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La curatrice di libri antichi di Cristina Caboni: quando i libri custodiscono i segreti del passato

Mario Macaluso 21.10.2026 6 min di lettura
La curatrice di libri antichi di Cristina Caboni: quando i libri custodiscono i segreti del passato
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Ci sono romanzi che parlano di libri e romanzi che parlano attraverso i libri. La curatrice di libri antichi, il nuovo lavoro di Cristina Caboni uscito per Garzanti il 6 ottobre 2026, appartiene alla seconda famiglia: qui i volumi non fanno da sfondo elegante a una storia sentimentale, ma diventano testimoni, indizi e quasi personaggi. Sono loro a custodire ciò che le persone hanno taciuto, e sono loro a chiedere, a distanza di secoli, di essere ascoltati.

Il romanzo, 272 pagine, porta il lettore a Verona, tra le sale di una biblioteca antica che deve essere catalogata e stimata. L'incarico si trasforma presto in un'indagine sulla memoria: quella delle donne che hanno scritto quando scrivere non era loro concesso, e quella di una famiglia che forse non ha raccontato tutto ai propri figli.

Un'autrice che lavora sui mestieri antichi

Cristina Caboni vive in provincia di Cagliari e si occupa, insieme alla famiglia, di un'azienda apistica. Il successo internazionale è arrivato con Il sentiero dei profumi, storia di una giovane profumiera, e da allora ogni romanzo ha esplorato un sapere artigiano: le api in La custode del miele e delle api, i fiori in Il giardino dei fiori segreti, selezionato al Premio Bancarella nel 2017, la legatoria in La rilegatrice di storie perdute, e poi i tessuti, gli specchi, i colori, il cristallo.

Negli ultimi anni sono arrivati La via del miele, La collana di cristallo, La ragazza senza radici e La rotta delle stelle. Il nuovo libro torna in qualche modo alle origini di La rilegatrice di storie perdute, dove già la carta e la rilegatura erano veicoli di un passato da ricomporre. Questa volta però l'oggetto dell'indagine è un'intera collezione, con la sua logica nascosta.

Manon e la biblioteca muta

La protagonista è Manon, esperta di libri antichi chiamata a valutare la raccolta. Ha imparato tutto dal padre, con il quale ha vissuto soltanto pochi anni, e di lui conserva soprattutto le parole. Una frase in particolare la accompagna nel lavoro: «Un libro è una voce». È un'idea semplice e insieme esigente, perché presuppone che dietro ogni pagina ci sia qualcuno che chiede di essere riconosciuto.

All'inizio, però, la biblioteca non le dice nulla. Manon sfoglia, annota, confronta, e tuttavia non riesce a coglierne l'anima. La svolta arriva quando si accorge che la collezione non è casuale: è composta interamente da opere scritte da donne, autrici rare e dimenticate, probabilmente lasciate ai margini proprio perché considerate scomode. Da quel momento il catalogo smette di essere un elenco e diventa un racconto.

Accanto a lei c'è Rafael, giovane libraio antiquario, che la aiuta a seguire le tracce lasciate da chi ha raccolto e protetto quei volumi. Insieme cercano di capire chi abbia sottratto all'oblio quelle pagine, e perché. Più l'indagine procede, più Manon avverte un legame tra la biblioteca e la propria famiglia, un legame che lei stessa giudica impossibile e che la costringe a rimettere in discussione ciò che le è sempre stato raccontato.

Le scrittrici che la storia ha messo da parte

Tra i nomi che popolano la raccolta compaiono figure reali, e la scelta dice molto delle intenzioni del romanzo. Rosvita di Gandersheim, canonichessa sassone vissuta nel decimo secolo, è considerata la prima drammaturga dell'Europa medievale. Christine de Pizan, attiva alla corte francese tra Trecento e Quattrocento, visse della propria scrittura e immaginò nella Città delle dame un luogo costruito per difendere la dignità femminile. Isotta Nogarola, umanista veronese del Quattrocento, dialogò con i dotti del suo tempo e discusse per iscritto la colpa di Eva e di Adamo.

La presenza di Isotta Nogarola rende particolarmente significativa l'ambientazione. Verona non è soltanto una cornice suggestiva, ma la città in cui una donna del Rinascimento tentò di farsi spazio in un mondo di letterati maschi, pagando quella scelta con l'isolamento e la diffidenza. Il romanzo intreccia così la geografia reale con quella immaginaria, e lascia intendere che le strade percorse da Manon siano le stesse in cui quelle voci sono state soffocate.

Quando i libri custodiscono i segreti del passato

Il tema del romanzo sta tutto nel doppio movimento della sua indagine. Da una parte c'è la memoria collettiva, il canone letterario che per secoli ha escluso le donne, conservandone le opere solo per caso o per ostinazione di pochi. Dall'altra c'è la memoria privata, quella di una famiglia che ha costruito la propria storia anche attraverso i silenzi. In entrambi i casi, i libri sono gli unici depositari di ciò che si è tentato di cancellare.

Caboni affida all'oggetto libro un ruolo quasi archeologico. Una nota a margine, una dedica, la provenienza di un esemplare, l'ordine in cui i volumi sono stati disposti: tutto può diventare un indizio. È il lavoro concreto della catalogazione a rivelare la verità, ed è un'idea che attraversa da sempre la narrativa dell'autrice, convinta che i mestieri antichi siano anche modi di conoscere. Chi sa leggere un libro come oggetto, oltre che come testo, può ricostruire vite intere.

C'è poi una dimensione di responsabilità. Manon non scopre soltanto che qualcuno ha protetto quelle opere: comprende che ora tocca a lei continuare quel compito. La custodia della memoria diventa un passaggio di testimone, un'eredità che non si riceve passivamente ma si sceglie di portare avanti, con tutto il peso che comporta.

Un romanzo sul dovere di ricordare

La curatrice di libri antichi si rivolge a chi ama le storie di biblioteche e di segreti familiari, ma porta con sé anche una domanda più ampia sul modo in cui si forma ciò che consideriamo cultura. Le opere che leggiamo a scuola, quelle che troviamo nelle antologie e sugli scaffali, sono il risultato di scelte, e ogni scelta comporta esclusioni.

La forza del libro sta nel rendere concreta questa riflessione attraverso una vicenda personale, in cui la scoperta delle scrittrici dimenticate procede di pari passo con la scoperta di sé. Riportare alla luce una voce perduta significa anche capire da dove veniamo. E allora viene da chiedersi: quante voci, nelle biblioteche delle nostre case e delle nostre città, aspettano ancora qualcuno disposto ad ascoltarle?

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