pagine che nessuno avrebbe dovuto comprare. E invece lo comprano tutti
Johan Harstad, Sellerio e il caso editoriale dell’estate: mentre continuiamo a raccontarci che i giovani non riescono più a concentrarsi, migliaia di loro comprano un romanzo grande come un mattone.

Doveva essere un cadavere editoriale.
Milleduecento pagine. Un titolo che sembra studiato per terrorizzare il cliente, Max, Mischa e l’offensiva del Tet. Un autore norvegese, Johan Harstad, che in Italia conoscevano in pochi. Dentro ci sono il Vietnam, il jazz, il teatro, l’identità, lo sradicamento. Non proprio la mercanzia ideale per l’epoca del dito che scorre sullo schermo.
E invece lo comprano.
Sellerio lo ha pubblicato alla fine di luglio e in meno di un mese e mezzo il romanzo ha sfiorato le diecimila copie ed è arrivato alla seconda ristampa.
Ma la cosa che mi diverte di più è un’altra: molti acquirenti hanno tra i 25 e i 35 anni.
Proprio loro. I presunti rincoglioniti digitali.
AVEVAMO GIÀ CELEBRATO IL FUNERALE DEL LETTORE
Da anni ascolto la stessa predica.
I giovani non leggono. Non hanno pazienza. TikTok ha distrutto l’attenzione. Instagram ha ridotto il pensiero a una fotografia. Dopo trenta secondi il cervello pretende un altro stimolo.
Poi arrivano ventenni e trentenni e comprano 1200 pagine.
Qualcosa non torna.
Forse abbiamo confuso l’incapacità di concentrarsi con qualcosa di molto più semplice: la mancanza di voglia di concentrarsi sulle cose che non interessano.
Non è la stessa cosa.
Una parte dell’industria culturale ha reagito alla presunta morte dell’attenzione rendendo tutto più piccolo, rapido, digeribile. Libri corti. Capitoli microscopici. Frasi confezionate per diventare citazioni sui social.
Come se dall’altra parte ci fosse un idiota da non spaventare.
Poi arriva Harstad con il suo mattone e manda all’aria il catechismo.
I MERCANTI DEL TEMPIO HANNO SCOPERTO IL MATTONE
Non facciamo però i romantici.
Il successo non è piovuto dal cielo.
Sellerio ha mandato copie a influencer e creator che parlano di libri. Instagram e TikTok hanno fatto il resto. Il romanzo è comparso nelle fotografie, nei video, nelle discussioni. È diventato il libro che bisognava conoscere.
E qui comincia la parte più sporca e interessante.
Quelle 1200 pagine, considerate un handicap commerciale, si sono trasformate in pubblicità.
Un libro enorme si vede. Fa scena. Occupa il tavolo, la borsa, la fotografia. Dice qualcosa di chi lo porta in giro.
Il mattone diventa status symbol.
Ieri il borghese mostrava la biblioteca. Oggi il lettore mostra il volume su Instagram.
Cambiano i mobili. La vanità resta.
COMPRARE 1200 PAGINE NON SIGNIFICA LEGGERLE
Ed eccoci alla domanda che rovina la festa.
Quanti arriveranno alla pagina 1200?
Perché possiamo raccontarci tutte le favole che vogliamo sulla rinascita della lettura, ma vendere un libro e farlo leggere sono due mestieri diversi.
Il marketing può portare Harstad sul comodino.
Non può girare le pagine.
Potremmo scoprire che Max, Mischa e l’offensiva del Tet diventerà uno dei romanzi più fotografati e meno terminati dell’anno. Un Everest di carta: tutti vogliono farsi vedere ai piedi della montagna, molti meno hanno voglia di arrivare in cima.
Eppure persino questo non cancellerebbe il paradosso.
Perché migliaia di persone hanno comunque desiderato quell’oggetto smisurato proprio mentre editori, comunicatori ed esperti continuavano a ripeterci che bisogna accorciare tutto.
SETTE ANNI CONTRO LA FRETTA
C’è un altro dettaglio che mi piace.
Sellerio aveva acquistato i diritti del romanzo circa sette anni fa. Ha impiegato anni per arrivare alla traduzione italiana e alla pubblicazione.
Sette anni nell’epoca in cui un contenuto nasce alle nove del mattino e alle cinque del pomeriggio è già vecchio.
Anche questo sembra quasi un insulto al presente.
Abbiamo costruito una cultura ossessionata dalla velocità: produrre, pubblicare, consumare, dimenticare.
Questo romanzo fa il contrario.
È lungo. Arriva tardi. Ha un titolo scomodo. Pretende tempo.
E funziona.
FORSE IL CRETINO NON ERA IL LETTORE
Non voglio trasformare diecimila copie nella resurrezione della letteratura. Sarebbe propaganda uguale e contraria a quella sulla morte dei libri.
Ma una lezione c’è.
Per anni abbiamo detto che il pubblico voleva tutto facile, corto e immediato. E così abbiamo cominciato a servirgli cultura predigerita, bocconcini, pillole, riassunti, frasi da condividere.
Forse il pubblico non ce l’aveva mai chiesto.
Forse siamo stati noi a decidere che non fosse più capace di qualcosa di diverso.
Adesso un norvegese arriva con 1200 pagine, il Vietnam, il jazz, il teatro e un titolo che un consulente di marketing probabilmente avrebbe strangolato nella culla.
E la gente compra.
Ora viene la prova vera.
Vedremo quante di quelle copie torneranno dalle vacanze con il dorso piegato, le pagine sporche, gli angoli massacrati.
E quante resteranno immacolate, perfette, intonse.
Perché alla fine, tra un lettore e un esibizionista culturale, la differenza resta brutalmente semplice.
Uno gira le pagine. L’altro gira il telefono.