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Cefalù

Il sorriso che ha cambiato Cefalù: tre scrittori, un dipinto, mille anni di storia

Cefalù è entrata nella grande letteratura italiana attraverso quattro scrittori e un piccolo dipinto. Fogazzaro nel 1885, Consolo nel 1976, Sciascia nel 1983, Collura nel 2007: tutti hanno scritto del Mandralisca e del Ritratto d'ignoto di Antonello da Messina. Un ipertesto navigabile per scoprire la città dei libri.

Mario Macaluso · 18 June 2026 · 23 min di lettura
Il sorriso che ha cambiato Cefalù: tre scrittori, un dipinto, mille anni di storia

Il sorriso che ha cambiato Cefalù

Tre scrittori, un dipinto, mille anni di storia

Cefalù è una delle città italiane che la letteratura ha trasformato. Lo ha fatto in modi opposti e complementari, attraverso quattro scrittori distanti per epoca e visione, tutti legati da un filo: un piccolo dipinto di Antonello da Messina conservato in una stradetta laterale del centro storico.

Nel 1885 Antonio Fogazzaro in Daniele Cortis usa Cefalù come luogo di esilio sentimentale. Nel 1976 Vincenzo Consolo ne fa il centro morale del suo capolavoro Il sorriso dell'ignoto marinaio. Nel 1983 Leonardo Sciascia, in Cruciverba, dedica al museo pagine memorabili. Nel 2007 Matteo Collura racconta, in L'isola senza ponte, il «dialogo muto» con quel volto durato una vita intera.

Tutti e quattro sono passati dalla porta dello stesso piccolo museo: il Mandralisca. Tutti hanno guardato lo stesso volto: il Ritratto d'ignoto di Antonello da Messina. Da quel volto parte questo ipertesto.

I quattro scrittori

Antonio Fogazzaro

Daniele Cortis, 1885

Vincenzo Consolo

Il sorriso dell'ignoto marinaio, 1976

Leonardo Sciascia

Cruciverba, 1983

Matteo Collura

L'isola senza ponte, 2007

Le opere d'arte

Il Ritratto d'ignoto

Antonello da Messina

Il Cristo Pantocratore

Mosaico bizantino del 1148

Antonello da Messina

Il pittore del Quattrocento

I luoghi

Museo Mandralisca

Il piccolo museo di via Mandralisca

La Cattedrale

Fondata da Ruggero II nel 1131

La Rocca

Una rupe abitata dalla preistoria

Le mura megalitiche

V secolo a.C.

Le epoche

Cefalù greca

Kephaloidion

Cefalù normanna

L'epoca di Ruggero II

Cefalù nell'Ottocento

Il barone Mandralisca

Cefalù UNESCO

Patrimonio mondiale dal 2015

Vincenzo Consolo

Il romanzo del 1976 che ha cambiato Cefalù

Scrittore 1933-2012

Vincenzo Consolo nacque a Sant'Agata di Militello, in provincia di Messina, il 18 febbraio 1933. Era il sesto di otto figli; il padre Calogero gestiva la ditta «Fratelli Consolo Cereali» fondata nel 1939. Nell'autunno del 1952 lasciò la Sicilia per Milano per iscriversi a Giurisprudenza all'Università Cattolica. Dopo la laurea tornò in Sicilia per insegnare, dove conobbe due figure decisive: Leonardo Sciascia e il poeta-barone Lucio Piccolo di Capo d'Orlando, cugino di Tomasi di Lampedusa. Nel 1968 si trasferì definitivamente a Milano per un posto in Rai. Da lì, paradossalmente, scrisse tutti i suoi libri più siciliani.

Il romanzo del 1976

Durante uno dei suoi ritorni in Sicilia, Consolo visitò il Museo Mandralisca di Cefalù e si trovò davanti al Ritratto d'ignoto di Antonello da Messina. Fu un'illuminazione. Da quell'incontro nacque Il sorriso dell'ignoto marinaio, pubblicato da Einaudi nel 1976.

