Italo Svevo: le 5 bugie della Coscienza di Zeno che raccontano le debolezze e le contraddizioni dell'uomo moderno
Esiste un romanzo italiano che si apre con un medico deciso a vendicarsi del suo paziente. È La coscienza di Zeno, che Italo Svevo pubblicò nel 1923 a proprie spese, dopo anni di silenzio letterario e una lunga carriera da uomo d'affari a Trieste. Il dottor S., psicoanalista, spiega nella breve prefazione di aver spinto Zeno Cosini a scrivere la propria autobiografia come parte della cura; il paziente però ha abbandonato la terapia, e lui decide di dare alle stampe quelle pagine, avvertendo il lettore che contengono molte verità e molte bugie.
Da quell'avvertimento nasce tutta la modernità del libro. Il narratore non è un testimone affidabile: racconta la propria vita per capitoli tematici, il fumo, la morte del padre, il matrimonio, l'amante, gli affari, la psicoanalisi, e in ognuno di essi si costruisce un alibi. Svevo, al secolo Aron Hector Schmitz, conosceva bene le teorie di Freud e frequentava James Joyce, che a Trieste gli aveva dato lezioni d'inglese. Da quella stagione europea ricavò un personaggio che non mente per malizia, ma per difendersi da se stesso.
Le bugie di Zeno, rilette oggi, somigliano in modo impressionante alle nostre. Sono le piccole e grandi menzogne con cui l'uomo contemporaneo rimanda le decisioni, giustifica i propri desideri e si racconta una storia più comoda di quella vera. Eccone cinque, forse le più rivelatrici.
1. L'ultima sigaretta
Il primo inganno è il più celebre e quasi comico. Zeno ha deciso mille volte di smettere di fumare, e ogni volta fissa la data dell'ultima sigaretta, annotandola sui muri, sui libri, sui fogli, con una solennità che rende la promessa più importante del gesto. Il vizio diventa così il pretesto per una continua cerimonia di rinascita: ogni ultima sigaretta ha un sapore speciale proprio perché è l'ultima, e proprio per questo ne seguirà un'altra. Zeno arriva perfino a farsi rinchiudere in una clinica per disintossicarsi, salvo convincersi che la moglie lo tradisca col medico e fuggire corrompendo l'infermiera. È la bugia del buon proposito, quella che tutti conoscono: la volontà esibita come sostituto della volontà reale.
2. Il figlio che soffre per il padre
Il capitolo sulla morte del padre è il più doloroso del romanzo. Zeno descrive un rapporto fatto di incomprensioni, di distanza, di reciproca diffidenza: il padre lo considera un inetto, e il figlio fa poco per smentirlo. Durante l'agonia il vecchio, in un ultimo movimento convulso, colpisce il figlio con uno schiaffo e poi muore. Zeno passerà il resto della vita a interpretare quel gesto, oscillando tra l'idea di una punizione voluta e quella di un movimento incosciente del malato. La menzogna sta nella pretesa di innocenza: il narratore insiste sul proprio affetto filiale, ma le pagine lasciano intravedere un sollievo inconfessato e un rancore mai elaborato. È il racconto che ciascuno fa dei propri lutti, ripulito di tutto ciò che non si ha il coraggio di ammettere.
3. Il marito che ha scelto la moglie
La storia del matrimonio è una commedia degli equivoci. Zeno entra in casa del commerciante Giovanni Malfenti e si innamora della bella Ada, che non lo ricambia. Nella stessa sera chiede la mano ad Ada, poi alla sorella Alberta, e infine ad Augusta, la meno attraente, che accetta. Eppure, raccontando questi fatti, Zeno tenta di presentarli come un percorso sensato, quasi come il frutto di un istinto sicuro. La verità è che il caso ha deciso al posto suo, e il bello è che il matrimonio funziona: Augusta gli dà una serenità che lui non aveva cercato. Svevo mostra così una delle contraddizioni più moderne, la scelta che non si è mai compiuta davvero e che si giustifica soltanto dopo, a cose fatte.
4. Il marito fedele che ha un'amante
Con Carla, giovane povera e aspirante cantante, Zeno avvia una relazione che riempie di sensi di colpa e di razionalizzazioni. Le paga le lezioni di canto, si presenta come un benefattore, e intanto si ripete di amare la moglie più che mai. Il meccanismo è perfetto: ogni tradimento produce un rinnovato slancio di tenerezza verso Augusta, e quella tenerezza diventa la prova, ai suoi occhi, di non essere un uomo cattivo. Il doppio binario regge finché Carla non sceglie un altro uomo e lo lascia. Zeno ne soffre, ma subito trasforma l'abbandono in un sollievo morale. È la bugia della coscienza addomesticata, capace di trasformare ogni colpa in una forma di virtù.
5. L'uomo guarito
L'ultima menzogna riguarda la salute. Zeno si è sempre sentito malato, e quella malattia immaginaria gli ha permesso di sottrarsi alle responsabilità. Dopo il fallimento dell'impresa commerciale condivisa con il cognato Guido Speier, marito di Ada, e dopo la morte di Guido, al cui funerale Zeno non arriva perché segue per errore un altro corteo, il narratore abbandona la psicoanalisi e accusa il dottor S. di averlo frainteso. Mentre la guerra sconvolge Trieste, si arricchisce con il commercio e proclama di essere finalmente guarito. Ma la sua salute è soltanto un nuovo travestimento. Del resto lo stesso Zeno ammette che scrivere in italiano, per un triestino abituato al dialetto, significa già mentire, perché ogni frase in lingua tradisce ciò che si pensa davvero.
Il romanzo si chiude con una delle pagine più vertiginose del Novecento italiano. Zeno sostiene che la vita stessa sia malata, e immagina che un uomo, un giorno, inventi un ordigno capace di far esplodere la terra, restituendola a uno stato di nebulosa liberato da parassiti e malattie. Scritta all'indomani della Prima guerra mondiale, quella profezia suona oggi come un avvertimento sulle conseguenze ultime del progresso tecnico.
Ciò che rende Zeno un personaggio ancora attuale non è la sua inettitudine, ma la sua lucidità nell'ingannarsi. Svevo non lo condanna e non lo assolve: lo lascia parlare, e mentre parla mostra la distanza tra ciò che diciamo di essere e ciò che facciamo. Un secolo dopo, in un'epoca che racconta continuamente se stessa, il suo diario somiglia molto a uno specchio.