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In me dorme un grido di Francesca Diotallevi: la voce delle donne contro il silenzio

Mario Macaluso 21.10.2026 6 min di lettura
In me dorme un grido di Francesca Diotallevi: la voce delle donne contro il silenzio
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Nella campagna di Capalbio, su una collina che per molti era soltanto terra arida e sassi, si alzano ventidue sculture monumentali coperte di specchi, ceramiche e vetri colorati. Sono gli Arcani maggiori dei tarocchi reinventati da Niki de Saint Phalle, l'artista franco-americana che ha dedicato una parte decisiva della sua vita a quel luogo. Da qui parte In me dorme un grido, il nuovo romanzo di Francesca Diotallevi, pubblicato da Neri Pozza nella collana I narratori delle tavole e arrivato in libreria il 6 ottobre 2026, con le sue quattrocento pagine.

Non è una biografia nel senso stretto del termine, ma la vita di una donna raccontata attraverso gli strumenti della narrativa: le ferite dell'infanzia, un matrimonio arrivato troppo presto, la maternità, il crollo psichico, il ricovero e poi la scoperta dell'arte come unica via di salvezza. Una salvezza che però chiede un prezzo alto, e il libro non smette mai di misurarlo.

Un'autrice che ascolta gli artisti

Francesca Diotallevi, nata a Milano nel 1985 e laureata in Scienze dei Beni Culturali, frequenta da anni il territorio in cui la storia dell'arte incontra il romanzo. Aveva esordito con Amedeo, je t'aime, dedicato a Modigliani e a Jeanne Hébuterne, uscito per Mondadori Electa nel 2015. Con Neri Pozza ha poi pubblicato Dentro soffia il vento, vincitore della sezione giovani del Premio Neri Pozza, Dai tuoi occhi solamente, il romanzo su Vivian Maier presentato al Premio Strega e premiato tra gli altri con il Comisso nella sezione giovani, il Manzoni e il Mastronardi, e Le stanze buie. Per Rizzoli ha firmato Di pietra e furore, sulla vita e l'arte di Andrea Mantegna.

Il filo che lega questi libri è chiaro: Diotallevi sceglie figure che hanno pagato cara la propria vocazione e prova a restituirne l'interiorità senza ridurla a un santino. Con Niki de Saint Phalle la sfida è ancora più grande, perché si tratta di una personalità sfuggente, contraddittoria, capace di passare dalla furia alla tenerezza nel giro di un'opera.

Dalla ferita al Giardino dei Tarocchi

Il romanzo intreccia piani diversi. Da una parte c'è la ragazza cresciuta in una famiglia borghese, segnata da un trauma infantile che pesa su tutto ciò che verrà dopo; dall'altra la giovane moglie e madre che crolla, viene ricoverata e scopre nella pittura e nella scultura un modo per non soccombere. Su tutto domina il grande progetto toscano, con la ricerca di un terreno adatto, l'appoggio di amici influenti come Marella Caracciolo, la scelta di una collina che custodisce anche memorie etrusche e un lavoro lunghissimo, condiviso con collaboratori fedeli.

Accanto alla protagonista si muovono personaggi che illuminano le sue scelte. C'è Jean Tinguely, artista e compagno di una vita, con cui il legame cambia forma negli anni fino a diventare soprattutto un patto sull'eredità del loro lavoro. Ci sono amiche come Clarice Rivers, assistenti come Ricardo, figure maschili che rappresentano invece il controllo e la gabbia. Sullo sfondo scorre l'Italia degli anni in cui il Giardino prende forma, con il rapimento Moro, la legge Basaglia e l'arrivo dell'AIDS.

Il prezzo della libertà

Il cuore più doloroso del libro è la scelta di lasciare il marito e, con lui, i due figli. Diotallevi non la giustifica e non la condanna: la racconta come una lacerazione da cui la protagonista non guarirà mai del tutto. È il punto in cui la storia di una singola artista diventa una riflessione più ampia sul ruolo che la società assegnava alle donne a metà del Novecento, sul senso di colpa legato alla maternità, sull'impossibilità di essere insieme moglie perfetta, madre devota e creatrice libera.

A questo si aggiunge il corpo, che diventa a sua volta un campo di battaglia. I materiali usati per anni nel lavoro, le resine e i solventi, lasciano un segno sui polmoni dell'artista. La terra e la polvere ritornano allora nel romanzo con un doppio significato: sono la materia da cui nascono le sculture e insieme ciò che lentamente la consuma.

Le Nanas e la rabbia trasformata

All'inizio del suo percorso, la rabbia di Niki de Saint Phalle è esplicita, quasi violenta. Le prime opere sono spose spettrali irte di oggetti, figure che mettono in scena l'oppressione invece di nasconderla. Poi qualcosa cambia, anche grazie allo sguardo sulla gravidanza di un'amica, e arrivano le Nanas: donne enormi, colorate, prosperose, che danzano invece di subire. Il termine, nato con una sfumatura dispregiativa, diventa nelle sue mani il simbolo di una femminilità che si prende spazio senza chiedere il permesso.

Il romanzo segue questa trasformazione con attenzione, mostrando come il dolore non venga cancellato ma rielaborato. Anche i tarocchi vengono riscritti dall'artista: l'Imperatrice diventa una sfinge e una dea madre, una scultura così grande da poterci abitare dentro, una sorta di grembo in cui rinascere. Il Matto, che parte senza conoscere la meta, è forse il ritratto più fedele di chi crea seguendo un'urgenza più forte della ragione.

La voce delle donne contro il silenzio

Il titolo dice già molto. Quel grido che dorme è la voce che per anni Niki de Saint Phalle non ha potuto o saputo usare, soffocata dalle convenzioni familiari, dal segreto di un abuso, dalle diagnosi e dalle cure imposte. L'arte è il modo in cui quel grido si sveglia, non per distruggere ma per costruire uno spazio in cui altre persone possano entrare e riconoscersi. Il Giardino, che si attraversa senza un percorso obbligato, è pensato proprio così: un luogo in cui perdersi come in un sogno.

Colpisce anche il modo in cui la protagonista guarda alle altre donne. Non rivali, non modelli da imitare o da respingere, ma presenze da ascoltare e accogliere, compagne di una stessa lotta contro un silenzio che ha radici antiche. È qui che il romanzo, pur restando intimo, diventa corale, perché attraverso una sola vita racconta molte vite che non hanno trovato le parole.

Diotallevi consegna così un libro che parla del passato ma interroga il presente, dove violenza, salute mentale e libertà femminile restano questioni aperte. Resta, alla fine della lettura, una domanda che riguarda ciascuno di noi: quanti gridi dormono ancora intorno a noi, in attesa che qualcuno trovi il coraggio di ascoltarli?

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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