Il romanzo segue il barone Enrico Pirajno di Mandralisca in navigazione verso Cefalù. Sullo sfondo del Risorgimento siciliano, la trama culmina nella sommossa contadina di Alcara Li Fusi del 17 maggio 1860 — episodio storico realmente accaduto — su cui Consolo costruisce la sua meditazione amara sul Risorgimento tradito.

Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro.

Sono le parole con cui Consolo descrive il sorriso del marinaio nel dipinto. Da cinquant'anni i lettori le portano con sé quando entrano al Mandralisca.

Consolo lettore Einaudi

Nel 1977 Consolo divenne consulente editoriale Einaudi insieme a Italo Calvino e Natalia Ginzburg. Sarà lui, qualche anno dopo, a portare a Milano il dattiloscritto d'esordio di Matteo ColluraAssociazione indigenti — e a suggerirgliene il titolo, scrivendo anche il risvolto di copertina non firmato. Un'amicizia e un'eredità che continua oggi attraverso il triangolo Consolo-Sciascia-Collura.

I premi

Vinse il Premio Pirandello (1985) per Lunaria, il Premio Grinzane Cavour (1988) per Retablo, il Premio Strega (1992) per Nottetempo, casa per casa, il Premio Internazionale Unione Latina (1994) per L'olivo e l'olivastro. Nel 1999 pubblicò per Bruno Leopardi Editore di Palermo un volume intitolato semplicemente Cefalù, con fotografie di Giuseppe Leone. Morì a Milano il 21 gennaio 2012.

Fonti Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio, Einaudi 1976. Mondadori, I Meridiani, a cura di Gianni Turchetta, 2015.

Leonardo Sciascia

Il saggio del 1983 che ha legittimato Cefalù come luogo del pensiero

Scrittore 1921-1989

Leonardo Sciascia, lo scrittore di Racalmuto, era già uno dei grandi della letteratura italiana quando uscì il romanzo di Vincenzo Consolo. Autore di Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, voce civile ascoltata in tutta Europa, leggere il libro dell'amico più giovane era per lui un impegno naturale.

Prima del saggio: l'epigrafe del 1976

Il Sorriso dell'ignoto marinaio si apre con un'epigrafe di Sciascia tratta da L'ordine delle somiglianze, testo che lo scrittore aveva pubblicato nel 1967 come presentazione del volume L'opera completa di Antonello da Messina dei «Classici dell'Arte» Rizzoli. Consolo aveva letto quel saggio come un testo fondativo: conteneva già il nucleo filosofico intorno al quale avrebbe costruito il proprio romanzo.

Cruciverba, 1983

Nel 1983 Einaudi pubblicò, nella collana «Gli struzzi», il volume Cruciverba. Vi era raccolto anche il saggio sciasciano su Antonello e sul romanzo di Consolo. Sciascia sceglie di entrare nel libro dalla porta del museo, e non viceversa.

Non c'è turista che viaggiando per la Sicilia tra Palermo e Messina non si senta obbligato o desideroso di fermarsi a Cefalù: e dopo averne ammirato il Duomo non imbocchi la stradetta di fronte e a destra per visitare, fatti pochi passi, il Museo di Mandralisca.

È un capolavoro di geografia letteraria. Sciascia non descrive Cefalù dall'alto: la attraversa concretamente. Il Duomo, la piazza luminosa, la stradetta di fronte e a destra, pochi passi, il museo. È la stessa strada che ciascun visitatore compie oggi.

Il dialogo col dipinto

Davanti al ritratto, Sciascia non analizza la tecnica. Si lascia interrogare. Quel volto, scrive, somiglia al mafioso della campagna e al deputato del parlamento, al contadino e al principe del foro, perfino a chi scrive quella nota. È un nobile o un plebeo? Un notaio o un contadino? «Somiglia, ecco tutto.»

Una delle frasi più citate mai scritte sul ritratto di Cefalù. Per Sciascia il volto dipinto da Antonello non è di qualcuno: è di tutti, ed è di ciascuno.

L'amicizia con Collura

Sciascia fu anche il maestro di un altro scrittore siciliano che avrebbe scritto del Mandralisca: Matteo Collura, di cui sarà amico per anni. Collura, dopo la morte di Sciascia (1989), gli avrebbe dedicato la grande biografia Il maestro di Regalpetra (1996), riconosciuta come una delle migliori sull'argomento.

