Jane Austen: i 3 pregiudizi che ostacolano l'amore nel romanzo Orgoglio e pregiudizio
«È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba essere in cerca di una moglie». Con questa frase, ironica fin dalla prima parola, Jane Austen apre nel 1813 Orgoglio e pregiudizio, il romanzo che più di ogni altro ha reso il suo nome immortale. Il libro era nato anni prima con un titolo diverso, Prime impressioni, e quel primo titolo dice già molto della sua materia: è la storia di persone che si giudicano a prima vista e che sbagliano, e del lungo e faticoso percorso necessario per correggere quell'errore. Austen lo pubblicò senza firmarlo, come tutti i suoi romanzi usciti in vita, e il successo fu immediato. Era una scrittrice che conosceva da vicino il mondo che raccontava, quello della gentry di provincia, e che sapeva osservarlo con uno sguardo affilato e mai sentimentale.
Al centro ci sono Elizabeth Bennet, la seconda delle cinque figlie di una famiglia della piccola nobiltà di campagna, e Fitzwilliam Darcy, ricchissimo proprietario di Pemberley. Si incontrano a un ballo, si detestano quasi subito e impiegano tutto il romanzo a capire di essersi fraintesi. Ma il titolo non parla soltanto di loro due. L'orgoglio e il pregiudizio attraversano l'intera società descritta da Austen, e almeno tre pregiudizi ostacolano l'amore in modo decisivo.
Il pregiudizio di classe
Il primo ostacolo è quello che Darcy porta con sé fin dal suo ingresso in scena. Al ballo di Meryton si mostra altezzoso, rifiuta di ballare con chi non conosce e, parlando con l'amico Bingley, definisce Elizabeth appena passabile, non abbastanza bella da tentarlo. Lei lo sente, e da quel momento il giudizio è fatto. Ma l'arroganza di Darcy non nasce da cattiveria: è il riflesso di un mondo in cui il rango conta più di ogni altra cosa. Lui guarda la famiglia Bennet e vede una madre volgare e ossessionata dai matrimoni, sorelle minori sventate, parenti impegnati nel commercio. Il pregiudizio di classe esplode nella prima dichiarazione d'amore, una delle scene più celebri della letteratura inglese, in cui Darcy confessa a Elizabeth di amarla nonostante tutto: nonostante la sua famiglia, nonostante l'inferiorità della sua posizione, nonostante il proprio buon senso. È una proposta che suona come un insulto, e Elizabeth la respinge con una fermezza che lo lascia senza parole. Lo stesso pregiudizio colpisce anche la sorella maggiore di Elizabeth, la dolce Jane, innamorata di Bingley e ricambiata: sono proprio Darcy e le sorelle dell'amico a convincerlo ad allontanarsi da lei, giudicando la famiglia Bennet indegna di un'alleanza. L'amore, in questo mondo, deve fare i conti con il censo prima ancora che con i sentimenti. Da quel rifiuto comincia la trasformazione di Darcy, costretto per la prima volta a guardare sé stesso con gli occhi degli altri.
Il pregiudizio di Elizabeth
Il secondo ostacolo è il più sottile, perché riguarda proprio l'eroina che il lettore ama. Elizabeth è intelligente, ironica, indipendente, e proprio per questo è convinta di saper giudicare le persone. Quando incontra George Wickham, un giovane ufficiale affascinante e dai modi gentili, gli crede senza esitare. Wickham le racconta di essere stato ingiustamente privato da Darcy di un'eredità promessa, e lei accoglie quella versione perché conferma ciò che già pensava. È il meccanismo del pregiudizio nella sua forma più pura: si accettano le prove che confermano un'idea e si ignorano quelle che la smentiscono. Solo la lettera che Darcy le consegna dopo il rifiuto, in cui racconta la vera storia di Wickham e dei suoi tentativi di sedurre la giovanissima sorella Georgiana, costringe Elizabeth a rileggere tutto da capo. La sua reazione è uno dei momenti più alti del romanzo: capisce di essere stata cieca, di aver giudicato con vanità, e ammette che fino a quel momento non conosceva sé stessa. Austen non risparmia nulla alla sua protagonista, e proprio per questo la rende così vera, lontana dalle eroine perfette dei romanzi sentimentali dell'epoca.
Il pregiudizio sociale verso le donne senza dote
Il terzo ostacolo non appartiene a un singolo personaggio ma all'intera struttura della società inglese del tempo. Le sorelle Bennet non possono ereditare la casa di famiglia, Longbourn, che per legge passerà a un parente maschio, il cugino Collins, un ecclesiastico pomposo e servile. Per una ragazza senza dote il matrimonio non è una scelta sentimentale, ma una questione di sopravvivenza. Lo mostra con chiarezza la vicenda di Charlotte Lucas, l'amica di Elizabeth, che accetta di sposare Collins pur senza amarlo, perché a ventisette anni e senza mezzi è l'unica sicurezza possibile. Elizabeth ne è sconvolta, ma Austen non giudica Charlotte: descrive con lucidità la condizione di donne che non hanno alternative. Lo stesso pregiudizio prende la forma aristocratica di Lady Catherine de Bourgh, la zia di Darcy, che arriva fino a casa Bennet per impedire un matrimonio che considera disonorevole. Lo scontro tra lei ed Elizabeth, che rifiuta di farsi intimidire, è il momento in cui la protagonista afferma il proprio diritto di decidere della propria vita.
Ciò che rende Orgoglio e pregiudizio ancora così amato non è soltanto la storia d'amore, che pure ha generato innumerevoli adattamenti per il cinema e la televisione. È lo sguardo di Austen, ironico e preciso, capace di raccontare un mondo minuscolo fatto di balli, visite e conversazioni in salotto e di farne lo specchio di questioni universali. Il romanzo insegna che il primo giudizio è quasi sempre incompleto, che l'orgoglio e il pregiudizio si nutrono a vicenda e che amare davvero qualcuno significa prima di tutto vederlo per ciò che è. Darcy ed Elizabeth arrivano al lieto fine solo dopo aver cambiato entrambi: lui imparando l'umiltà, lei imparando a dubitare delle proprie certezze. È una lezione che attraversa i secoli senza perdere freschezza, e che spiega perché, a più di duecento anni dalla sua uscita, il romanzo continua a conquistare lettori di ogni età, che ritrovano nelle sue pagine non solo l'Inghilterra di inizio Ottocento, ma i propri errori di giudizio e la speranza di poterli correggere.