Mario Macaluso

Il tempo lungo delle domande: perché raccontare oggi è un atto necessario

sicilia

Scrivere oggi non è un gesto neutro. Non è un’abitudine, non è un esercizio, non è nemmeno soltanto una passione. È una scelta. A volte silenziosa, altre volte ostinata. Raccontare, in questo tempo rapido e rumoroso, significa decidere di fermarsi, di sostare, di guardare più a lungo là dove tutto invita a scorrere, consumare, dimenticare.

Viviamo immersi in un presente che accelera. Le notizie si sovrappongono, le immagini si divorano a vicenda, le parole vengono usate, logorate, gettate via. In questo flusso continuo, il racconto sembra fuori tempo, quasi anacronistico. Eppure è proprio qui che diventa necessario. Raccontare oggi significa resistere alla superficialità, opporsi alla semplificazione, rifiutare la scorciatoia dell’urgenza permanente.

Il racconto appartiene al tempo lungo. Non quello dell’attesa passiva, ma quello della maturazione. È il tempo delle domande che non cercano risposte immediate, delle riflessioni che crescono lentamente, delle parole che si depositano invece di evaporare. Raccontare non è dire tutto, subito. È scegliere, pesare, ascoltare. È dare alle cose il diritto di essere complesse.

Oggi si chiede spesso di spiegare, di chiarire, di semplificare. Raramente si chiede di comprendere. Il racconto, invece, non spiega: accompagna. Non chiude: apre. Non impone: propone. È uno spazio di relazione, non un atto di potere. Chi racconta non alza la voce, non sovrasta, non conquista. Chi racconta si espone.

C’è una differenza profonda tra informare e raccontare. Informare è necessario, imprescindibile, urgente. Raccontare è vitale. L’informazione risponde al bisogno di sapere; il racconto risponde al bisogno di sentire, di capire, di riconoscersi. In un’epoca in cui tutto è misurato in termini di velocità, visibilità, rendimento, il racconto restituisce densità al tempo e spessore all’esperienza.

Raccontare oggi è anche un atto di responsabilità. Significa scegliere di non ridurre le persone a numeri, i luoghi a sfondi, gli eventi a titoli. Significa restituire contesto, storia, profondità. Ogni racconto autentico è un gesto civile, perché rimette al centro l’umano: fragile, contraddittorio, incompleto. Raccontare è un modo per dire che nessuna realtà può essere compresa senza essere attraversata.

C’è poi un’altra dimensione, più intima e meno dichiarata. Raccontare è anche un modo per resistere all’oblio. In un tempo che dimentica in fretta, la parola scritta diventa memoria, traccia, impronta. Non per nostalgia, ma per continuità. Raccontare significa tenere insieme ciò che è stato, ciò che è e ciò che potrebbe essere. È un filo sottile che collega generazioni, esperienze, visioni.

Il tempo lungo delle domande è scomodo. Non produce risultati immediati, non garantisce consenso, non offre certezze rapide. Ma è l’unico tempo in cui può nascere un pensiero autentico. Le domande vere non sono efficienti, non sono performanti, non sono virali. Sono necessarie. E il racconto è il luogo naturale in cui queste domande possono abitare senza essere addomesticate.

Raccontare oggi significa anche sottrarsi alla logica dello schieramento permanente. Non tutto deve essere ridotto a un “pro” o a un “contro”. Il racconto accetta le zone grigie, le ambivalenze, le tensioni irrisolte. Non cerca di convincere, ma di far pensare. Non pretende adesione, ma attenzione. È un atto di fiducia nell’intelligenza di chi legge.

In fondo, raccontare è un gesto profondamente umano perché nasce dal bisogno di dare senso. Non di spiegare tutto, ma di non lasciare tutto muto. Raccontiamo per non sentirci soli, per riconoscerci negli altri, per lasciare segni che possano essere raccolti, interpretati, magari anche contraddetti. Ogni racconto è una consegna, non una conclusione.

Ecco perché raccontare oggi è un atto necessario. Perché viviamo in un tempo che corre ma non sempre sa dove va. Perché le domande, se non trovano spazio, diventano rumore o rassegnazione. Perché la parola, quando è scelta e non urlata, può ancora costruire ponti, aprire varchi, creare comunità invisibili ma reali.

Il racconto non salva il mondo, ma lo rende abitabile. Non risolve tutto, ma impedisce che tutto venga ridotto. Non offre risposte definitive, ma custodisce le domande essenziali. E forse, oggi più che mai, abbiamo bisogno proprio di questo: non di parole che chiudono, ma di parole che restano.

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