Fonti Leonardo Sciascia, Cruciverba, Einaudi, «Gli struzzi», 1983. Il saggio su Antonello fu pubblicato per la prima volta nel 1967 come presentazione di L'opera completa di Antonello da Messina, Classici dell'Arte Rizzoli.

Matteo Collura

Il dialogo muto con il volto di Antonello

Scrittore 1945

Matteo Collura è nato ad Agrigento il 14 agosto 1945, da padre grottese e madre nata in Libia da genitori siciliani di Favara. Cominciò al Giornale di Sicilia di Palermo, passò a L'Ora, fu corrispondente da Milano per Il Mattino, capo ufficio stampa della Rizzoli editoriale libri. Dal 1985 al 2005 è stato redattore culturale del Corriere della Sera, per cui ha scritto fino al 2016. Vent'anni di pagine culturali alla testata più letta del paese: in quelle colonne lettori di tutta Italia hanno conosciuto la cultura siciliana attraverso la sua firma.

L'esordio: una scheda di Calvino, una raccomandazione di Consolo

Il suo dattiloscritto d'esordio, Associazione indigenti, fu letto da Italo Calvino, che stilò una scheda entusiasta. Fu Vincenzo Consolo, allora lettore per Einaudi, a portarla a Milano e a sostenerne la pubblicazione. La scheda di Calvino si chiude con queste parole: «Ottimo libro, da pubblicare subito». Il titolo del libro fu suggerito dallo stesso Consolo, che per Einaudi scrisse anche il risvolto di copertina non firmato. Il libro uscì nell'autunno del 1979.

Da quel momento Consolo e Collura, i due siciliani a Milano, diventarono amici. Collura coltivò per tutta la vita anche un'altra grande amicizia letteraria: quella con Leonardo Sciascia, di cui sarebbe diventato uno dei principali biografi.

Sicilia sconosciuta, 1984

Il libro più popolare di Collura resta Sicilia sconosciuta, pubblicato da Rizzoli nel 1984 e più volte ristampato. Era un'operazione editoriale nuova: non guida turistica, non saggio storico, ma viaggio attraverso i luoghi minori e le piccole meraviglie sottratte al flusso del turismo di massa. Cefalù vi trovò posto non per la spiaggia o per il Duomo, ma proprio per il Mandralisca. Per un lettore settentrionale degli anni Ottanta, scoprire grazie a Collura che in una piccola galleria di Cefalù c'era un capolavoro di Antonello significava ricevere una rivelazione.

Il dialogo muto, 2007

Nel 2007 Collura pubblicò per Longanesi L'isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia. Una pagina di quel libro è dedicata al Mandralisca e al ritratto di Antonello. Si distingue, tra le molte scritte sull'argomento, per il suo tono privato, intimo, quasi diaristico.

Non so quante volte sono andato in quella piccola galleria, lascito di un nobile benefattore come soltanto nell'Ottocento ve ne furono, per rivedere quel volto. E sempre un'emozione nuova, una impressione differente; e ogni volta la sensazione di riprendere un filo, come di dialogo muto, come di complicità in qualche modo nata e mantenuta tra Lui e me.

Sono parole che non somigliano a quelle di Consolo né a quelle di Sciascia. Consolo aveva fatto del ritratto un personaggio storico e politico. Sciascia ne aveva fatto uno specchio antropologico. Collura sceglie una terza strada, più quieta e più personale: il ritratto è un interlocutore. Qualcuno a cui si torna come si torna da un amico. Un dialogo che ogni visita ricuce e rinnova.

Il binocolo rovesciato

Collura vive a Milano da più di quarant'anni. La Sicilia è rimasta il suo laboratorio letterario. In un'intervista ha spiegato: «Arrivando a Milano e abitandoci stabilmente ho potuto guardare la Sicilia dalla giusta lontananza per poterla giudicare. È come il binocolo rovesciato, si vede piccolo ma molto nitido». Il Mandralisca è una delle cose che si vedono meglio col binocolo rovesciato.

