La coscienza di Zeno di Italo Svevo: l'uomo che trasforma le proprie debolezze in una menzogna permanente
Zeno Cosini fuma. Smette, ricomincia, giura che quella appena accesa sarà l'ultima, ne annota la data su un libro, sulla carta da parati, sul muro della stanza. Poi ne accende un'altra. Con questa scena, che tutti ricordano anche senza aver mai aperto il libro, Italo Svevo apre il romanzo che nel 1923 pubblicò a proprie spese a Bologna, dopo un quarto di secolo di silenzio letterario e di lavoro nell'industria di famiglia della moglie, a Trieste. La coscienza di Zeno nasce come il libro di un uomo che non aveva più nulla da dimostrare e che proprio per questo poté permettersi di essere spietato.
Il romanzo si presenta come un memoriale scritto da Zeno su consiglio del suo psicoanalista, il dottor S., che nella prefazione dichiara di pubblicarlo per vendetta, perché il paziente ha abbandonato la cura. Il lettore è avvertito fin dalla prima pagina: ciò che leggerà è un insieme di verità e di bugie. Ed è qui il cuore del libro. Zeno non mente per ingannare gli altri, o non soltanto. Mente per poter continuare a vivere con se stesso, e lo fa con una tale abilità da trasformare ogni sua debolezza in una storia accettabile.
L'ultima sigaretta che non finisce mai
Il vizio del fumo è la prima prova. Zeno non vuole davvero smettere: vuole il piacere di decidere di smettere. Ogni sigaretta promessa come ultima ha un sapore speciale, quello della vittoria imminente. La debolezza diventa così un rituale, e il rituale diventa una forma di identità. Zeno è l'uomo che sta per guarire, e questa condizione sospesa gli basta.
Il meccanismo è più sottile di quanto sembri. Chi rimanda all'infinito un cambiamento non si sente un fallito, perché il fallimento definitivo non arriva mai. Si sente piuttosto un uomo in cammino. Svevo intuisce che la volontà fragile non si presenta quasi mai come tale: si traveste da progetto, da buon proposito, da lunedì in cui tutto ricomincerà. Il fumo, nel romanzo, è soltanto il primo esempio di una strategia che Zeno applicherà a ogni ambito della sua esistenza.
Lo schiaffo del padre e il racconto che lo addomestica
Il capitolo sulla morte del padre è il più doloroso. Sul letto di morte, in un gesto forse involontario, il vecchio Cosini alza la mano e colpisce il figlio sul viso. Poi muore. Zeno non saprà mai se quello schiaffo fosse una punizione, un ultimo rimprovero o soltanto il movimento scomposto di un corpo in agonia. Passerà il resto della vita a interpretarlo.
Ed è proprio l'interpretazione a salvarlo. Zeno scorre le possibilità, sceglie quella che pesa meno, la ripete fino a crederci. Il padre non lo disprezzava, il gesto era casuale, il figlio era stato un figlio devoto. Il lettore vede ciò che il narratore non ammette: il bisogno di assoluzione è più forte della ricerca della verità. La memoria, in Zeno, non conserva i fatti ma li rimaneggia, e quel rimaneggiamento è la sua forma di sopravvivenza.
Un matrimonio nato da tre rifiuti
La storia del matrimonio è una commedia amara. Zeno frequenta la casa del commerciante Giovanni Malfenti, padre di quattro figlie, e si innamora della bella Ada. Ada lo respinge. Lui allora, nella stessa sera, chiede la mano ad Alberta, che lo rifiuta, e infine ad Augusta, la meno attraente, che accetta. Zeno la sposa quasi per caso, eppure col tempo racconterà quella scelta come la più saggia della sua vita.
Il paradosso è che lo è davvero. Augusta, con la sua serenità ordinata, gli offre una stabilità che lui non avrebbe saputo costruire da solo. Ma Zeno non può ammettere di aver ricevuto un dono che non meritava: deve trasformare l'umiliazione in lungimiranza. Lo stesso accade con la relazione extraconiugale con Carla, una giovane aspirante cantante, che egli vive tra slanci e sensi di colpa, convinto ogni volta che il tradimento rafforzi l'amore per la moglie. La menzogna non serve a nascondere i fatti, ma a renderli sopportabili.
Guido, il rivale che fallisce al posto suo
Ada sposa Guido Speier, uomo brillante, elegante, sicuro di sé, tutto ciò che Zeno non è. I due cognati fondano insieme un'impresa commerciale che Guido conduce con leggerezza fino al disastro. Quando la situazione precipita, Guido simula un suicidio per impietosire la famiglia, ma la messinscena sfugge di mano e lui muore davvero. Zeno, che avrebbe dovuto accompagnarlo al cimitero, sbaglia corteo e segue il funerale di uno sconosciuto.
Poi, quasi a compensare, si getta in borsa e recupera buona parte delle perdite del cognato. È il suo momento di gloria, e lui lo racconta come una prova di affetto. Ma il lettore non può non notare l'ambiguità: l'uomo che si considerava inetto si scopre più solido del rivale che aveva invidiato. La malattia che Zeno ha sempre dichiarato si rivela, alla fine, una forma di resistenza. Chi si crede debole spesso sopravvive meglio di chi si crede forte.
La salute come ultima e più grande bugia
Nelle pagine finali, scritte durante la guerra, Zeno abbandona la psicoanalisi e annuncia di essere guarito. Gli affari vanno bene, il commercio in tempo di guerra gli dà ricchezza e fiducia. Ma la guarigione che proclama ha il suono di un'altra sigaretta presentata come l'ultima. Subito dopo, il romanzo si chiude con una visione cupa: la malattia non riguarda più il singolo, ma l'umanità intera, che con i suoi ordigni potrebbe un giorno distruggere la terra stessa.
È un finale che rovescia la prospettiva. Le piccole menzogne di Zeno, che sembravano private e quasi comiche, diventano lo specchio di una civiltà che si racconta sana mentre prepara la propria rovina. Svevo non condanna il suo personaggio. Gli concede anzi una lucidità che i presunti sani non possiedono: quella di sapere, almeno in parte, di mentire.
Il libro ci lascia con un disagio che non si risolve. Tutti abbiamo un'ultima sigaretta, un rimorso addomesticato, una scelta subita che abbiamo ribattezzato destino. Raccontarsi una storia più gentile di quella vera è forse il modo in cui la maggior parte delle persone riesce ad andare avanti. Ma se la versione che diamo di noi stessi è sempre quella che pesa meno, quanto di ciò che chiamiamo coscienza è soltanto un alibi ben scritto?