Oggi

Nel 2025 Matteo Collura ha compiuto ottant'anni. Le celebrazioni in suo onore sono cominciate ad Agrigento il 25 luglio con un primo appuntamento alla biblioteca Lucchesiana. Continua a scrivere per Il Messaggero. La sua Conversazione (im)possibile tra Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia — in cui veste i panni di Pirandello — è stata rappresentata al Teatro Antico di Taormina, alla casa di Pirandello ad Agrigento, alla casa di Manzoni a Milano.

Fonti Matteo Collura, L'isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia, Longanesi 2007. Sicilia sconosciuta, Rizzoli 1984. Il maestro di Regalpetra, Longanesi 1996.

Antonio Fogazzaro

Daniele Cortis, 1885: Cefalù come luogo di esilio

Scrittore 1842-1911

Antonio Fogazzaro nacque a Vicenza il 25 marzo 1842 da una famiglia benestante. Cattolico fervente, scrittore di formazione tardo-romantica, si affermò nel 1881 con Malombra. Nel 1900 sarebbe diventato senatore del Regno; morì a Vicenza il 7 marzo 1911.

Il romanzo del 1885

Daniele Cortis fu il suo secondo romanzo. Terminato l'11 marzo 1884, fu pubblicato nel gennaio 1885 con immediato successo. Il cuore narrativo è una vicenda d'amore impossibile tra due cugini, Elena Carrer e Daniele Cortis. Lui è deputato al parlamento italiano, lei è sposata col barone siciliano Di Santa Giulia, anziano e dilapidatore.

Cefalù come arma di ricatto

Oberato di debiti di gioco, il barone Di Santa Giulia ricorre a un ricatto brutale: se non riceverà il denaro dalla famiglia di Elena, la esilierà nei suoi possedimenti siciliani.

Voglio dirti questo, che il denaro mi abbisogna e che se non l'avrò te ne pentirai, perché io ti inchiodo a Cefalù per tutti i sempiterni secoli... o Cefalù o denaro.

Cefalù, nelle pagine di Fogazzaro, non è semplicemente un luogo: è un'arma. È la pena che il marito tiene sospesa sul capo della moglie.

La vita misera in città

Quando Elena finisce davvero a Cefalù, Fogazzaro descrive la sua vita lì come uno stato di mestizia perpetua. In una lettera che Elena scrive da Cefalù: «La mia stanzetta dà su una vasta spianata dove passa la ferrovia e ha dinanzi una montagnola tutta verde d'ulivi.» Sono dettagli precisi: la cintura ferroviaria che ancora oggi taglia la città — la linea Palermo-Messina aveva raggiunto Cefalù nel 1873. Fogazzaro non era mai stato a Cefalù, ma aveva costruito un'immagine credibile sulla base di letture e conversazioni.

Ella andò al balcone sul mare come per vedere il tramonto, ma in fatto per piangere, secondo il solito.

Perché conta, anche se è scomodo

È una pagina scomoda per Cefalù. Nessuno si compiace di vedere la propria città presentata come luogo di confino. Ma è anche una pagina onesta e documentariamente preziosa. Tra Fogazzaro (1885) e Consolo (1976) passano novantun anni esatti: il primo dipinge Cefalù come luogo del confino sentimentale, il secondo ne fa il centro morale della letteratura siciliana del Novecento. Pochi luoghi italiani conoscono una metamorfosi letteraria così vertiginosa.

Fonti Antonio Fogazzaro, Daniele Cortis, Galli, Milano 1885. Edizione critica nei Meridiani Mondadori. Versione cinematografica diretta da Mario Soldati nel 1947 con Sarah Ferrati e Vittorio Gassman.

Il Museo Mandralisca

Il piccolo museo della stradetta di fronte al Duomo

Si trova in via Mandralisca, a pochi passi dalla piazza del Duomo. Nasce dal lascito del barone Enrico Pirajno di Mandralisca, che alla morte donò al Comune di Cefalù la sua biblioteca, le sue collezioni di conchiglie, oggetti d'arte e quadri. Tra questi, il pezzo più importante: il Ritratto d'ignoto di Antonello da Messina.

Un crocevia della letteratura siciliana

Il Mandralisca è uno dei rarissimi luoghi d'Italia che ha ricevuto la visita e la pagina di quattro scrittori distinti: Vincenzo Consolo (1976), Leonardo Sciascia (1983), Matteo Collura (2007). Tre amici, tre maestri, tre stili. Lo stesso ritratto. Il museo non è solo un monumento isolato: è un crocevia dove la letteratura siciliana ha ripetutamente scelto di interrogarsi sulla propria identità.

La passeggiata di Sciascia

Nel saggio del 1983 in Cruciverba, Sciascia ha indicato a generazioni di visitatori come arrivare al museo: dal Duomo, attraverso la «piazza luminosa che lo inquadra», si imbocca «la stradetta di fronte e a destra». Fatti pochi passi, si è al museo.

Il dialogo muto di Collura

Collura, che lo ha visitato innumerevoli volte nell'arco di una vita intera, ha scritto del Mandralisca le parole forse più calde mai dette su un museo italiano: «un dialogo muto, una complicità in qualche modo nata e mantenuta tra Lui e me». Il Mandralisca, secondo Collura, è uno di quei rari posti dove non si va per vedere qualcosa, ma per continuare una conversazione.

Il Ritratto d'ignoto

Un olio su tavola di trenta per venticinque centimetri

Il Ritratto d'ignoto marinaio di Antonello da Messina è un piccolo dipinto a olio su tavola di circa trenta per venticinque centimetri, conservato al Museo Mandralisca. È uno dei capolavori riconosciuti del Quattrocento italiano. Il barone Mandralisca lo acquistò nella bottega di uno speziale di Lipari.

Il volto interrogato da quattro scrittori

Lo stesso volto, su una tavola di trenta centimetri scarsi, ha attraversato la letteratura italiana del Novecento attraverso quattro sguardi.

Sciascia (1967, 1983): «Somiglia, ecco tutto.» Un volto archetipico, che è tutti e ciascuno. Il volto del siciliano nell'irriducibile sua ambiguità.

Consolo (1976): «Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro.» Il volto come metafora politica del Risorgimento tradito.

Collura (2007): «Un dialogo muto, una complicità nata e mantenuta tra Lui e me.» Il volto come amico a cui si torna lungo una vita.

Tutta l'espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell'increspatura sottile, mobile, fuggevole dell'ironia, velo sublime d'aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà.

È la pagina più famosa di Consolo, e una delle più citate quando si parla di Antonello.

Antonello da Messina

Il pittore siciliano del Quattrocento

Pittore 1430 ca.-1479

Antonello da Messina (c. 1430-1479) è uno dei più grandi pittori italiani del Quattrocento. Maestro nell'uso della pittura a olio appresa dai fiamminghi, è autore di alcuni dei ritratti più celebri della pittura europea, tra cui quello conservato a Cefalù: il Ritratto d'ignoto.

L'ordine delle somiglianze

Nel 1967 Rizzoli pubblica nei suoi «Classici dell'Arte» il volume L'opera completa di Antonello da Messina, con un saggio introduttivo di Leonardo Sciascia intitolato L'ordine delle somiglianze. È in quel testo che Sciascia formula il concetto chiave: i ritratti di Antonello «somigliano». Sono l'idea stessa, l'archetipo, della somiglianza. Sarà quel saggio a fornire a Consolo la chiave del proprio romanzo del 1976.

Il barone Enrico Pirajno di Mandralisca

Nobile cefaludese, collezionista, studioso di malacologia

Storico XIX secolo

Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, fu un nobile cefaludese realmente esistito nell'Ottocento. Collezionista, filantropo, studioso di malacologia (scienza che studia i molluschi), comprò il dipinto di Antonello da Messina nella bottega di uno speziale di Lipari. Alla sua morte, per testamento, lasciò al Comune di Cefalù la sua biblioteca, le conchiglie, gli oggetti d'arte. Da quel lascito nasce il Museo Mandralisca.

Personaggio del romanzo

Vincenzo Consolo prende questa figura reale e la trasforma in lente morale del suo romanzo. Attraverso Mandralisca, nobile illuminato che si interroga sulla giustizia e sulla storia, l'autore si fa portavoce del malessere delle genti siciliane. Sciascia, leggendo il romanzo, suggerisce che nel personaggio Consolo abbia messo «quel che mancava all'altro barone da lui conosciuto»: il poeta Lucio Piccolo di Capo d'Orlando, cugino di Tomasi di Lampedusa.

La rivolta di Alcara Li Fusi

17 maggio 1860, scenario centrale del romanzo di Consolo

Il 17 maggio 1860 ad Alcara Li Fusi, paese dei Nebrodi, scoppiò una rivolta contadina al passaggio delle truppe garibaldine. I contadini assaltarono il «casino dei nobili» trucidando con falci e coltelli numerose persone, tra cui un ragazzo. I garibaldini della colonna Medici, giunti dopo alcune settimane di anarchia, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati.

È su questo episodio storico che Vincenzo Consolo costruisce la sua amara meditazione sul Risorgimento tradito. La rivolta diventa per il barone Mandralisca il momento di una presa di coscienza: descrittore e classificatore di molluschi, si ritrova alla fine dalla parte dei contadini che hanno massacrato i baroni come lui.

Fonte storica La rivolta di Alcara Li Fusi è un evento storicamente documentato. Si inserisce nelle rivolte contadine dei Nebrodi del 1860, contemporanee a quella di Bronte raccontata da Verga nella novella Libertà.

La Cattedrale di Cefalù

Fondata nel 1131 da Ruggero II d'Altavilla

La cattedrale fu fondata il 7 giugno 1131, giorno di Pentecoste, per volere di Ruggero II d'Altavilla, primo re di Sicilia. È la più antica delle grandi cattedrali normanne dell'isola, e precede quella di Monreale di oltre quarant'anni. Nel saggio del 1983, Sciascia indica il Duomo come il punto di partenza naturale di ogni visita a Cefalù: dalla piazza luminosa che lo inquadra parte la stradetta che conduce al Museo Mandralisca.

Il Cristo Pantocratore

Il pezzo più famoso della cattedrale è il Cristo Pantocratore che domina l'abside: un mosaico bizantino del 1148, alto circa tredici metri, realizzato da maestri chiamati da Costantinopoli.

Patrimonio UNESCO

Dal 2015 la cattedrale è parte del sito seriale UNESCO «Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale».

Fonti Data di fondazione documentata dal diploma di Ugone, arcivescovo di Messina (1131). Studi storici di Isidoro Carini. Sito UNESCO ufficiale.

Il Cristo Pantocratore

Il mosaico bizantino del 1148

Il Pantocratore di Cefalù è alto circa tredici metri e domina l'abside della cattedrale. Fu realizzato nel 1148 — la data è incisa nella parte inferiore dell'abside — da maestri bizantini chiamati direttamente da Costantinopoli da Ruggero II.

È il più antico grande Pantocratore d'Italia. Precede quello di Monreale (1172-1189) di quasi quarant'anni, quello della Cappella Palatina di Palermo (1143-1154) di pochi anni, quello della Martorana di Palermo (anni Quaranta del XII secolo). Tutti questi mosaici si sono ispirati al modello di Cefalù.

Fonte Datazione confermata dall'iscrizione musiva visibile in basso nell'abside. Confronti cronologici nelle pubblicazioni dell'UNESCO sul sito arabo-normanno.

La Rocca di Cefalù

Una rupe calcarea abitata fin dalla preistoria

La Rocca è una rupe calcarea che raggiunge i 270 metri sopra il livello del mare. La sua composizione, con presenza di fossili organogeni, ne rivela l'origine nell'era cretacica superiore. La presenza umana è documentata fin dalla preistoria: nelle grotte sul versante orientale (Grotta delle Giumente e Grotta delle Colombe) sono stati trovati frammenti di ceramica del XVI-XV secolo a.C.

Tempio di Diana e castello

Sulla sommità si trovano i resti del cosiddetto Tempio di Diana, costruito sopra una cisterna del IX secolo a.C., e di un castello normanno del XII secolo. Le mura megalitiche della città antica si saldano direttamente alle pareti strapiombanti della Rocca.

Le mura megalitiche

Pietre ciclopiche del V secolo a.C.

Le mura megalitiche sono le antiche fortificazioni della città greca di Kephaloidion, costruite tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C. Si chiamano «megalitiche» o «ciclopiche» per le dimensioni dei blocchi di calcare locale, posati a secco, con spessore di tre metri e altezza originaria di sei.

Le mura seguivano la linea della costa fino ad agganciarsi alle pareti della Rocca. Avevano quattro porte: oggi sopravvive solo Porta Pescara. Lo studio di riferimento si deve all'archeologo Amedeo Tullio.

Da sapere

Le mura megalitiche sono più antiche della cattedrale di circa sedici secoli.

Cefalù greca: Kephaloidion

Una città indigena ellenizzata

Kephaloidion era il nome greco della città antica, da kephalís ("testa"), per la forma del promontorio. Non era una colonia greca classica come Siracusa, ma una città indigena ellenizzatasi gradualmente, che mantenne a lungo un'autonomia parziale. Le sue mura megalitiche servivano proprio a difendere questa autonomia.

Nel 307 a.C. la città fu conquistata dai siracusani. Nel 254 a.C. arrivarono i romani, che cambiarono il nome in Cephaloedium. Poi vennero i bizantini, gli arabi (che la chiamarono Gafludi), infine i normanni di Ruggero II.

Cefalù normanna

L'epoca di Ruggero II d'Altavilla

L'epoca normanna è quella che ha dato a Cefalù la sua forma definitiva. Ruggero II d'Altavilla (1095-1154), primo re del Regno di Sicilia fondato nel 1130, fece di Cefalù uno dei cantieri più importanti del nuovo regno: vi fondò la cattedrale nel 1131 e vi fece realizzare nel 1148 il Cristo Pantocratore.

Il regno normanno di Sicilia fu una delle esperienze culturali più sorprendenti del Medioevo europeo: unione di tradizioni latina, greca, araba sotto un'unica corona. La cattedrale di Cefalù è uno dei monumenti che testimoniano quella sintesi e che oggi sono riconosciuti dall'UNESCO.

Cefalù nell'Ottocento

Il secolo del barone Mandralisca

L'Ottocento è il secolo in cui Cefalù entra per la prima volta nella geografia letteraria italiana, e lo fa attraverso due figure: il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, nobile illuminato, collezionista, studioso, che lascerà alla città quello che oggi conosciamo come Museo Mandralisca; e indirettamente Antonio Fogazzaro, che nel 1885 ne fa il luogo di esilio di Elena Carrer in Daniele Cortis.

È anche il secolo che vede arrivare la modernità infrastrutturale: la linea ferroviaria Palermo-Messina raggiunse Cefalù nel 1873, dato citato anche da Fogazzaro nella descrizione della «vasta spianata dove passa la ferrovia». E sarà sullo sfondo dei moti risorgimentali del 1860 — in particolare della rivolta di Alcara Li Fusi — che, quasi un secolo dopo, Vincenzo Consolo ambienterà il suo romanzo più famoso.

Cefalù UNESCO

Patrimonio mondiale dell'umanità dal 2015

Nel 2015 l'UNESCO ha inserito la cattedrale di Cefalù nel sito seriale «Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale», riconoscendo il valore eccezionale dell'architettura medievale siciliana come testimonianza della convivenza di culture diverse — latina, greca, araba — sotto il regno normanno.

Il sito include monumenti di Palermo (Cappella Palatina, Cattedrale, Martorana, San Giovanni degli Eremiti, San Cataldo, Zisa, Cuba, Ammiraglio, Ponte dell'Ammiraglio), la cattedrale di Cefalù e la cattedrale di Monreale.

Fonte UNESCO World Heritage List, decisione 39 COM 8B.27 del 2015.
Mario Macaluso

Mario Macaluso

Scrittore, blogger e founder del Festival del Cinema di Cefalù. Laureato in Filosofia con studi in Teologia. Scrivo per comprendere il tempo che viviamo, raccontando luoghi, persone e storie che meritano attenzione.

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